Almeno 30 ragazzi italiani in NCAA: LBA, il 5+5 e il 6+6 non bastano più

5+5 e 6+6 LBA
5+5 e 6+6 LBA

La fuga dei giovani italiani verso la NCAA, i numeri sempre più ridotti del mercato interno e le parole dei club impongono una riflessione reale sulle regole LBA

La fuga dei giovani italiani verso la NCAA, i numeri sempre più ridotti del mercato interno e le parole dei club impongono una riflessione reale sulle regole LBA. Il tema non è abolire la tutela degli italiani, ma capire se 5+5 e 6+6 proteggano ancora davvero il movimento.

Il basket italiano non ha bisogno di slogan, ma di una discussione adulta. Il tema del 5+5 e del 6+6 in LBA non può più essere liquidato come una battaglia ideologica tra chi vuole proteggere gli italiani e chi chiede più libertà di mercato. La realtà è più complessa, e soprattutto è cambiata.

Secondo il lavoro pubblicato da Paolo Mutarelli su BasketballNCAA.com, nella stagione NCAA 2026-27 saranno almeno 30 i ragazzi italiani impegnati nel college basket americano. Un numero enorme per il movimento italiano, con nomi di primo piano come Dame Sarr a Duke e Saliou Niang a LSU, ma anche tanti altri prospetti già inseriti o in arrivo nel sistema statunitense.

Non è detto che tutto questo sia un male. Se la NCAA investe sui nostri giovani, se offre strutture, visibilità, competitività e responsabilità che il sistema italiano spesso non riesce a garantire, è persino positivo che quei giocatori trovino altrove un percorso credibile. Il problema, semmai, è cosa resta alle squadre italiane.

Perché se diminuisce il numero di giocatori disponibili, la questione non riguarda soltanto la LBA. Riguarda la A2, i vivai, la profondità del movimento, la sostenibilità economica dei club (e qui anche la FIBA deve combattere per buyout adeguati dai college, non solo retorica da una federazione internazionale che rischia di uscire ancora più a pezzi dalla vicenda NBA Europe) e il senso stesso delle regole attuali. Il 5+5 e il 6+6 sono nati per proteggere il prodotto nazionale, ma rischiano di diventare strumenti sempre meno efficaci se il mercato degli italiani si restringe e se i migliori giovani scelgono sempre più spesso l’estero o la NCAA.

Il punto non è negare la necessità di valorizzare i giocatori italiani. Il punto è chiedersi se l’obbligo numerico, da solo, abbia davvero prodotto formazione, minuti, responsabilità e crescita tecnica. O se, in molti casi, abbia semplicemente creato un mercato drogato, con pochi giocatori realmente spendibili, contratti al rialzo e club costretti a inseguire passaporti più che progetti.

Il tema è arrivato anche nelle ultime assemblee di Legabasket. La LBA ha presentato una richiesta formale alla FIP per ridiscutere le regolamentazioni sugli italiani, ma la Federazione ha deciso di rinviare ogni eventuale intervento alla prossima stagione. La domanda, allora, diventa inevitabile: si farà davvero qualcosa o si sceglierà ancora una volta di guadagnare tempo?

Marco Picchi, presidente di Derthona Basket, ha usato parole molto chiare rispondendo a una domanda di Sportando: «È un argomento che, come saprete, è stato di attualità nelle ultime assemblee di Lega. C’è stata una formale richiesta da parte dell’LBA alla Federazione. Forse, dico io, mancavano i tempi, e le regole non sono cambiate».

Picchi ha poi allargato il discorso, descrivendo ciò che molti club avvertono da tempo: «Negli ultimi due anni è arrivato uno tsunami che ha colpito la nostra pallacanestro, ma non solo: tutto il basket europeo. C’è una fuga di ragazzi, e non solo ragazzi, ma anche giocatori già piuttosto affermati nel nostro campionato, con evidente depauperamento del materiale umano».

Sono parole che fotografano il momento. La fuga verso la NCAA non riguarda più soltanto prospetti giovanissimi. In questa fase il sistema americano, anche grazie alle nuove possibilità economiche, ha attirato profili già importanti per il campionato italiano. È vero: negli Stati Uniti si discute di norme che potrebbero limitare o bloccare il trasferimento in NCAA di professionisti già formati, come accaduto quest’anno con casi alla Quinn Ellis e Saliou Niang. Ma anche se il fenomeno dovesse essere parzialmente regolato dal prossimo anno, la tendenza di fondo resterebbe.

I giovani continueranno a cercare fuori dall’Italia un percorso più chiaro, più competitivo o più remunerativo. E se questo accade, il sistema italiano deve interrogarsi. Non basta dire che bisogna trattenere i talenti. Bisogna chiedersi con quali strumenti, con quali club, con quali campionati giovanili, con quali minuti reali in prima squadra, con quale rapporto tra formazione e risultato.

Per questo la riforma del 5+5 e del 6+6 non può essere un tabù. Può voler dire flessibilità. Può voler dire incentivi veri per chi sviluppa giocatori. Può voler dire premiare i minuti dati ai giovani italiani invece di imporre semplicemente un numero di tesserati. Può voler dire distinguere tra italiani formati, prospetti, senior e giocatori realmente inseriti nelle rotazioni. Ma deve voler dire, prima di tutto, confronto.

Picchi lo ha detto senza giri di parole: «La richiesta da parte dei club, che oggi sento di rivendicare, è quella di affrontare questo problema e non far finta che ciò non accada». E ancora: «Abbiamo chiesto e ottenuto dalla Federazione un tavolo che si aprirà nelle prossime settimane, perché secondo me nascondere la polvere sotto il tappeto non fa bene a nessuno».

È questo il punto politico e sportivo della vicenda. Non si tratta di cancellare gli italiani dalla LBA. Al contrario, si tratta di capire come proteggerli davvero. Perché una regola che obbliga i club ad avere italiani a roster non è automaticamente una regola che li forma, li valorizza o li rende protagonisti.

Il basket italiano ha davanti una scelta. Può continuare a difendere formule nate in un contesto diverso, sperando che il mercato torni quello di prima. Oppure può prendere atto che la NCAA ha cambiato molto, se non tutto. Perchè di quei 30 non tutti sono da LBA, non tutti sono da A2, ma tutti sono in una base di scelta smagrita. Che può anche essere un bene in futuro, facendoli crescere in contesti più competitivi del nostro settore giovanile. Una riforma è necessaria. O quantomeno lo è una discussione reale, senza slogan e senza paura.

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