Un week-end da ricordare: dietro le quinte della settima Coppa Italia dell’Olimpia

Un week-end da ricordare: dietro le quinte della settima Coppa Italia dell’Olimpia

Il dietro le quinte della settima Coppa Italia di Olimpia Milano

Kyle Hines sotto canestro, palla in mano. Ha appena strappato un rimbalzo d’attacco, ma l’ombrello difensivo avversario si è chiuso. Non può tirare. Non può palleggiare. Deve obbligatoriamente passare la palla, ma deve farlo in fretta e dalla posizione che occupa la visuale è limitata. Sarebbe una palla persa in attesa di concretizzarsi. Ma in quell’istante arriva un urlo, da dietro, la voce di Gigi Datome. Ha eseguito il taglio giusto, nell’angolo alle spalle del compagno. Hines non deve neanche guardare, perché riconosce la situazione. Scarica la palla obbligandola a percorrere l’unico percorso che potrebbe percorrere. Al termine di quel percorso c’è Gigi Datome, appunto. Ricezione e tiro. Canestro da tre punti.

La sequenza risale alla gara vinta con Pesaro, la finale di Coppa Italia, e non sarebbe importante perché nessun momento lo è stato sul serio della settima vittoria dell’Olimpia in questa competizione. Sono state tutte vittorie larghe, mai meno dei 28 punti del quarto di finale con Reggio Emilia. Non sono serviti eroismi, non sono servite prodezze, ma solo tanta solidità e l’apporto di tutti. Gigi Datome è stato l’MVP, ma altri avrebbero potuto esserlo. Ad esempio Kyle Hines.

Ma la sequenza è indicativa perché spiega perfettamente cosa intenda Gigi Datome quando attribuisce il suo successo personale alla squadra. Quella frase che sembra scontata, un po’ banale, i compagni che ti mettono nella posizione ideale per avere successo. Udita tante volte in questa stagione. Hines ha messo Datome nella posizione giusta per segnare da tre in quel possesso; Datome era nel posto giusto per permettere ad Hines di avere un assist anziché una palla persa. Questo significa aiutarsi.

L’Olimpia ha vinto il secondo trofeo stagionale. Aveva vinto la Supercoppa assicurandosi otto partite su otto e afferrandola infine in trasferta, a Bologna. Ha vinto la Coppa Italia vincendo tre gare in quattro giorni, tutte nettamente, questa volta a Milano. Non vinceva quel trofeo dal 2017. Nel 2016 aveva fatto la doppietta delle coppe. Quest’anno si è ripetuta. Datome è stato il primo MVP italiano nella storia dell’Olimpia, ma è un particolare secondario. E’ stata davvero la vittoria del gruppo, che ha digerito assenze (Vlado Micov e Jeff Brooks erano infortunati), innesti dell’ultimo minuto (Jakub Wojciechowski), le insidie del turnover (Michael Roll e Kaleb Tarczewski erano pronti a intervenire, se ci fosse stato bisogno di loro sarebbero stati pronti come tante altre volte hanno fatto) e anche un paio di partenze rallentate. Nel quarto di finale con Reggio Emilia, Coach Messina ha speso il primo time-out prima del secondo minuto; contro Venezia in semifinale, l’Olimpia è andata sotto di 12 nel quarto iniziale. Ma da quel momento in avanti, non ha più avuto bisogno di guardarsi le spalle.

La vittoria conseguita contro Pesaro in finale, è stata la 52° partita disputata dall’Olimpia in questa stagione, contando solo le gare ufficiali. Non è possibile mantenere un simile ruolino di marcia senza un roster profondo, che lavora, nel quale i ruoli sono rispettati e condivisi. “E’ bello allenare questa squadra, non perché facciamo canestro, ma per come il gruppo lavoro ogni giorno. Un conto è sapere che Kyle Hines, o Sergio Rodriguez l’anno prima, sia una persona di spessore e un altro è riscontrarlo tutti i giorni”, ha detto Coach Ettore Messina alla fine della kermesse del Mediolanum Forum.

