Final Eight ancora a Torino: successo sì, ma il basket italiano deve restare di tutti

Armoni Brooks, Giampaolo Ricci, Ousmane Diop, Zach LeDay EA7 Emporio Armani Olimpia Milano - Bertram Derthona Tortona Basket FrecciaRossa Final Eight Coppa Italia 2026 Finale Torino, 22/02/2026 Foto Marco/brondi // CIAMILLO-CASTORIA

Le Frecciarossa Final Eight restano a Torino per il quinto anno consecutivo: scelta solida, ma sempre meno innovativa. Il PalaOlimpico garantisce numeri e qualità, ma la Coppa Italia dovrebbe parlare a tutto il movimento

Per il quinto anno consecutivo le Frecciarossa Final Eight si giocheranno a Torino. La notizia, in sé, non sorprende più. E proprio questo è il punto. Il PalaOlimpico è probabilmente il miglior impianto italiano per ospitare un evento sportivo indoor: capienza importante, oltre 15.000 posti, struttura vera, cornice adeguata. Torino ha risposto, la LBA ha costruito negli anni un prodotto riconoscibile, godibile, organizzato. Nessuno può negarlo.

Ma il basket italiano può davvero permettersi di identificare la sua Coppa Nazionale con una sola città, per cinque anni di fila? Viene da chiedersi quale sia il limite tra continuità e immobilismo. In quasi tutti i grandi campionati, la coppa nazionale gira, raggiunge pubblici diversi, premia territori diversi, prova a seminare passione dove magari non c’è ancora una struttura perfetta. Da noi, invece, sembra prevalere una sola logica: il palazzo più grande, l’evento più comodo, il rischio minore.

È una scelta comprensibile, ma non necessariamente una visione. Anche perché parlare di Torino come capitale del basket italiano ha un retrogusto amaro se poi la società cittadina, oggi in A2, vive un’altra stagione di incertezza. È come avere la capitale senza i ministeri: un grande evento, sì, ma senza un sistema locale davvero solido alle spalle. La risposta del pubblico torinese merita rispetto, ma non può diventare l’unico argomento.

Il problema delle strutture esiste, ed è enorme. Però il basket, se vuole crescere, non può limitarsi ad adeguarsi alle poche arene disponibili. Deve anche avere il coraggio di portare i suoi eventi dove c’è fame, dove c’è storia, dove c’è pubblico potenziale. Magari con qualche limite logistico in più, ma con un ritorno culturale e territoriale diverso. La passione non si alimenta solo con la comodità. Se poi nessuno si è fatto avanti oltre a Torino, ancora peggio. Allora prendiamo atto che il basket italiano non lo vuole più nessuno.

La LBA ha lavorato bene sulle Final Eight, e va riconosciuto. L’evento è cresciuto, lo spettacolo funziona, il marchio ha una sua forza. Ma proprio per questo la quinta edizione consecutiva a Torino lascia una domanda aperta: cosa può dare in più, davvero, lo stesso posto per il quinto anno di fila? La nuova LBA di Maurizio Gherardini e Andrea Bagnani avrebbe dovuto rappresentare anche un cambio di orizzonte. Per ora, almeno su questo fronte, sembra soprattutto la prosecuzione della linea tracciata da Umberto Gandini.

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