Matteo Imbrò: “Treviso società ben organizzata, in città c’è grande amore per lo sport”

Matteo Imbrò: “Treviso società ben organizzata, in città c’è grande amore per lo sport”

La guardia della De Longhi protagonista della diretta Instagram di Basket dalla Media

Matteo Imbrò, guardia della De Longhi Treviso, è stato protagonista della diretta Instagram di Basket dalla Media condotta da Marco Barzizza. Un viaggio a partire dalle giovanili in giro per l’Italia (Trapani, Siena e Virtus Bologna), passando per la gavetta e gli infortuni, che l’hanno portato a essere capitano di Treviso con la voglia di tornare anche a vestire la maglia azzurra, che lo vide sollevare il titolo Under 20 nel 2013.

Stagione trascorsa.
“Eravamo in una discreta posizione, ci sarebbero state altre partite in casa da giocare e la sensazione era che potessimo migliorare, non peggiorare. In base alla classifica eravamo salvi, anche se poi lo stop del campionato e la non assegnazione di titoli né retrocessioni ha reso nulla la stagione. Cosa mi porto dietro? A livello personale ho iniziato dopo perché ho avuto l’infortunio in precampionato. Quando stavo andando meglio si è fermato tutto quindi non posso dare un giudizio personale”.

Quando avevi 19 anni, al primo anno da capitano in A della Virtus, un grave infortunio ti fermò diversi mesi, interrompendo l’esplosione della tua carriera.
“Da quell’infortunio mi sono ripreso bene. Stando fuori 6 mesi ovviamente ho perso allenamenti, esperienza ecc, ma ho guadagnato in spirito, nel non mollare mai. Se non ti ammazza quello puoi solo diventare più forte. E’ stato un salto mentale oltre che fisico, sono cresciuto come persona più che come giocatore. Da lì il mio approccio è cambiato, ho capito l’importanza delle piccole cose, un po’ come adesso in cui siamo tutti fermi: il semplice fatto di allenarti e incontrare compagni, lo staff, il custode, la gente che ruota attorno alla squadra”.

Sei dovuto scendere di categoria per ritornarci da protagonista.
“Dopo l’infortunio ho giocato un altro anno in A, ma volevo andare in una squadra dove poter sbagliare e giocare tanto. Ho preferito scendere in A2, fare esperienza e avere responsabilità importanti. Questo mi ha fatto crescere, poi si è presentata la possibilità di Ferentino, dove incontravo il mio ex compagno Gigli e Bulleri, che sarebbe stato il mio cambio, quindi pensavo di poter solo imparare e così è stato”.

E’ una bella responsabilità essere capitano?
“Quando ero alla Virtus ero un ragazzo un po’ più istintivo, crescendo si matura e si vedono cose diverse. Il fatto di avermi scelto come capitano in giovane età credo sia dovuto all’aspetto caratteriale: sono uno tranquillo che può trasmettere serenità alla squadra. E’ molto bello che si condivida tutto, così come lo oggi è da capitano a Treviso. Non c’è ovviamente un obbligo che i compagni debbano venire a dirmi le cose, si condivide e io fuori dal campo cerco di dire la mia in modo pacifico per fare da collante nello spogliatoio”.

Il compagno che ti ha stupito di più?
“David Logan. Mi chiedono sempre i giocatori più forti con cui ho giocato e nonostante l’età, Logan è uno di questi. Ancora oggi schiaccia in 360°. Nella prima amichevole giocata a Trento, tutti dicevano fosse vecchio, post infortunio e lui si presenta in riscaldamento tirando fuori schiacciate pazzesche, sono rimasti tutti a bocca aperta. Se adesso fa queste cose, pensa quando era a Sassari. Poi ho avuto l’opportunità di essere suo compagno di stanza e di conoscerlo anche dal lato umano, anche se parla molto poco”.
Resterà a Treviso?
“Non ne ho idea, bisognerebbe chiedere a qualcuno più in alto di me”.

Come ti trovi a Treviso?
“Sapevo che sarei andato in una società ben organizzata. Il primo anno non è stato malvagio perché quando sono arrivato ho subito sentito il calore dei tifosi. La città è piccola, non c’è traffico, si mangia bene, non ti puoi trovare male. Le persone in società sono super. Il secondo anno, con il fatto di essere stati primi, di aver vinto la Coppa Italia, si è vista proprio la passione della città, dei tifosi e della gente, che non viene per strada a fermarti – sono riservati e ti concedono i tuoi spazi -, però al palazzetto senti proprio il calore e la passione. A Treviso c’è grande amore per lo sport ho visto, non solo per il basket, ci tengono molto”.

A che punto ti senti della carriera?
“Dopo quest’anno che è stato transitorio, credo si possa solo migliorare. Doveva essere il primo anno dopo quattro in A2, diciamo che è un punto fermo ora. Non sappiamo come andrà in futuro, è come se fosse un nuovo punto di partenza per tutti, con tante incertezze, non solo per me ma per il basket italiano”.