I veterani della squadra, i giocatori che hanno vinto e proprio per questo vengono osservati da tutti gli altri, sono stati determinanti nel guidare il gruppo. “Guardo Kyle Hines e cerco di essere una spugna, assorbire tutto quello che fa e come lo fa”, dice Zach LeDay, che sarebbe stato anche lui un candidato MVP. Nelle tre gare è sempre andato in doppia cifra ed è stato in campo 74 minuti complessivi. Hines ha sviluppato negli anni un’enorme capacità di comprendere la partita. Contro Venezia, di fronte alle sofferenze offensive dei primi minuti (“Siamo partiti indecisi, la difesa ci ha tenuto incollati”, ha detto Messina), Hines ha forzato la sua indole e segnato canestri fondamentali per superare l’impasse. In quella partita ha segnato 14 punti in 18 minuti, oltre a catturare 10 rimbalzi. Mitchell Watt, il dinamico centro mancino della Reyer, che aveva segnato 12 punti nel primo quarto ne ha segnati sei nel resto della partita. Un’altra qualità è quella di saper prendere le misure all’avversario fino a controllarlo. O ancora di portare palla da consumato regista disorientando l’avversario proteso ad anticipare il playmaker per togliergli la palla dalle mani. “E’ un’evoluzione del basket di oggi – ha spiegato Coach Messina – le difese che cambiano su tutto per toglierti il tiro da tre rendono vitale avere giocatori in grado di attaccare i close-out e tirare dalla media; così è importante avere più ball-handler che possano gestire la palla”. Hines lo fa spesso. C’è stata un’altra spettacolare sequenza nella semifinale con Venezia. Con tre secondi da giocare, alla fine del primo quarto, la Reyer era protesa ad evitare che un giocatore veloce con tre palleggi arrivasse a prendersi un buon tiro da tre. Quando hanno visto la palla nelle mani di Hines – non più una novità – da dietro qualcuno ha urlato “hand-off, hand-off”. Il sospetto era che Hines portasse palla per poi eseguire un passaggio corto, consegnato, ad un tiratore. Invece lui ha colto tutti di sorpresa andando fino al canestro alla velocità della luce per schiacciare!

Sergio Rodriguez ha giocato sempre contro Venezia a livelli estremi. Il Chacho ha questa capacità di trasmettere entusiasmo: gioca divertendosi e si vede. Ma contro la Reyer in certi momenti è sembrato irreale, mixando tiri da tre, penetrazioni e assist. Gli assist sono stati 26 in tre partite, anche considerando che contro Pesaro ha giocato nonostante un fastidio accusato la sera prima, quindi con il motore – il suo è sempre al massimo – con il limitatore di giri. Dopo la semifinale, richiesto di un parere sulla corsa al titolo di MVP della competizione, diceva che “non mi interessa, come non mi interessano i record, sono tutte cose che non contano se poi non vinci e io sono qui per vincere”. Che è un po’ il mantra di Malcolm Delaney che nella tre giorni del Mediolanum Forum ha giocato quasi da specialista difensivo. Ha segnato poco rispetto a standard e talento, ma difeso molto, è passato sopra i blocchi e sulle linee di passaggio. Ha avuto sette palle rubate in tre partite, contro cinque palle perse, e la combinazione Rodriguez-Delaney ha funzionato. “Venire qui è stata la miglior scelta della mia vita”, ha commentato.

Quanto a Gigi Datome ha già dimostrato a Milano di essere uomo da grandi partite. Era venuto per vincere, ma non perché gli altri lo portassero al successo. Nella finale di Supercoppa a Bologna – dove Malcolm Delaney fu MVP – Gigi ha segnato 17 punti, nella finale di Coppa Italia a Milano ne ha segnati 15 in 16 minuti. La sera prima erano stati 13 contro la Reyer. Datome è fondamentale nello scacchiere biancorosso perché può occupare due ruoli, fare l’ala forte che apre il campo o l’ala piccola che usa statura, braccia per tirare in “fade-away” sopra la testa dell’avversario. Il suo gioco spalle a canestro è diventato proverbiale.

