Il giorno dopo Treviso–Brescia resta addosso una sensazione doppia: brividi per come stava finendo, rispetto per come è finita. La Germani inaugura il campionato con un successo pesante al PalaVerde (102-100 dts), ma la strada per diventare squadra compiuta è lunga almeno quanto l’overtime che l’ha salvata. È una vittoria di nervi e talento più che di sistema: bene per la classifica, utile come promemoria.
Il promemoria lo scrivono i numeri: 21 rimbalzi offensivi concessi (12 nel solo primo tempo) e 19 palle perse. Troppi per un gruppo che ha cambiato zero e che dovrebbe campare di certezze. Il terzo quarto è la cartolina delle fragilità: parziale incassato fino al 72-61, confusione offensiva, break subìto sulle penetrazioni di Ragland e Abdur-Rahkman. Déjà-vu dopo la Supercoppa.
Eppure, quando il gioco si fa duro, Brescia ritrova la sua identità emotiva. CJ Massinburg passa da 0/qualcosa a 19 punti totali, 13 negli ultimi 15’: è la scintilla che riapre due volte una partita che sembrava andata. Jason Burnell è, come spesso accade, l’anima: 15 punti e 13 rimbalzi, la tripla dell’84-84 che prende per i capelli i tempi regolamentari e una presenza continua che non conosce cali.
Nel supplementare la Germani diventa finalmente “Germani”: Nikola Ivanovic estrae dal cilindro due triple (una allo scadere dei 24”), Bilan mette la sua firma da closer (20 punti complessivi), Della Valle aggiunge freddezza dalla linea (24 alla fine) e Massinburg piazza il punto esclamativo dall’arco. È un ribaltone costruito più sulla resilienza che sulla qualità dei possessi, ma conta.
Il dopo-partita fotografa bene l’istante. Matteo Cotelli applaude la capacità di “ricompattarci” e ribadisce l’ovvio: bisogna staccare la spina dai fantasmi dell’anno scorso. Ancora più tranchant Mauro Ferrari: “Se non ci scordiamo lo scorso anno, questa stagione sarà molto difficile”. Messaggio recapitato: l’anima è intatta, il resto va costruito.
Gli “aggiustamenti” sono chiari. Primo: tagliafuori e attenzione strutturale al rimbalzo difensivo, perché 21 extra-possessi concessi a chiunque – figuriamoci a chi ha mano – sono un invito alla sconfitta. Secondo: ridurre le perse non forzate; la metà nascono da fretta e letture pigre. Terzo: dare continuità a Bilan con palloni veri e a ritmo, non solo rifugi last-minute. Quarto: gestire gli alti e bassi di Ndour (7 perse sono un macigno) e riaccendere Rivers in fretta: oggi pesano più i vuoti che i pieni.
C’è, in compenso, una base tecnica e caratteriale su cui lavorare: ADV resta barometro mentale, Burnell garantisce sostanza ogni volta che mette piede in campo, Ivanovic (pur a intermittenza) conserva DNA da clutch, Massinburg è il cambiapasso quando la partita si incarta. La difesa, quando Brescia decide di esserlo, sa ancora sporcare linee di passaggio e trasformare recuperi in inerzia. Ma non può essere un interruttore acceso solo nell’ultimo quarto.
Adesso arriva subito un esame autentico: Trento al PalaLeonessa, sabato. L’Aquila ha travolto Cantù e vorrà misurare la tenuta bresciana proprio dove Treviso ha affondato le mani: ritmo, rimbalzo, penetrazioni sul primo passo. Cotelli dovrà mettere mano alle rotazioni con più prontezza (soprattutto nei momenti di blackout) e pretendere una soglia minima non negoziabile di fisicità e ordine.
Moral della prima: Brescia ha vinto perché è rimasta fedele al proprio carattere. Ma per non vivere di rimonte disperate servirà presto il resto del pacchetto: rimbalzo, disciplina, scelte. L’anima c’è. Ora va cucita addosso una difesa e un attacco da squadra che sa perché vince, non solo come sopravvive.





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