Ettore Messina è stato intervistato per la seconda edizione di EBAG Business Conversations toccando numerosi temi. Segue un estratto delle sue parole.
Il nuovo capitolo ad Atlanta
“Innanzitutto, cercavo qualcosa che mi permettesse di continuare a lavorare nella pallacanestro in attesa di una nuova opportunità per allenare. Ho mantenuto il ruolo di presidente di Milano per sei mesi, fino al termine della stagione, e so che questo potrebbe aver dato l’impressione che volessi ritirarmi. Onestamente, in quel momento non avevo le idee chiare. Durante l’estate, viaggiando per l’Europa per tenere clinic, mi sono reso conto che mi mancava il campo. Volevo restare sul parquet e, se si fosse presentata l’occasione giusta, tornare ad allenare.
Per me era importante anche avere l’opportunità di lavorare con Quin Snyder. È un amico e abbiamo lavorato insieme ai Lakers e a Mosca, dove era il mio principale assistente. Conosco e mi fido anche delle persone che fanno parte dell’organizzazione, quindi sento di essere nel posto giusto, con le persone giuste: è l’aspetto più importante.
Il mio ruolo è molto semplice: sono un consulente. Partecipo agli allenamenti e alle riunioni, guardo le partite, parlo con gli allenatori quando me lo chiedono, esprimo le mie opinioni e continuo a imparare. Abbiamo già programmato circa cinque visite, ciascuna della durata di due o tre settimane.
È stato davvero impressionante tornare nella NBA dopo sette anni e vedere il livello di conoscenza, organizzazione e professionalità, oltre al modo in cui vengono strutturati gli allenamenti. È stato notevole osservare come continuino a progredire”.
Il modello ideale per le competizioni europee
“La questione degli scambi e di meccanismi simili è, in definitiva, procedurale. Prima di tutto c’è una questione filosofica. Oggi, nello sport come nella politica e nel resto del mondo, le idee vengono troppo spesso valutate in base a chi le propone, anziché chiedersi se possano portare benefici all’intero sistema. Tutti dicono che non possiamo continuare così: troppe partite, troppe competizioni, un calendario completamente sovraccarico e perdite economiche significative. Tutti conoscono la malattia, ma quando si comincia a parlare della cura nessuno è disposto a fare un passo avanti.
Se potessi progettare il sistema, immaginerei una grande competizione che rispetti anche i campionati nazionali, prevedendo qualche possibilità di accesso per le squadre provenienti da quei campionati. Non dovrebbe quindi essere un sistema completamente chiuso.
Penso inoltre che dovrebbe esserci un certo livello di collaborazione con la NBA, considerando la sua enorme forza economica e commerciale, le sue capacità e le sue conoscenze, dalle quali possiamo soltanto trarre beneficio. Dobbiamo anche lasciare spazio alle nazionali, perché in ogni Paese le persone amano le proprie selezioni, e dobbiamo proteggere il fisico dei giocatori.
Un’altra questione cruciale riguarda il bacino di giocatori disponibili. Dobbiamo fare in modo che ci siano più giocatori di buon livello sul mercato. Altrimenti, i giocatori di qualità diventano una risorsa sempre più scarsa e i club finiscono inevitabilmente per contenderseli, pagando troppo proprio a causa di questa scarsità.
Dobbiamo considerare il fenomeno NIL, la domanda di giocatori da parte della NBA e la possibilità di una futura espansione della lega. Se la NBA lancerà una propria competizione in Europa senza un accordo con l’EuroLeague, mentre continuerà a esistere anche la Basketball Champions League, la frammentazione diventerà un problema ancora più grande. Dobbiamo trovare un equilibrio.
Infine, dobbiamo decidere se la principale competizione europea vuole offrire a ogni club una possibilità concreta di vincere oppure se il successo resterà concentrato nelle mani delle società con i budget più elevati. In Europa, più o meno, sono sempre le stesse squadre a raggiungere le Final Four e a vincere l’EuroLeague. Naturalmente meritano i loro successi, ma il sistema è diverso da quello della NBA, dove negli ultimi anni abbiamo visto molte squadre diverse diventare campioni.
Dobbiamo decidere che cosa vogliamo. Una volta presa questa decisione, dobbiamo costruire il sistema di conseguenza e mantenerlo nel tempo”.