A Kevin Punter piace essere considerato per quello che è. “Hanno detto per anni che segnavo tanto a livello basso, ma io segnavo tanto al livello in cui mi permettevano di giocare, non sono sorpreso di quello che sto facendo quest’anno. Ma è vero che sono migliorato come difensore”, spiega. Punter ha sofferto al tiro nella semifinale, ma fatto 6/9 da tre nelle altre due partite. In EuroLeague si è costruito una reputazione come “closer”. Il “closer” nel baseball è il lanciatore che entra per l’ultimo inning, eliminare tre battitori, e chiudere la partita per la sua squadra. A Punter piace la definizione, perché è cresciuto a 10 minuti dallo Yankee Stadium, nel Bronx, e il suo idolo era Mariano Rivera, il più grande “closer” della storia. Ma in Coppa Italia non ha avuto bisogno di chiudere alcuna partita, perché il vantaggio era già stato costruito in precedenza.

Per capire Shavon Shields bisogna invece comprendere il raggio di influenza che esercita su una partita. In Coppa Italia l’ha dimostrato: contro Reggio Emilia ha catturato nove rimbalzi, lui che gioca ala piccola e marca giocatori perimetrali; contro Venezia, ha giocato 30 minuti – più di tutti – e segnato 12 punti; contro Pesaro, ha dato via quattro assist. In America definiscono questo tipo di giocatore un “jack-of-all-trades”, un tuttofare, dai mille usi. Shields per l’Olimpia è questo.

Ma non è tutto: quando Hines, ha avuto problemi di falli Paul Biligha ha retto il fortino; quando Jakub Wojciechowski ha dovuto dare una mano l’ha fatto (è andato in doppia cifra nel quarto di finale); quando Andrea Cinciarini ha dovuto sostenere la regia di Rodriguez o Delaney l’ha fatto; Ricky Moraschini è un altro jolly che sa giocare in regia o magari creare dalla posizione di post basso; Davide Moretti si è tolto la soddisfazione di entrare in finale e segnare cinque punti in un attimo.

La vittoria in Coppa Italia è stata la decima vittoria dell’Olimpia nell’era Armani. Al sesto anno è arrivato il primo successo, lo scudetto del 2014, poi ne sono arrivati altri due, oltre a quattro Supercoppe e tre Coppe Italia. E’ la seconda volta che le due coppe italiane sono state conquistate nella stessa tagione, anche se l’obiettivo primario resta il campionato e intanto c’è un’EuroLeague da completare. “Se guardo alla squadra abbiamo tanti margini di miglioramento, vorrei che palleggiassimo un po’ meno qualche volta, vorrei che fossimo più cinici nello sfruttare i mismatch oppure utilizzare il lavoro difensivo per sviluppare più canestri in contropiede. Ma sto cercando il pelo nell’uovo, mi basterebbe essere sostenuto dalla salute quando verrà il momento di decidere i prossimi obiettivi”, ha spiegato Coach Messina che ha vinto la sua Coppa Italia numero otto. “Molti di noi sono qui perché c’è lui – chiosa Datome – Non è una situazione facile, ma è quella che ti porta a giocare a questi livelli”. Rodriguez ha sottolineato come i cinque giorni vissuti da sepolti sotto la neve abbiano cementato il gruppo, oltre il campo, davanti ad un bicchiere di vino iberico e cene interminabili per far trascorrere il tempo. Ma la verità è che ogni episodio singolo abbia reso il gruppo più forte, la leadership dei veterani più solida. La Coppa Italia è una tappa intermedia nell’arco di una stagione lunga 11 mesi. “Ma quando fatica e sacrifici sono ripagati da un trofeo è giusto goderselo e celebrare”. Parola di Gigi Datome.

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