La stagione della Virtus Bologna si chiude con un dato che fa rumore: zero titoli e zero finali giocate. Nell’era Zanetti, dal 2019 a oggi, era accaduto solo nel 2020, annata fermata dal Covid. Per il resto il percorso era stato costante: Champions League 2019, Scudetto 2021, Supercoppa ed EuroCup 2022, Supercoppa 2023, Supercoppa 2024, Scudetto 2025. Un rendimento del genere impone misura: sarebbe sbagliato demolire tutto, ma sarebbe altrettanto sbagliato non leggere i segnali emersi.
Il punto di partenza non può che essere l’emergenza fisica. La Virtus è arrivata ai playoff da testa di serie numero 1, ma senza l’ormai ex capitano Alessandro Pajola. Poi ha perso quasi subito Derrick Alston Jr., togliendo al settore lunghi l’unico giocatore con punti veri nelle mani, e nella serie con Venezia è uscito di scena anche Luca Vildoza. Così Daniel Hackett è stato costretto agli straordinari e il pallone è finito sempre più spesso nelle mani di Carsen Edwards. Sono problemi che nei playoff non si regalano a nessuno, e che spiegano molto della caduta. Gli infortuni li hanno tutti? Sì, dipende quanti, quali, e dove.
Spiegano molto, però, non tutto. La costruzione estiva, figlia di una rivoluzione profonda, non ha dato tutte le risposte attese. Alen Smailagic non ha avuto l’impatto sperato, mentre Yago dos Santos, inserito in corsa per la fase decisiva, non è riuscito a spostare gli equilibri. La Virtus aveva perso leadership, esperienza e riferimenti importanti: ricostruire era inevitabile, ma il nuovo assetto non ha mai trovato una stabilità piena proprio quando la stagione chiedeva certezze.
Dentro questa fragilità si è inserita la vicenda Dusko Ivanovic. Il coach dello Scudetto è stato esonerato per ragioni di spogliatoio, e ridurre tutto al rapporto con Edwards sarebbe troppo semplicistico. Se il tecnico montenegrino avesse avuto la fiducia del resto del gruppo, difficilmente il club avrebbe scelto la rottura. Ma una volta presa quella decisione, affidare il finale di stagione a Nenad Jakovljevic, soluzione interna ed esordiente da capo allenatore, è stato un rischio evidente. Con lo Scudetto ancora in gioco, serviva più esperienza: se non al posto di Jakovljevic, almeno accanto a lui.
Anche il giudizio su Carsen Edwards va maneggiato con attenzione. L’ex Bayern è diventato un bersaglio facile, anche ingiustamente, a tratti. Ha prodotto in attacco, pur dentro la sua altalenanza, ma la Virtus ha finito per appoggiarsi troppo al suo talento individuale. Il problema non è il valore del giocatore, bensì l’equilibrio complessivo: nei momenti caldi Edwards tende a prendersi tutto, entrando in una modalità che ricorda il Mike James dell’Olimpia Milano 2019 (0ut 0-3 in semifinale con la Dinamo Sassari). Lo step atteso era chiaro: coinvolgere di più la squadra oppure ridurre il minutaggio, trasformandosi in forza dalla panchina. Non è successo.
Ora si apre un’altra estate pesante. Dopo la rivoluzione della scorsa stagione, ne arriverà una nuova: Vildoza, Edwards, Pajola, Niang, Morgan e Akale sono in uscita. La Virtus dovrà ripartire da una scelta tecnica forte, da un messaggio chiaro alla piazza e da una programmazione meno esposta agli strappi. Perché negli ultimi anni il club ha vinto tanto, ma ha cambiato troppo spesso guida tecnica: dal 2019 a oggi si sono alternati cinque allenatori, e addirittura tre nelle ultime due stagioni. Il prossimo coach non sarà solo una scelta di panchina: sarà il primo vero segnale sulla direzione del nuovo ciclo.
La stagione resta negativa nei risultati, perché una Virtus senza finali e senza titoli non può essere considerata normale. Ma l’analisi deve andare oltre lo slogan: gli infortuni hanno inciso, alcune scelte di mercato non hanno funzionato, la gestione della crisi tecnica ha aperto interrogativi. Da qui dovrà ripartire la proprietà, con una linea chiara e soprattutto stabile.





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