La normalità vincente di Walter De Raffaele: “Godiamoci l’epoca”

La normalità vincente di Walter De Raffaele: “Godiamoci l’epoca”

Tanti temi nella lunga intervista a De Raffaele: "La sensazione che ECA spinga per una ripresa. Per quanto ci riguarda ci piacerebbe avere la possibilità di riprendere, al di là di tutte le difficoltà, garantita la sicurezza della salute. Mahalbasic Sicuramente, insieme ad altri, fa parte di un gruppo di giocatori che noi seguiamo"

Walter De Raffaele è il coach italiano che ha vinto di più in questi ultimi quattro anni. Basta pensare ad una clamorosa statistica che lo vede appaiato ad allenatori che hanno vinto un anno si e uno no e poi ancora lo scudetto; peraltro cosa successa solo tre altre volte con coach straordinari che rispondo ai nomi di: il Professor Asa Nikolic 1971 e 1973 con Varese, Valerio Bianchini con Cantù e la Virtus Roma nel 1981 e nel 1983, Ettore Messina 2001 e 2003 con la Virtus Bologna e appunto Walter De Raffaele 2017 e 2019.
La parola vittoria gli appartiene. Il coach livornese ricorda alcune delle tante vittorie che hanno avuto per la sua squadra un significato importante, entrando nei particolari tattici di alcune di esse. L’attesa dell’Umana Reyer per un eventuale ripartenza ai primi di luglio di EuroCup, il mercato orogaranta soprattutto De Raffaele come uomo sono alcuni dei tanti temi di questa conversazione.

Per lei quale è stata la vittoria più bella da allenatore della Reyer?
“Una delle vittorie più belle, avevo appena preso la panchina da primo allenatore a metà stagione, è stata ai playoff dopo aver passato il primo turno con Cremona: fu la vittoria di gara1 al PalaDesio con L’Olimpia Milano nella stagione 2015-16. Una vittoria che ci ha dato la consapevolezza di aver fatto un passo avanti e di cominciare a crescere al di là di come andò la serie. Vincere a Milano la prima partita, dove i favori del pronostico erano totalmente dalla parte loro, fu molto pesante tenendo presente che si veniva da un momento non facile. L’altra partita, qui parlo proprio di qualità di gioco, fu la gara5 di semifinale scudetto della stagione 2018-19 giocata al PalaRadi con Cremona. Ritengo sia stata una delle gare tatticamente e tecnicamente più complete, soprattutto perché all’interno della serie siamo migliorati rispetto alla conoscenza dell’avversario e siamo scesi in campo lucidi nel momento decisivo. Già dalla rifinitura della mattina la squadra era molto concentrata, c’era molta attenzione ai particolari. In generale fu una serie bellissima con un avversario che giocava un basket spettacolare tenendo presente che quella gara non aveva un domani ed era da dentro o fuori. Devo dire, pensandoci bene, anche la vittoria al Forum in regular season con Milano nella stagione 2017-18 quando si fece male Gediminas Orelik. Quella gara, nel dramma di un così grave infortunio, ci regalò in un momento difficile una spinta non da poco; giocammo tatticamente con grandissima attenzione. Vincere con l’Olimpia in casa loro non è mai semplice ed era importante consolidarsi come una squadra strutturata.”
La vittoria più sofferta e quella inaspettata?
“A volte capita di giocare delle partite pensando di non poterle vincere. Una vittoria fra le più sofferte, anche per il momento che attraversavamo, sicuramente è stata quella al PalaRuffini con Torino nel campionato 2016-17. Una partita vinta al supplementare con mille emozioni e altrettanto importante perché è stato uno di quei momenti di svolta della stagione. Insieme a questa metto anche quella giocata al Taliercio con Pistoia nella stagione 2016-17: è una di quelle partite che io chiamo “click” nel senso che ha portato ad una svolta fondamentale. Fu una gara da parte nostra soffertissima chiusa male nel primo tempo rimanendo sempre sotto, poi con qualche accorgimento e grande volontà la portammo a casa. Vincere quella partita è stato come una sorta di un nuovo inizio.”
