Dove sta andando il basket italiano? La domanda non è retorica, e forse non è mai stata così urgente. Il momento non è complesso: è drammatico. Il campionato di A2 ha perso Bergamo per strada, quello di LBA ha vissuto la grottesca vicenda di Trapani. Entrambi hanno chiuso la stagione con squadre dispari, come se l’anomalia fosse ormai diventata normalità.
E mentre i playoff dovrebbero raccontare il meglio del prodotto, la Serie A porta con sé un rumore di fondo inquietante. Brescia è in semifinale scudetto, ma convive con sinistre voci di cessione del titolo a fine stagione. Trieste, uscita dai playoff con dignità, non ha idea di quello che sarà il suo futuro. E in A2 ci sono sussurri, tutti da confermare sia chiaro, su Torino e Ruvo di Puglia. Il basket italiano continua a giocare, ma sotto il parquet si muove qualcosa di instabile.
Nel frattempo Cremona ha ceduto il titolo sportivo a Roma. Scelta legittima: Aldo Vanoli quella società l’ha creata, sostenuta, portata in alto. I soldi sono suoi, le decisioni anche. Ma il comunicato sul Falco che «volerà più in alto, verso nuovi e più ambiziosi traguardi» è stato imbarazzante. Il Falco non vola più alto: il Falco ha smesso di volare a Cremona. Tutto il resto è retorica.
E la FIP? In questo scenario prende la parola soprattutto per difendere le normative sull’utilizzo dei giocatori italiani, come se il problema fosse ancora soltanto quello. Come se i tempi non fossero cambiati. Come se i giovani non stessero guardando alla NCAA, a percorsi diversi, a sistemi più credibili e appetibili.
Il punto non è abolire la tutela degli italiani. Nessuno nega che l’utilizzo spropositato degli stranieri abbia contribuito a svuotare il calcio italiano. Ma il basket non può limitarsi a vecchie paure trasformate in regolamenti stanchi. La questione non è solo quanti italiani mettere a referto: è come creare valore attorno agli italiani veri, quelli che giocano, crescono, incidono.
Oggi l’incasso per chi punta davvero sugli italiani è ridicolo. Il rischio è evidente: roster completati con giovani da zero minuti o veterani di 38 anni, utili solo a rispettare una norma e da schierare in caso di emergenza. Servirebbero premialità vere, regole intelligenti, percorsi credibili.
Sul resto, però, il silenzio è ancora più pesante. La FIP esulta per il ritorno di Roma in LBA, evento potenzialmente importante, ma dentro un quadro confuso. Roma torna attraverso il titolo di Cremona, mentre Paul Matiasic, che un anno fa parlava di progetti ambiziosi per Trieste, lavora a una seconda squadra nella Capitale. Davvero è serio lasciare campo libero a due progetti in una città che fino a ieri non aveva nemmeno una squadra in Serie A?
E chi tutela la Virtus Roma, che sta provando a crescere con un progetto graduale, inseguendo la promozione in A2 con l’ambizione, un giorno, di arrivare anche in LBA? Il ritorno di Roma non può diventare una scorciatoia per qualcuno e un ostacolo per chi ha scelto la strada più lunga.
La sensazione è quella di una confusione senza precedenti. Club che cambiano città, titoli che diventano merci, piazze storiche senza certezze, società in vendita durante i playoff, comunicati celebrativi che coprono ferite profonde con parole vuote.
Dove sta andando il basket italiano? Oggi la risposta più onesta è anche la più inquietante: non lo sa nessuno. E il problema più grande è che chi dovrebbe indicare una direzione sembra accontentarsi della propaganda.





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