Il dibattito aperto da Ettore Messina nell’ultima assemblea di Legabasket e la risposta della GIBA impongono una domanda scomoda: la regola sugli italiani obbligatori ha davvero prodotto più giocatori italiani competitivi? Proteggere il movimento ha senso, ma l’attuale sistema rischia di garantire spazio e ingaggi per passaporto, non per merito.
La posizione della GIBA parte da un principio condivisibile: il pubblico si identifica più facilmente nei giocatori italiani e i club andrebbero incentivati a investire sui giovani. Ma il punto è un altro: questa regola cosa ha dato fino a oggi? Ha aumentato davvero il numero di italiani pronti per alto livello, coppe europee e Nazionale? O ha soltanto evitato il peggio, creando però una rendita regolatoria? Si parla di evoluzione, la risposta è subito oscurantista. Al fianco del sempre colpevole silenzio delle istituzioni cestistiche.
La fuga verso la NCAA rende il tema ancora più urgente. Oltre trenta italiani, di vario livello sia chiaro, hanno scelto il college nella stagione appena conclusa, e altri sono pronti a partire. Varese, ad esempio, perderà sia Librizzi sia Assui, è notizia di questi giorni. Dire che molti potrebbero rientrare tra due anni non risolve il problema: anche se tornassero, altri potrebbero partite, e il bacino resterebbe limitato e intanto LBA e A2 dovrebbero fare i conti con meno giocatori realmente disponibili.
La discussione, infatti, non riguarda solo il 5+5, il 6+6 o l’eventuale settimo straniero in Serie A. Riguarda anche l’A2, dove il sistema preserva quasi interamente il mercato italiano con soli due stranieri consentiti. Se il bacino si restringe, l’effetto scende a cascata: costi più alti, meno concorrenza, maggiore distanza tra valore reale e valore imposto dalla norma.
Dire questo non significa chiedere “più stranieri” in astratto. Significa porsi la domanda giusta: come si creano giocatori italiani veri? Non professionisti artificiali protetti da una quota, ma atleti competitivi, formati, pronti a reggere fisicità, pressione e responsabilità. Se la NCAA investe sui nostri giovani non è per forza un male. Se non lo facciamo noi, è positivo che almeno lo facciano gli americani. Ma allora il sistema italiano deve smettere di comportarsi come se quei giocatori fossero ancora automaticamente a disposizione.
Il riferimento indicato da Daniele Baiesi è utile: in Germania i club hanno accettato vincoli pur sapendo che il bacino interno non bastava, ma hanno costruito seconde squadre, settori giovanili, campionati formativi e percorsi per giocatori cresciuti dentro il sistema. Non basta imporre una quota: serve l’ecosistema che la renda sensata.
Ed è qui che pesa il silenzio istituzionale. Se Legabasket, FIP e club hanno un piano credibile, lo mostrino. Se esistono idee su incentivi, premi economici, seconde squadre, riforma dell’A2 o compensazioni per chi investe davvero sui giovani, vengano discusse pubblicamente. Se invece il sistema sta solo galleggiando, il problema è ancora più grave.
Proteggere gli italiani ha senso. Ma va protetto il processo che produce giocatori italiani competitivi, non la categoria in sé. L’attuale impianto regolatorio non sta ottenendo il risultato dichiarato: ha forse evitato un crollo, ma non ha ricostruito il bacino. Ora il contesto è cambiato, la NCAA è diventata un concorrente reale e ridiscutere le regole non è un attacco ai giocatori italiani. È il minimo per provare finalmente a difenderli davvero.
Basket italiano, è questo il momento più buio della storia recente?





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