La vittoria della tattica?
“Posso dire che la tattica è una cosa che mi appartiene e che amo. Mi piace enfatizzare qualche limite dell’avversario, coprendo più possibile i nostri punti deboli. Tutta la serie playoff con Avellino del primo scudetto è stata tatticamente di grande valore, direi stimolante. Davanti avevamo un squadra di grande talento: Fesenko da dover limitare come presenza fisica dentro l’area, Leunen che aveva disputato una delle sue stagioni migliori, di fatto era un altro playmaker aggiunto e in attacco Joe Ragland giocatore a tratti inarrestabile. Nella gara4 al PaladelMauro, la sera prima, con tutto lo staff, abbiamo pensato a diverse situazioni per poter limitare Avellino. Anche quella partita, così decisiva, venne giocata tatticamente nel modo giusto. Alla fine l’aspetto tattico è fatto di semplici scelte. Nella partite scegli quello che può essere il male minore. Noi avevamo individuato nel non far giocare Ragland il fattore principale che poteva far innescare gli altri compagni ed escludere Leunen. Conseguentemente rimaneva più spazio per Fesenko, ma era un rischio calcolato. Non a caso nelle prime gare l‘ucraino fu un elemento importante, ma lo ritenevamo a lungo andare un fattore non così fondamentale per determinare l’esito della serie di semifinale. Un’altra scelta fu quella di andare il più possibile con un quintetto piccolo quando loro invece adoperavano cinque giocatori fisici; facendo noi giocare insieme Peric ed Ejim cercavamo di proteggere lo stesso Melvin Ejim dentro l’area con qualche accorgimento. All’interno delle serie playoff il leitmotive
è proprio di fare delle scelte, ma la capacità più importante durante una partita è quella di cambiare o di avere la capacità di riconoscere se le cose non funzionano avendo pronti diversi piani partita. È ovvio che l’obiettivo rimane quello di vincere però perseguendo, senza essere ottusi, la propria filosofia di allenatore e quella del proprio staff.”
E la vittoria del cuore?
“In realtà è una sconfitta e mi riferisco a quella nel quarto di finale di andata di Champions League giocata in Turchia con Pinar Karsiyaka. Una sconfitta che mi ha avvicinato tanto alla squadra perché arrivammo in un ambiente a dir poco difficile. La squadra all’inizio sbandò, andando sotto di 15 punti. La gara poi diventò una vera battaglia e la squadra ebbe una reazione di grande cuore e di coesione che fu commovente. Una sconfitta di soli 3 punti, per le condizioni ambientali e per come si era messa la partita: uscimmo dal campo come se avessimo vinto. È stata una sconfitta del cuore in considerazione del fatto che poi c’era la gara di ritorno da giocare che ribaltammo e che ci diede la possibilità di disputare una storica Final Four. Poi c’è una sconfitta, per quanto dura, che credo ci abbia aiutato molto: mi riferisco proprio a quella subita con Tenerife nella semifinale di Champions League. Dopo la gara, confrontandomi con la squadra e con lo staff dirigenziale, ci siamo resi conto -per come Tenerife aveva controllato il match- cosa sarebbe servito per vincere e cosa serviva per impattare certe tipo di partite e di avversari. Devo dirlo: è stato un punto fondamentale per noi, una vera presenza di coscienza da parte di tutti che serviva a fare quel salto per qualcosa di importante che poi culminò con il secondo posto in regular season del campionato e poi con la cavalcata del primo scudetto.”

