Giacomo Galanda, leggenda del basket azzurro, commenta su VareseNoi i temi caldi del basket italiano. Ecco tre dichiarazioni.
SU ITALBASKET
«Non vorrei portare sfiga… È un gruppo che mi piace moltissimo, abbiamo giocatori veramente forti. Possiamo solo obiettare che non abbiamo un vero centro di stazza, ma per il resto abbiamo veramente tutto. È una squadra piuttosto forte, tanto che nel ranking partivamo da undicesimi e in una settimana siamo saliti sesti. Le prime amichevoli non erano troppo impegnative, ma si è vista la qualità dei giocatori e l’esperienza di questo gruppo, che ormai è tanti anni che è insieme. È il momento giusto…»
SU GIANMARCO POZZECCO
«Mi reputo un suo amico vicinissimo. La pallacanestro l’abbiamo vista in maniera a volte diversa e a volte simile, ma credo che abbia un grandissimo talento e che sappia allenare. Penso che sia unico, il suo non è un modello replicabile, ha un grande carisma. Alla fine conterà il risultato, ma penso che ha portato molta attenzione sulla Nazionale con il suo modo di fare e le sue capacità. Di Poz ce n’è uno, porta grande entusiasmo, e in questo momento siamo tutti suoi tifosi».
SUI RISULTATI DELLE GIOVANILI
«Le nazionali giovanili hanno sempre reso, facendo delle buone figure. È stata un’estate particolarmente proficua: è stata un Under 20 fatta di giocatori che hanno optato per giocare soprattutto in A2 e B, ma hanno giocato, che la cosa più importante. Penso a Ferrari, che è stato uno dei migliori giocatori del campionato di A2. Penso anche agli Under 16 e agli Under18, ma anche alla femminile, da cui ci si aspettava un traguardo così, visto che stanno raccogliendo da anni buoni risultati. Le annate buone sono arrivate e stanno cominciando a scrivere la loro storia. La crisi di risultati è arrivata dalla mancanza di attenzione ai settori giovanili, non è un caso strano che non abbiamo più vinto, anche se i talenti, poi, in qualche modo vengono fuori lo stesso. Sul fatto che tanti ragazzi scelgano il college: l’acqua scorre verso la valle, e non verso la montagna, è quindi una cosa inevitabile, e non penso nemmeno che sia così sbagliato. Jasikevicius aveva fatto il college negli USA, stessa cosa Kaukenas, così come tanti spagnoli, serbi, croati… Il mondo va avanti così da tanto tempo. Dopotutto se le opportunità sono là… A me piaceva il mondo del college, ai miei tempi i ragazzi crescevano senza pensare ai contratti, ma è ovvio che oggi sia diverso».





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