Come immagini la ripartenza?
“In questi momenti ti accorgi della bellezza delle cose semplici che fai tutti i giorni: ci sarà più voglia, emozione, competitività e agonismo, perché sarà mancato troppo a tutti. Sarà una grande gioia la ripresa dello sport. Difficile immaginare di ricominciare a porte chiuse, perché noi giocatori siamo abituati ad avere il tifo, ma ci adegueremo. Preferirei iniziare anche un po’ più in là nel tempo, ma se possibile a porte aperte; inizialmente anche con meno tifosi per il distanziamento sociale che dovrà essere rispettato, ma non a porte totalmente chiuse”.

Tessitori e Fotu via da Treviso?
“Non spetta a me decidere. Adesso ci sono molti se e ma, credo che come si stia a Treviso non si stia da altre parti, ma ognuno giustamente deve guardare alla propria carriera e se trovano qualcosa di meglio non posso dire nulla, sarò un loro tifoso e sarò contento per loro in ogni caso”.

Nazionale?
“La voglia di tornarci c’è ed essere tornato in Serie A e poter dimostrare il mio valore è un’opportunità. E’ sempre un sogno, mi piacerebbe giocarci, vediamo l’anno prossimo. L’europeo U20 vinto? Non so quanto possa valere come differenza tra giovanili e senior, ma una medaglia c’è e un’altra volta siamo arrivati quarti. Sarebbe bello vincere qualcosa anche con la maggiore. Nei prossimi anni ci sarà il cambio generazionale e tutti vorranno dimostrare qualcosa in più. Vedo che ci sono buoni propositi e giocatori che stanno crescendo”.

Quanto è stato difficile allontanarti da casa fin da ragazzino?
“Io e mio fratello – due anni più grande di me – siamo andati via nello stesso periodo: lui a Siena e io a Trapani, perché ero in 3a media e non volevo allontanarmi troppo da casa. Inizio difficile perché abiti con altri ragazzi, devi andare in una scuola nuova, amici nuovi; ma dopo il primo anno così a Trapani sapevo cosa mi aspettava. Quando sono andato a Siena c’era mio fratello, ero agevolato dalla sua presenza. Da lì in poi è stato meno difficile. I miei non mi hanno mai fatto mancare nulla e poi ho conosciuto tanta gente, ho creato bellissimi rapporti. La cosa che mi porto dietro dalle tante esperienze in diverse città (Trapani, Siena, Bologna) sono proprio le persone conosciute, soprattutto quando ero più piccolo perché andavo a scuola e vivevo molto di più la giornata. A Siena torno spesso perché mio fratello vive lì e mi piace la città, a Bologna pure: vivevo in centro e mi è sempre piaciuto molto girare a piedi e scoprire le città in cui vivevo”.

A Bologna, sei stato su entrambe le sponde cestistiche.
“Sono stato agli Eagles Bologna perché li ritrovavo il mio allenatore a Siena, Salieri, che mi ha chiamato; ma intanto facevo le giovanili alla Virtus. Era un po’ difficile (ride, ndr), ma devo dire che quell’anno è stato bello perché nonostante fossimo in B2 andavamo in trasferta con 500 tifosi al seguito, cosa che non mi sarei aspettato. Poi facevo le giovanili in Virtus quindi mi prendevano tutti in giro, anche a scuola ovviamente, ma era sempre un gioco, un divertimento sia per me che per loro. Sono infatti rimasto in buoni rapporti con entrambe le parti”.

Esordio in Virtus?
“Il mio percorso è stato di iniziare dalle serie minori. Poi dopo la B2 dovevo andare in prestito alla Fortitudo ma non si trovò l’accordo, quindi rimasi in Virtus a giocarmi un posto. Fortunatamente coach Finelli e Bencardino (preparatore atletico) decisero di darmi un’opportunità e in precampionato, senza Poeta e Gigli che erano con la Nazionale, mi ritrovai play titolare, ho dimostrato che potevo stare in campo e da lì in poi mi hanno concesso minuti. La mia prima partita da giocatore di A è stata contro il CSKA Mosca in amichevole, non delle più facili. Davanti avevo Aaron Jackson, Drew Nicholas, Sonny Weems, ero emozionato. Poi iniziata la partita basta, non contava più chi avessi davanti. Da lì in poi ho cominciato a giocare sempre di più. L’esordio ufficiale è stato fuori casa a Cremona, in casa la seconda con Milano ed è stato pazzesco. Abbiamo vinto alla fine, ho giocato bene e c’era la curva della Virtus piena. Ero abituato al tifo ma non in palcoscenici così importanti. Lì ho pensato di essere arrivato dove volevo arrivare, anche se per come sono fatto volevo sempre di più”.

Fonte: Basket dalla Media.

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