Nell’immediato potrebbe esserci una ripresa dell’EuroCup. Domani l’ECA deciderà se terminare i due tornei continentali più importanti. Che sentori ha di un eventuale ritorno in campo?
“Sinceramente non riesco a percepire quale sarà la direzione e la decisone che prenderà l’ECA. La sensazione che ECA spinga per una ripresa, ma onestamente penso sia una cosa molto difficile, non so che decisone verrà presa dagli undici Club con licenza pluriennale di EuroLeague. Un’eventuale ripresa, comunque, porterebbe dietro parecchie difficoltà sia dal punto di vista organizzativo che dal punto di vista sanitario perché vengono coinvolte tante squadre di Paesi diversi con situazioni e regole differenti. Per quanto ci riguarda ci piacerebbe avere la possibilità di riprendere, al di là di tutte le difficoltà, garantita la sicurezza della salute, perché comunque è una delle chances che è rimasta per sognare e soprattutto per concludere un bellissimo percorso fatto in Europa che per la prima volta ci ha visto arrivare ai playoff di EuroCup. Di un aspetto bisogna però tenere conto. I nostri giocatori USA rientreranno senza alcun problema, nonostante che in questo momento prendere dei voli aerei non sia semplice, ma tenendo presente che i giocatori hanno un grande attaccamento alla maglia e la voglia di continuare l’ottimo percorso fatto in EuroCup. Il tempo sarebbe davvero ridotto e la mia preoccupazione è soprattutto quella a livello di preparazione perché dopo una sosta così lunga una riattivazione con un lavoro di squadra di tre/quattro settimane sono sostanzialmente poche. La preoccupazione deriva dal fatto di ipotetici infortuni. Se dovesse esserci una ripartenza del torneo in qualche modo ci faremo trovare pronti.”
Il mercato dell’Umana Reyer è sempre attento a nuovi inserimenti posto che sarà confermato il nucleo storico della squadra. Ci sono però alcuni nomi anche importanti, come ad esempio Rasid Mahalbasic, che vengono accostati al Club. “Il lungo” sloveno/austriaco tecnicamente è un ottimo giocatore; in un sistema di gioco come il vostro potrebbe essere quell’elemento per farvi fare un ulteriore salto di qualità?
“In questo momento il fatto che siamo in grado di fare mercato dimostra la solidità profonda del Club. Aggiungo che se ci accostano certi tipi di giocatori di grande valenza significa avere una credibilità europea importante. Mahalbasic è un giocatore che in EuroCup, in entrambe le partite giocate nell Top16 con Oldenburg, ci ha fatto molto male ed è stato un vero fattore. Sicuramente, insieme ad altri, fa parte di un gruppo di giocatori che noi seguiamo. Non c’è soltanto lui perché stiamo analizzando anche altre situazioni che riguardano il pacchetto dei lunghi cercando di farlo il più completo possibile. Come caratteristiche è un giocatore di talento dentro l’area, ma anche fuori che sa passare molte bene la palla. Per noi era importante confermare il maggior numero di giocatori ed è un’altra dimostrazione di quanto la Società sia molto attenta alla continuità e al lavoro delle persone. Parlando con il Presidente Federico Casarin abbiamo avuto la sensazione e la percezione, avendo interrotto così presto la stagione, che questo gruppo possa fare un “ultimo ballo” (visto che siamo reduci da The Last Dance) anche con due/tre innesti nuovi, come d’altronde abbiamo sempre fatto ogni anno mantenendo però la filosofia e la continuità; di questo va dato merito alla Società che è sempre riuscita a confermare il blocco di giocatori.”
L’aspetto tecnico/tattico della squadra. Tralasciando il resto, la difesa, anzi le difese, sono risultate determinanti per tanti successi. Questa squadra si esalta nel difendere e spesso toglie “l’anima” all’avversario.
“L’aspetto difensivo lo costruisci pian piano. È naturale che in fase di costruzione devi avere caratteristiche di giocatori dediti al sacrificio. Noi abbiamo raggiunto un momento dove c’era il piacere di difendere, pure nella disponibilità da parte di tutti nell’aiutare il proprio compagno. Devo dire -e ciò vale anche per l’attacco- che la difesa è sempre stata un aspetto sul quale ho puntato in tutte le squadre che ho avuto. Faccio un esempio su tutti: quando hai giocatori di enorme talento, come Austin Daye, che all’inizio in difesa faceva fatica e basava il suo gioco sulle grandi qualità offensive, talvolta la squadra non lo accettava. Nel momento in cui lui ha deciso di fare il massimo per le sue capacità difensive -che sono soprattutto di furbizia e di una grandissima intelligenza cestistica- il sacrifico degli altri nel fare e coprire la parte dove lui faticava di più è stata decisivo. Nel momento in cui c’è un’attitudine e la disponibilità da parte di tutti a dare il massimo rispetto alle proprie caratteristiche allora c’è un sacrificio maggiore. Questo è il nostro concetto di squadra. Chi viene alla Reyer sa che troverà questa tipo di cultura e questa mentalità del lavoro e noi cerchiamo di aggiungere giocatori che siano confacenti a questo modo di intendere le cose. Nel complesso abbiamo fatto partite a 60 punti, ma anche a 90. Certamente per noi la fase difensiva è un elemento importante perché resto persuaso che aiuti a vincere.”
Da giocatore lei ha giocato playmaker: ciò risulta nel feeling che ha avuto e che ha con play come Haynes, Stone e De Nicolao, pur essendo molto diversi tra loro. Quanto è stato importante e ha inciso questo ruolo nella sua crescita come allenatore?
“Quando giocavo rompevo le scatole agli allenatori Alberto Bucci, Gianni Zappi e a tutti quelli che mi hanno allenato perché mi è sempre piaciuto vedere, capire e pensare il gioco visto, pur non avendo qualità fisiche e tecniche eccelse come giocatore. Mi piace molto avere un feeling mentale e tecnico con il playmaker. Spesso le letture che ho con il mio giocatore sono le stesse, capita a volte che siano diverse, però la connessione mentale con il play per me è fondamentale perché loro devono essere la mia estensione in campo. Poi nello specifico Andrea De Nicolao ha delle licenze in più, e Julyan Stone le ha totalmente nell’aspetto difensivo. Con MarQuez Haynes con cui c’era un confronto costante e molto importante.”
Il suo rapporto speciale con il Presidente Federico Casarin?
“Con Federico ci conoscevamo prima che io arrivassi alla Reyer. In questi anni vissuti insieme nel Club si è creato un rapporto di affetto e profonda amicizia, un qualcosa che va al di là del basket; per me e la mia famiglia è una persona speciale. Sono quelle che cose che personalmente mi riempiono, quando tutto questo finirà o cambieranno le cose dal punto di vista professionale, il rapporto rimarrà intatto. Il Presidente, oltre alle sue capacità dirigenziali, il fatto che anche in panchina abbia un visione proprio da playmaker e da ex giocatore, ti dà quella lettura di istinto che risulta importante. Tra di noi c’è un assoluto rispetto dei ruoli: lui è il Presidente, io l’allenatore e su questo non si transige. Il nostro è un confronto quotidiano e diretto e quello che viene deciso è sempre una cosa che viene condivisa.”

