Intervistato da Giulia Arturi su “La Gazzetta dello Sport”, Gianluca Basile ha raccontato come sono attualmente le sue giornate fuori dal campo: “Faccio tante cose, vivo a Capo d’Orlando. Mantengo l’associazione “Musetti Randagi”, cerco casa ai cani randagi, che ormai sono come dei figli. Poi mi occupo degli ulivi. Ci vuole tempo e impegno. È una scelta: ho un senso di libertà che non ha prezzo. A volte non tomo neanche a mangiare, certo non mi annoio. Mi piacerebbe anche viaggiare, con lo sport ho girato tanto, ma viaggiare è diverso. Amo il mare d’inverno e pensare che io ei vivo al mare. Le mie figlie sono cresciute, ora anche la terza fa il quinto anno delle superiori. La mia scelta di vita è la felicità: vivere bene, in serenità, senza mettermi pressione e ansia, com’era quando giocavo”.
Basile ha anche raccontato di come ha affrontato quest’ansia nel corso della carriera: “Ho sempre convissuto con le mie ansie e le mie paure. Da piccolo ero timido e insicuro, e me lo sono portato dietro. La scuola non mi piaceva e la pallacanestro è stata la mia salvezza. Ne sono uscito sempre da solo, con le mie forze, la mia mentalità e i consigli di mio padre, che forse ci credeva più di me. I primi anni a Reggio, ma anche a Bologna, dovevo competere con giocatori fortissimi, e la paura di non essere all’altezza. Con l’impegno sono riuscito a colmare tutti questi vuoti, questi dubbi, queste crisi d’identità. Le mie partite, anche quelle migliori, non le rivedevo. Pensavo: “È impossibile che ho fatto io quella prestazione”. E allora, facevo molto affidamento sul lavoro. Allenarmi in un certo modo, con metodo, mi dava la sicurezza in partita. Non c’erano altre strade che il duro lavoro, la costanza e la determinazione. Poi certo, con la maturità acquisti fiducia, ma all’inizio era un disastro”.
Quali sono stati gli anni più belli della sua carriera? “Quando sono tornato dal Barcellona, dove sono stato benissimo: città ed esperienza meravigliose. A Cantù mi sono divertito. E poi a Capo d’Orlando, con Pozzecco, Soragna, gli amici. Era facile giocare con loro. Io davo tante cose per scontate nella pallacanestro. Mi sembrava impossibile non vedere certi passaggi o certe situazioni. Nell’ anno in A2, il Poz mi ha aiutato ad avere pazienza, a insegnare, e abbiamo creato un grande gruppo”.
Basile adesso è passato ai ritmi di vita più lenti dei suoi ulivi: “È come se fosse un campionato. Finisce una raccolta e hai un anno di tempo per preparare la prossima. Nel frattempo, c’è la potatura e tantissime altre cose a cui stare attenti: l’albero cresce e tu te ne devi prendere cura”.





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