Giancarlo Ferrero: Faccio fatica a immaginare il nostro palazzo a porte chiuse

Giancarlo Ferrero: Faccio fatica a immaginare il nostro palazzo a porte chiuse

Le parole del capitano di Varese a Basket dalla Media

Giancarlo Ferrero, capitano dell’Openjobmetis Varese, è stato protagonista della diretta Instagram condotta da Marco Barzizza su Basket dalla Media: Si è parlato della stagione conclusasi per via della pandemia e si è affrontato il tema della ripartenza del basket attraverso il suo percorso di studi sul management dello sport; con spunti interessanti.

Come hai vissuto il momento in cui il basket si è fermato?
“Dovevamo giocare con Milano l’8 marzo. Sabato sera vivevamo il prepartita, ci eravamo allenati bene ed eravamo pronti. Sapevamo di dover giocare a porte chiuse ma poi niente: la domenica è saltato tutto. E’ stato strano, ma era l’unica soluzione”.

Pensi che realmente il calcio, come sembra, riuscirà a ripartire?
“Nel calcio, come nel basket del resto, attorno alla squadra ci sono strutture importanti: staff tecnico e medico, dirigenti, tutti che si muovono insieme ad essa. Mi auguro per loro che possano trovare una soluzione, ma non sarà facile”.

Basket sostenibile a porte chiuse?
“Faccio fatica a immaginare il nostro palazzo a porte chiuse, bisognerà capire se sarà sostenibile a livello economico e quanto il governo potrà aiutare le società e tutto lo sport. Già il fatto che sia stato trovato un accordo tra allenatori, procuratori, lega e giocatori è stato un atto di responsabilità. E’ importante perché tutti abbiamo a cuore il fatto che la pallacanestro viva e migliori. Per capire se il discorso porte chiuse è fattibile dovranno incontrarsi società, lega e governo trovando prima di tutto una quadra economica e sanitaria”.

Ricordi di questa stagione
“Eravamo dove volevamo essere. Avevamo vinto grandi partite in casa come con Venezia, poi l’ultima buona pur perdendo in casa della Fortitudo. Si avvicinavano tante gare casalinghe interessantissime: derby con Milano e Cantù, la Virtus Bologna, partite da sold out (ingente perdita economica per il club). Ho il rammarico perché avevamo fatto qualche cambio di giocatori e avrei voluto vedere all’opera Douglas e Carter, che in allenamento mi avevano stupito. Secondo me ci saremmo divertiti”.

Cosa manca di più del basket?
“L’adrenalina pre partita, quei minuti prima in cui hai ansia, preoccupazione e carica allo stesso tempo. E’ come quando andavi dalla fidanzatina le prime volte, compresa la paura di fare figuracce (ride, ndr). E’ la cosa che mi manca di più personalmente”.

Sono anni che sei a Varese, diventando l’idolo dei tifosi. Il tuo motto è “se ce l’ho fatta io possono farcela tutti”, ma bisogna dire che sei rimasto in questa categoria con autorità.
“E’ la cosa che più mi rende orgoglioso, dopo aver fatto tutte le categorie minori e tanta gavetta. La parte difficile è dover lottare ogni giorno per togliersi l’etichetta di essere un giocatore di A2 ma è anche ciò che mi dà la benzina, perché so che se sbaglio qualche partita questa etichetta è pronta a tornare. Il mio futuro? Mi piacerebbe capire come funziona una società e gestirla. Oggi sono delle vere e proprie imprese, ma potrebbero esserlo molto di più. C’è bisogno di competenze e sto cercando di acquisirle studiando (sta finendo la magistrale in Management dello sport alla Liuk di Castellanza, ndr). Mi piacerebbe lavorare in una società di basket, ma non per forza, sono incuriosito da tutte queste dinamiche. E’ impensabile credere che ci sarà una persona che si sobbarcherà il costo di tutto, quindi bisognerà trovare soluzioni alternative e io vorrei fare proprio questo. Il futuro deve passare attraverso una gestione che faccia si che il basket diventi un prodotto acquistabile, che abbia appeal, che sia figo andare a palazzo e avere la canotta di un giocatore. Passa attraverso il fatto di avere dei personaggi (qui a Varese ci sono ancora ragazzi con la maglia di Pozzecco e Meneghin). Sarebbe bello che un ragazzino tra un tot di anni avesse la maglia di un giocatore di Varese e non di LeBron James. Qualcosa che possa essere cool, che dia senso di appartenenza; ma per farlo ci vuole organizzazione, partire dalle scuole e dai settori giovanili”.

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