Intervistato da Matteo De Santis su “La Stampa”, Momo Diouf ha ricordato il momento in cui a 6 anni è sbarcato in Italia provenendo dal Senegal: “Ero sorpreso da ogni cosa, forse quasi spaventato. Tutto quello che avevo visto e fatto in Senegai era completamente diverso da quello che trovavo in Italia. Fu uno shock. All’inizio alternavo il basket con il calcio. Spesso mollavo la pallacanestro, non mi piaceva granché. Una volta cresciuto d’altezza, mi hanno detto: “Devi provarci davvero”. Ho pensato di smettere di nuovo, poco dopo, per il football americano. Mia madre mi ha minacciato e convinto a non cambiare.
Diciotto anni dopo è anche cambiato l’Italia e il rapporto che ha con i ragazzi di colore: “Ora è un Paese più aperto. Quando arrivai erano gli albori dell’era multietnica, ora la presenza e la convivenza di tanti ragazzi e tante ragazze di origini differenti è molto più normale, un segno del cambiamento dei tempi”.
Tra i professionisti, Diouf ha vestito le maglie di Reggio Emilia, Breogan e Virtus Bologna: “Un bel viaggio. A Reggio sono cresciuto e l’esperienza in Spagna, nonostante l’infortunio, mi ha responsabilizzato molto. A Bologna è stato tutto istruttivo: giocare in Eurolega, vincere lo scudetto”.
Momo è anche tornato sugli insulti razzisti ai ragazzi della Nazionale Under 20 che hanno conquistato la medaglia d’oro: “Queste cose, purtroppo, succedono sempre e dovunque. I ragazzi sono stati bravi a rispondere sul campo, zittendo quella gente con i risultati. Bisogna anche saper chiudere le orecchie e non ascoltare, capendo che chi insulta è qualcuno che prova a rovinare le giomate degli altri solo perché non ha sfruttato le possibilità avute nella propria vita. Se è capitato anche a me di essere insultato? Sì, ma alla fine io rido sempre. Vedo una persona del genere sui social, rido e penso: come fai a perdere tempo per scrivere certe cose a uno che non conosci E neanche ci metti la faccia”.





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