Simone Giofrè è intervenuto a The Sideline Three, il podcast che parla di Lakers e Nba. Questi gli argomenti toccati.
Differenze nei criteri di scelta tra Europa e Nba
Quello dei general manager che lavorano in una squadra Nba per fare una selezione al draft è sicuramente un lavoro differente rispetto a quello di un general manager di una squadra europea che più o meno ogni anno deve rifare una squadra. È vero che il draft c’è ogni anno, ma è anche vero che si fanno delle scelte in funzione di uno sviluppo su un percorso più lungo. Vale anche per i fenomeni, abbiamo visto come Okc abbia vinto il titolo con un giocatore che onestamente qualche anno fa quando era stato scelto al draft non era performante come adesso. Io non so se Cooper Flagg, che è la possibile prima scelta, sarà già un giocatore che potrà spostare subito dal primo anno. Glielo auguro, però fanno dei ragionamenti un po’ più a lungo termine. Invece noi non possiamo fare ragionamenti così a lungo termine, salvo per qualche investimento su qualche prospetto un po’ più giovane. Tolto poi che in questo momento anche sui prospetti giovani, soprattutto locali o europei, è un po’ più difficile ragionare perché adesso con i college che offrono ingaggi molto più convincenti rispetto agli ingaggi che possiamo offrire noi società europee, si è aperto tutto un mondo che fino a qualche anno fa non si poteva immaginare. Quindi guardiamo delle cose diverse a seconda del territorio dove stiamo. Io credo che per quello che riguarda la Nba, sì, si vada ovviamente a vedere il talento, si vada a vedere le possibilità di sviluppo di questo talento, le possibilità di sviluppo fisico, come per Wembanyama: piuttosto acerbo fisicamente nel momento in cui è stato scelto, però sicuramente San Antonio ha pensato di farci un lavoro fisico importante. Poi si vanno a a cercare di scandagliare un po’ le informazioni di di background, di Intel per cercare di avere il miglior atleta e soprattutto il miglior lavoratore possibile da inserire in un contesto dove non si può lasciare nulla al caso. Negli anni si sono fatti dei miglioramenti in tal senso di altissimo livello, è ovvio che l’errore sia sempre dietro l’angolo, però è anche vero che si cerca di ridurlo il più possibile.
È come se fossero due sport diversi, perché solo il fatto del poter programmare senza l’assillo delle retrocessioni ti fa capire molto della differenza proprio strategica. che che si può avere. Ecco, eh una squadra NBA se ha bisogno di ricostruire e rischia di fare un anno a fare un sacco di sconfitte e poche vittorie, non è un problema.
Quanto incidono nella selezione le prestazioni duante la March Madness?
In NBA sicuramente è qualcosa che viene osservato con grandissima attenzione, penso che incida molto, perché una prestazione di alto livello alla March Madness in una partita da dentro o fuori nelle loro valutazioni è qualcosa di di veramente rilevante. Quando ingaggiammo a Brindisi un playmaker rookie come Wes Clark che veniva da Buffalo, lui fece una March Madness di altissimo spessore segnando 25 punti con Arizona e 26 con Kentucky, quelle performance contro università molto quotate nella nostra valutazione influirono per scegliere il giocatore; peraltro un rookie, cosa che ormai non succede più perché se guardiamo l’ultimo campionato di Serie A non c’era neppure un rookie. Adesso per noi è diverso perché nel medio mercato europeo è più difficile avere accesso ai giocatori di un livello del genere perché oggi c’è la G League che è una parking league, nel senso che le squadre Nba parcheggiano i giocatori, poi a loro discrezione qualcuno viene chiamato, poi i giocatori stanno lì due o tre anni dopo che sono usciti dal college e sono arrivati a 27 anni e spostarsi in Europa diventa complicato perché non sei più così giovane e magari non hai neanche più tutta quella fame, quegli stimoli che potevi avere magari a 22 anni. Oggi è complesso il mercato nella scelta dei giocatori e dunque la March Madness magari diventa un evento al quale un giocatore ha partecipato tre, quattro anni prima di essere scelto da una squadra europea.
La rivoluzione in ambito collegiale
Il lavoro che facevamo dieci anni fa è diverso da quello che che facciamo oggi, come era diverso dieci anni fa da quello che facevamo quindici anni fa, solo che oggi la la differenza è che tutto cambia molto più velocemente. Questa cosa del college sicuramente non dico che ci ha spiazzati, ma ci costringe a cambiare la nostra visione delle cose, le programmazioni soprattutto con gli atleti interessanti che provengono dal settore giovanile. I danni o i benefici li vedremo non nell’immediato, ma tra quache anno. I ragazzi di 19 anni europei che vanno al college adesso si fermeranno 3-4 anni al college e dopo vediamo cosa è successo. Mi auguro che qualcuno da lì vada in Nba, o che diventino giocatori che poi magari potranno tornare indietro nei nostri campionati e con una formazione di alto livello, però ho anche così la sensazione che per dieci che vanno là, magari uno va in Nba, due tornano indietro così e gli altri sette bisogna capire che percorso han fatto, se continuano a giocare. Di sicuro abbiamo uno svuotamento dei nostri bacini in questo momento. Svuotamento nel senso che perdiamo un po’ di pezzi e svuotandosi i bacini si perdono i pezzi anche per le prime squadre. Ecco perché sarà sempre più difficile avere giocatori autoctoni da buttare dentro.
Quali sono i fattori che rendono una stella di Eurolega un giocatore andato male in Nba?
L’Nba e il basket europeo, che sia a livello Eurolega, ma anche a livello più basso, è un altro sport. L’adattamento non è per tutti, ci sono giocatori che sono più performanti in Eurolega e altri che sono più performanti in NBA. E questo non significa che siano i giocatori migliori quelli che giocano in NBA o migliori quelli che giocano in Eurolega. Sono due cose diverse, sono due due modi di intendere la pallacanestro ormai che si sono allontanati. Eravamo più vicini, magari non per atletismo o profondità del roster. Però eravamo più vicini nel modo di intendere la pallacanestro, forse perché ci ispiravamo di più a loro negli anni 80, anni 90; oggi noi europei ci ispiriamo di meno, abbiamo il nostro il nostro imprinting e facciamo la nostra pallacanestro. Il livello massimo in Europa è rappresentato dall’Eurolega, ma l’Eurolega c’entra poco con l’NBA. Potremmo citarne tantissimi, come Nunn e Larkin e tantissimi altri che potrebbero far fatica o hanno fatto fatica a trovare una collazione in Nba. Darius Thompson, che ho avuto a Brindisi, uno dei dei migliori playmaker di Eurolega, penso che forse lui non sia adattissimo a giocare in Nba, e così tanti altri. Kyle Hines che adesso ha dominato l’Eurolega e e l’Nba non l’ha mai considerato. Com’è possibile? È Sempre pallacanestro, il canestro sempre alto uguale, le righe più o meno sono le stesse. Sì, in Nba c’è qualcosa di diverso, qualcosa che ci ha fatto allontanare negli anni.





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