Alec Peters ha giocato e vissuto a Mosca, Istanbul, Atene. Metropoli a confronto con le quali persino Milano potrebbe sembrare piccola. Ma Alec Peters viene da un piccolo centro nella cintura di Peoria nell’Illinois. E’ un ragazzo di provincia: “Lo sono e lo sarò sempre. La semplicità con cui facciamo le cose nella mia famiglia riflette le nostre origini” dice. Quando la sua città venne colpita da un tremendo tornado e lui era al college, nell’Indiana, anche se la sua famiglia non riportò danni, si precipitò a casa per aiutare l’avvio immediato della ricostruzione. “Ogni estate sono felice di tornare a casa e rivivere ancora con i miei”, ammette.
Alec Peters non è neanche nato giocatore di basket. “Sono sicuro che chi mi ha visto quand’ero un ragazzino pensa ancora oggi che lo sport in cui ero migliore era il football americano. Giocavo quarterback. Chi conosce questo sport sa cosa significhi essere il quarterback. Credo mi abbia aiutato a sviluppare quella leadership, la capacità di assumermi responsabilità che ho portato sul campo di basket”. Ancora nella stagione 2009-10 era nel roster della squadra di football. “Ma poi sono cresciuto di statura e sono maturato fisicamente al punto che ho cominciato a vedere un futuro per me nel basket. E poi c’era un aspetto del football che non mi piaceva ed era il tempo trascorso in panchina ad aspettare che tornassimo in possesso di palla e potessi tornare in campo. Le dinamiche del basket dove sei sempre in campo sono più divertenti”.
Da un piccolo centro ad un altro: Alec Peters andò a giocare a Valparaiso, scuola piccola, città piccola. “Valparaiso è una piccola comunità nella quale vedo tanto aspetti comuni con il posto da cui provengo. Sono comunità che mi hanno permesso di diventare quello che sono oggi”. Giocò però talmente bene che avrebbe facilmente potuto trasferirsi e godere di visibilità in un college del più alto livello. “Ci ho pensato, ho riflettuto. Oggi con tutto quello che esiste attorno al basket universitario sarebbe inevitabile. Ma in quel momento non era così, contavano le persone con cui giocavi. I miei compagni erano gli stessi di quando avevo cominciato, sono amici, lo sono anche oggi. Semplicemente rimanere era la cosa giusta da fare e poi la lealtà è un concetto di cui adesso si è perso un po’ il senso ma per me rappresenta un valore da custodire il più possibile”. E poi non aveva bisogno di esposizione. Nel mezzo della sua ultima stagione a Valparaiso (“Detengo tanti record della scuola ma Valpo è una scuola piccola quindi tutto va contestualizzato. Per come vanno le cose oggi, difficile che qualcuno si fermi abbastanza a lungo da battere questo tipo di record. Non so quanto dureranno ma è bello detenerli”) era considerato un giocatore da primo giro del draft. Dopo aver segnato 25 punti e catturato 12 rimbalzi contro Kentucky, numero 1 del ranking, John Calipari disse che quando incontri Peters “devi andare in Chiesa, accendere una candela e non dire parolacce. Lui è uno di quei giocatori che puoi raddoppiare ma usa il suo fade away e non cambia nulla. Letteralmente”.
Il tiro già allora era la sua caratteristica principale. Alec considera decisivo quello che ha fatto da bambino, allenato dal padre e poi da Bryce Drew a Valparaiso: “Mio padre mi ha fatto piangere in palestra quando avevo 10, 11, 12 anni. Aveva chiamato un ragazzo delle nostre parti che in passato aveva lavorato con ragazzi che poi erano andati a giocare al college, ed era della vecchia scuola. Mi faceva fare esercizi che non credo sarebbero consentiti oggi. Mio padre non me l’ha mai detto ma la cosa migliore che ho fatto in quel periodo è stata non mollare. Non ho mai pensato di smettere di andare in palestra. Non ho mai smesso di continuare ad allenarmi, cercare di perfezionarmi. Le fondamenta sono state create allora. Poi, quando sono andato al college, ho giocato per Bryce Drew. Ha giocato nella NBA, ha giocato per i Bulls e anche in Italia. Ora è l’allenatore della Grand Canyon University. Lui è stato un grande tiratore e mi ha aiutato. Mi ha detto: “Ehi, le fondamenta le hai, ora facciamo in modo che il tuo sia veramente un tiro di altissimo livello”. Abbiamo lavorato perché fossi più veloce, consistente, quasi perfetto. E così abbiamo costruito quello che sono adesso. Quello che va sottolineato dei tiratori è che non smettono mai di lavorare sul tiro. Da tiratore non smetti mai di analizzarti, di farti domande: “Ehi, come ti sembra questo? Come ti sembra quello? Cosa possiamo migliorare?”. La perfezione non la raggiungi mai. Devi continuare a lavorarci”.
Fu una frattura da stress al piede a cambiare il corso della sua vita. “Per un periodo abbiamo solo pensato a come riuscire a giocare. Poi quando abbiamo scoperto che in realtà si trattava di una cosa seria avevo due strade percorribili: continuare a giocare e rischiare di compromettere il futuro o fermarsi subito per essere pronto per l’inizio della mia stagione da rookie”. Scelse la strada più prudente e intelligente. “Fermarmi era la cosa giusta da fare ma non è stata una decisione facile: in quattro anni a Valpo avevo giocato tutte le partite e tutte da starter. E mi sono fermato proprio alla fine, quando c’era da giocare un Torneo NCAA in cui sono certo che avremmo potuto vivere la classica esperienza della Cenerentola”. Ma le chance di essere una prima scelta erano compromesse. “Un infortunio ha cambiato la traiettoria della mia vita. Ce lo diciamo spesso con mia moglie. In un attimo sono passato dal primo giro del draft, con quello che significa, a dover attendere tutta la sera per sentire il mio nome. E finii nella peggior squadra della Lega, un’esperienza orribile, con un contratto two-way e alla fine la disponibilità a venire in Europa”, ricorda.
Fu Phoenix a selezionarlo al secondo giro destinandolo ad una stagione ambulante tra i Suns e la G-League. Fino all’ultima gara della stagione. Ininfluente, con tante riserve in campo, a Dallas, in cui comunque segnò 36 punti. Qualunque cosa si possa pensare sono sempre 36 punti in una partita NBA. “Non dico che avessi bisogno di sentirmi dire che ero bravo ma quella è stata la partita in cui non potevano fermarmi e mi sono detto che ero uno dei migliori tiratori del mondo e potevo giocare nella NBA. Non era importante che fosse l’ultima partita della mia carriera NBA – ha reso tutto più poetico -; se c’erano in campo due squadre mediocri e tanti giocatori assenti. La notte il mio cellulare è esploso di notifiche ma poi alle due di notte guardando la tv sul divano, mangiando pop-corn, mi sono detto che alla fine ero sempre lo stesso di prima. Dovevo continuare a costruire, senza aggrapparmi a quella partita. E così sono finito a Mosca”.
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