La Reyer Venezia torna in finale scudetto dopo la vittoria in semifinale playoff contro la Virtus Bologna. In sala stampa Neven Spahija parla di una serata storica per il club, sottolineando la mentalità della sua squadra e il valore dell’impresa compiuta contro i campioni d’Italia.
«Era una partita dove si crea la storia della pallacanestro della Reyer. Abbiamo vinto contro i campioni d’Italia, con il fattore campo a loro favore. Dopo tre anni soffrendo tanto, siamo riusciti ad andare in finale. Non è più la finale come al solito Bologna-Milano, questa volta è Reyer-Milano».
Il coach croato fa i complimenti a tutto l’ambiente veneziano: «Complimenti ai nostri ragazzi, complimenti a tutta la società. Veramente una cosa buonissima e bellissima per tutti, soprattutto per i nostri tifosi. Sono stati straordinari, hanno capito che questa squadra non molla mai».
Spahija spiega così la vittoria: «Se qualcuno chiede come mai abbiamo vinto questa partita, posso rispondere: proprio per questa mentalità. Noi abbiamo sbagliato tantissimi, tantissimi, tantissimi tiri, però siamo stati sempre lì, siamo sempre a lottare, mai mollare. Abbiamo capito che se facevamo un tiro da tre o due tiri da tre saremmo tornati. E alla fine lo abbiamo fatto».
L’allenatore della Reyer sottolinea poi l’orgoglio per il gruppo: «Sono molto, molto orgoglioso del mio staff tecnico e dei nostri giocatori. Giocare la finale in una Lega così competitiva, così forte, contro una squadra di Eurolega che aveva il campo a favore, è un grande risultato».
Poi il pensiero va già alla serie scudetto: «Io sono un allenatore con tanta esperienza e capisco queste situazioni molto bene. Non è la prima volta che gioco una finale di campionato. Dobbiamo essere umili, con la testa giusta, per preparare questa finale dove sappiamo che giochiamo contro la miglior squadra in Italia».
Sul quarto quarto decisivo, Spahija entra nel dettaglio: «Penso di averlo detto prima: abbiamo fatto due tiri da tre con Jordan Parks. Abbiamo fatto un po’ di cambi, un quintetto un po’ diverso, e di là abbiamo rubato. Non si aspettavano questo da noi».
A chi gli chiede dell’assetto senza centro, con Wiltjer in campo al posto di Tessitori, risponde: «Questa è una decisione mia. Se avete seguito tutta la stagione, non è la prima volta che abbiamo fatto questo. Solo il merito di questa partita è un po’ più pesante».
Poi una battuta sui protagonisti della serata, da Tessitori a Cole e Parks: «Pagella tutti 10 domani. Sono giocatori miei, sono giocatori che alleno da dieci mesi. In 40 minuti davanti al nostro pubblico qualcuno deve giocare, perché nel primo tempo abbiamo sbagliato tutto, anche nel terzo quarto abbiamo sbagliato tutto. Però sempre la stessa mentalità: avanti senza mollare».
Alla domanda se fosse stata ancora una vittoria di cuore, Spahija allarga il discorso: «Il cuore è sempre lì, però c’è anche qualità. Se vinci contro una squadra con questo talento che ha Bologna, con questa fisicità, con quello che ha giocato Niang stasera, NBA puro, c’è anche qualità».
Il coach della Reyer rende merito anche agli avversari: «Voglio fare i complimenti a Bologna, hanno giocato bene. Non è una squadra che ha mollato, che ha lasciato, che non era in buona forma. Dopo la nostra vittoria a Bologna si diceva: la Reyer vince perché loro sono stanchi, perché hanno avuto otto sconfitte consecutive. Adesso abbiamo proprio fatto vedere che questa Reyer può giocare in ogni condizione».
Spahija rivendica anche il lavoro tecnico: «C’è qualità tecnica, tattica, scouting, game plan e game execution. Come ho detto l’altra volta, quando abbiamo parlato di partita 2, eravamo stati underperforming».
Sulla dedica della vittoria storica, il tecnico non sceglie un solo nome: «Io dedico sempre queste vittorie ai miei giocatori, ai miei allenatori, al nostro proprietario, ai nostri tifosi, a tutti quanti. In questo momento non esiste una persona sola a cui posso dedicare. Siamo tutti assieme, abbiamo lavorato dieci mesi duri, in momenti difficili, sotto critica, ma abbiamo reagito sempre zitti, a lavorare. Adesso viene il frutto di questo: come si dice in Italia, il lavoro paga. Dunque la dedico a tutti».
Infine, il retroscena sul saluto con Obradovic nel tunnel: «Ha fatto i complimenti. Non so quante partite nella mia vita abbiamo giocato uno contro l’altro. Ci conosciamo da prima che lui cominciasse a essere allenatore, da quando era giocatore. C’è un po’ di storia».





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