Nonostante i tanti successi professionali coach De Raffaele ha sempre avuto negli anni un atteggiamento dentro e fuori dal campo equilibrato, educato e rispettoso con le persone, relazionandosi con esse nella stessa maniera senza fare differenze. Questo aspetto è una sua caratteristica innata, viene utilizzata anche nei rapporti con tutti i suoi giocatori e con l’intero staff del Club?
“Cerco di essere me stesso. Con i miei giocatori ho sempre avuto un rapporto nel bene e nel male molto diretto e schietto. Questo modo di essere e rapportarmi con le persone è un mio modo di vivere, Non mi sono mai posto il problema e non vedo il motivo per cui dovrei pormi in maniera diversa da quello che sono. Ecco perché, comunque, c’è una grande sintonia con chi quotidianamente lavora con me spalla a spalla; con il Presidente Casarin e con Patron Brugnaro è veramente un modo che mi veste completamente e credo che sia la nostra forza. Il fatto, ad esempio, di non voler cercare a tutti i costi la ribalta, può sembrare una minore considerazione in generale, ma in realtà è un modo che mi/ci appartiene e che forse proprio ci ha portato a certi risultati. Nella mia carriera, sia da giocatore che da allenatore, sono partito dal basso e so cosa vuol dire essere considerato, oppure avere una coesione trasversale delle varie componenti di questo mondo. Una considerazione o una parola in più non costa niente che sia fatta ad un giocatore piuttosto che ad un collaboratore. Essere coinvolti fa piacere a tutti, compresi i tifosi: ecco perché da parte mia c’è molta disponibilità in molte altre cose. Tutto questo non è niente di pensato, ma è il mio modo d’essere. Può anche risultare un difetto; talvolta relazionarsi così in modo diretto non è apprezzato da tutti.”
Un altro aspetto del coach livornese è quello, sia nelle vittorie che nelle sconfitte, di non esaltarsi. Perché?
“Nelle vittorie talvolta me le godo poco, perché poi penso a cosa succederà dopo, alla prossima partita o al prossimo obiettivo. Il fatto di non esaltarmi rientra sempre nel mio carattere. Non è che io e la Società, non diamo peso a quanto abbiamo fatto, anzi siamo consapevoli di quante cose straordinarie abbiamo conseguito in questi anni. Sul discorso delle sconfitte è naturale che ci sono dei periodi difficili durante una stagione, ma io non mi arrabbio tanto per la sconfitta in sè, ma quanto per il trend negativo: cerco di avere la percezione della squadra. Devo dire che ho la fortuna di avere uno staff che anche umanamente mi conosce; poi c’è il Club che proprio nei momenti di massima difficoltà punta ulteriormente sulle persone. Nessuno viene lasciato indietro o abbandonato. Peraltro è chiaro che cambiamenti e scelte difficili li abbiamo fatti.”
L’attaccamento fortissimo alla sua famiglia è un altro aspetto determinante anche nei successi professionali?
“A questa domanda rispondo in questo modo. La mia famiglia mi ha raggiunto stabilmente da quattro anni e sono quattro anni che vinciamo. Io vivo per la mia famiglia anche in senso allargato. Le persone che amo mi danno equilibrio e forza in tutti i momenti, Quello che ottengo dal punto di vista professionale lo condivido con loro ed è una cosa che mi riempie di gioia: è una delle cose più emozionanti.”

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