La Virtus Bologna ha mostrato due facce: molto convincente in Gara 1, battuta in Gara 2. Ma il passo falso non va ingigantito: l’infortunio di Derrick Alston, sommato all’assenza di Alessandro Pajola, obbliga Nenad Jakovljevic a riscrivere gerarchie ed equilibri nel momento più delicato.
La Virtus era stata costruita con un’idea chiara: cinque lunghi veri, più Saliou Niang, fisicità diffusa e una struttura capace di reggere ogni tipo di serie. Senza Alston, però, il quadro cambia. La squadra passa da un assetto equilibrato a una versione molto più sbilanciata sugli esterni, quasi costretta alla small ball, soluzione possibile ma non immediata. Il problema è che i playoff non concedono tempo.
Gara 1 aveva dato segnali forti: impatto difensivo, controllo, fisicità, capacità di togliere a Trento il campo aperto. In Gara 2, invece, l’Aquila ha trovato ritmo, triple e fiducia. La Virtus ha inseguito a lungo, ha avuto fiammate importanti da Matt Morgan, rientrato con energia e punti, e da Aliou Diarra nel finale, ma non ha mai dato la sensazione di comandare davvero la partita.
Il nodo non è solo il risultato. È la distribuzione delle responsabilità. Carsen Edwards è mancato, il giro palla è stato spesso lento, il contropiede quasi assente, e l’attacco si è aggrappato troppo a iniziative individuali. Anche la gestione del rientro di Morgan pesa nella lettura: il suo primo tempo aveva cambiato la gara, ma nel finale la Virtus non ha trovato da lui quelle invenzioni che potevano servire.
Ora la serie si sposta a Trento sull’1-1. Non è un allarme rosso, ma un passaggio vero. La Virtus Bologna resta superiore per struttura, talento e profondità, ma deve capire rapidamente come vivere senza Alston: più esterni, più letture, più equilibrio difensivo. La serie non è compromessa, però ha già detto che l’adattamento non può aspettare.





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