Il modello ideale di governance per un club
“Innanzitutto, voglio chiarire che a Milano ho ricoperto sia il ruolo di presidente sia quello di capo allenatore perché, quando sono arrivato, il club stava attraversando una situazione difficile e avevamo concordato che fosse importante avere una persona con responsabilità più ampie. Credo che abbiamo svolto un buon lavoro nel riorganizzare la società, attrarre giocatori di alto livello e riportare la squadra sulla strada giusta.
Col senno di poi, dopo i primi tre anni sarebbe probabilmente stato meglio lasciare l’incarico dirigenziale e continuare soltanto come allenatore. In Europa non credo che sia ideale ricoprire entrambi i ruoli per un lungo periodo. Ci siamo trovati ad affrontare una situazione particolare e penso che l’abbiamo gestita con successo.
Ricordo sempre una frase che pronunciava il presidente e proprietario che avevo a Bologna: una squadra lunga, cioè con abbastanza giocatori per affrontare una stagione lunga, ma una società corta, con una struttura dirigenziale snella. Oggi i club sono ovviamente più grandi, ma il principio rimane lo stesso: contano la fiducia, i rapporti e la comunicazione.
Deve esserci una comunicazione aperta tra allenatore e proprietario, ma anche un confronto costante tra proprietà, manager e coach, nel rispetto dei rispettivi ruoli. La chiave è lavorare insieme. Altrimenti, si rischia facilmente di creare una situazione in cui l’allenatore ritiene che il livello di talento messo a disposizione non sia sufficiente, mentre la dirigenza pensa che i giocatori siano adeguati e che sia il coach a non utilizzarli nel modo corretto.
Proprietario, manager e allenatore devono mantenere un equilibrio tra la realtà della squadra e aspettative ragionevoli. Quando aspettative e realtà si allontanano, iniziano i problemi.
C’è poi la componente commerciale, che sta diventando sempre più importante perché ogni club ha bisogno di generare ricavi. Quest’area può essere affidata a un altro dirigente.
Oggi è cruciale anche la capacità di possedere o gestire direttamente il palazzetto. Non si tratta soltanto della vendita dei biglietti, ma anche di pubblicità, ristorazione, parcheggi, suite e molti altri flussi di entrate. I ricavi legati alle arene svolgono un ruolo fondamentale nei piani economici delle franchigie NBA e nella loro capacità di raggiungere il pareggio di bilancio. I club che non controllano il proprio impianto si trovano semplicemente in una posizione diversa rispetto a quelli che lo possiedono o che hanno un accordo a lungo termine per gestirlo e incassarne i ricavi”.
Il modello Armani
“Innanzitutto, parliamo di una delle grandi icone non soltanto del mondo della moda, ma anche dell’imprenditoria in generale. Parliamo di eleganza, leadership, creatività e di una straordinaria capacità comunicativa. Sono stato molto fortunato ad avere l’opportunità di lavorare con lui e di parlare con lui.
Dalla nostra relazione ho ricavato la sensazione che la sua motivazione principale fosse l’amore per la città. Inizialmente era diventato sponsor di Milano. Successivamente, quando la squadra era vicina al fallimento, alcune personalità importanti della città si rivolsero a lui chiedendogli di salvare il club.
Nella famiglia Armani esisteva anche una passione di lunga data per la pallacanestro. Lo stesso signor Armani aveva giocato a basket a un certo livello e spesso raccontava che il suo amore per questo sport era nato da giovane, quando guardava il fratello maggiore Sergio giocare nei fine settimana. Anche la sorella Rosanna aveva praticato pallacanestro a buon livello negli anni Sessanta. Il basket faceva quindi davvero parte della storia della famiglia.
Credo che questo abbia certamente influito sulla sua decisione di rilevare il club nel 2008. Ma, soprattutto, penso che volesse restituire qualcosa a Milano. Con il passare del tempo si è appassionato sempre di più alla squadra. Amava l’atmosfera e l’affetto che riceveva dai tifosi. Non rifiutava mai un selfie o un autografo. Si prendeva cura della squadra e prestava attenzione al modo in cui giocava, all’impegno e, come era solito dire, all’eleganza del gioco.
A volte, quando riteneva che alla squadra mancasse qualcosa, poteva mettere a disposizione un budget aggiuntivo per permetterci di ingaggiare un altro giocatore. Ma il suo coinvolgimento era davvero motivato dall’attenzione e dalla passione che nutriva per la squadra.
Credo che questa eredità continuerà a vivere. Penso che il signor Dell’Orco e la famiglia porteranno avanti il progetto. A questo punto è molto difficile immaginare l’Olimpia Milano senza la famiglia Armani, per l’eredità lasciata dal signor Armani: non soltanto attraverso il suo investimento, ma anche grazie alla cura e alla passione che ha dedicato al club”.
NBA contro Europa
“La differenza principale è che la NBA ha deciso molti anni fa di creare una torta economica comune e poi stabilire come dividerla, anche con i giocatori. I giocatori hanno un potere enorme e meritato, perché sono i protagonisti principali di ogni competizione. Sono loro a portare le persone alle partite. Meritano di essere remunerati di conseguenza, ma il sistema deve anche rimanere sano per la lega.
Si può spendere di più per due o tre anni, ma se alla fine l’attività fallisce, che cosa troverà la generazione successiva di giocatori? La NBA ha anche deciso se volesse un sistema nel quale ogni squadra potesse avere realisticamente la possibilità di vincere, costruendo poi le regole intorno a quell’obiettivo. Dal punto di vista commerciale, strutturale e della pianificazione, ha preso alcune decisioni eccellenti.
L’Europa sta cercando di recuperare terreno in questi ambiti. Ma i nostri punti di forza principali sono la qualità delle partite e la passione che le circonda. A volte questa passione può persino diventare eccessiva, perché dopo tre partite tutti sono già sotto pressione, ma il livello competitivo è straordinario.
Nella NBA c’è un grande rispetto per ciò che la pallacanestro europea esprime sul piano tecnico e tattico. Lo dimostrano il numero di giocatori europei diventati grandi stelle NBA e la crescente presenza di allenatori e dirigenti che operano in entrambi i sistemi.
Se NBA ed EuroLeague riusciranno a raggiungere un accordo, uno degli aspetti più importanti sarà preservare l’anima della competizione che abbiamo in Europa. Mi auguro che EuroLeague e NBA Europe possano trovare un modo per convergere verso un’unica lega comune”.
Sviluppo dei giovani e NIL
“Lo sviluppo dei giovani è estremamente importante. In Italia esisteva una regola che imponeva ai club di avere un settore giovanile solido per poter partecipare al campionato. Successivamente, questo requisito è stato ridimensionato e, secondo me, è stato un vero errore.
Il sistema dovrebbe richiedere ai grandi club di mantenere settori giovanili solidi, riconoscendo allo stesso tempo il valore delle società la cui attività principale consiste nello scoprire, insegnare e sviluppare giovani giocatori. Il lavoro di questi club deve essere premiato e i diversi livelli del sistema di formazione devono essere collegati tra loro.
La sfida più grande è rappresentata oggi dalla NCAA. Può attrarre giocatori offrendo ai club europei che li hanno formati un compenso minimo o nullo, e la pallacanestro universitaria statunitense opera al di fuori delle strutture FIBA e olimpiche.
Allo stesso tempo, il sistema NIL negli Stati Uniti è ancora in evoluzione e rimane complesso anche lì. Di fatto, non esiste un limite a ciò che alcuni programmi possono offrire. Un giovane giocatore può ricevere molte volte quanto guadagnava in Europa.
Non possiamo impedire ai giocatori di andare al college e, in realtà, può essere anche una grande opportunità. Spesso ci lamentiamo del fatto che, a 18 anni, molti talenti europei abbiano terminato il percorso giovanile ma non siano ancora pronti per giocare in EuroLeague. Rischiano di trovarsi in una terra di nessuno, seduti in panchina con la prima squadra oppure mandati in prestito.
Il college può offrire loro un’esperienza sportiva e di vita di alto livello. La domanda difficile è che cosa succede quando tornano. Quale club detiene i diritti sul giocatore? Chi lo ha formato? Come deve essere riconosciuto il lavoro svolto per svilupparlo?
La FIBA sta cercando di contribuire alla ricerca di un accordo, ma è molto difficile, soprattutto mentre gli stessi Stati Uniti stanno ancora cercando di capire come regolamentare il sistema”.





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