Darius Thompson: “La mia storia dal Tennessee a Brindisi mi ha portato qui”

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Il playmaker: “Non riesco a esprimere a parole tutto ciò che Brindisi mi ha dato nella vita. È stato il mio grande passo verso una competizione di livello superiore, è stato dove ho conosciuto mia moglie e dove ho creato una famiglia. E adesso è la mia casa, la nostra casa”

17 punti, 11 rimbalzi e nove assist, quasi una tripla doppia. “Ma è stata la sensazione più strana che abbia mai provato”, ricorda Darius Thompson. Era il suo ultimo anno al college, a Western Kentucky, e la sua squadra affrontò la Cumberland University, una squadra della NAIA, l’associazione dei piccoli college, Cumberland appunto, guidata da Coach Lonnie Thompson, ex star di Middle Tennessee State e padre di Darius. “Da bambino andavo alle due partite e quando la sua squadra perdeva mi capitava di piangere. Quindi l’ho affrontato senza sapere se volessi davvero batterlo”, sorride. Lo fece e giocò anche una grande partita. “È stato strano appunto, ma anche divertente perché lui mi ha provocato per tutta la partita, e anche prima di iniziare dicendo cose del tipo “oh, vi batteremo ecc ecc”. Quindi è stato divertente, è stata un’esperienza competitiva”, dice Darius. Il padre Lonnie Thompson ha allenato 16 stagioni a Cumberland, nel Tennessee, portandola a tre tornei della NAIA prima di ritirarsi nel 2018 quando Darius ha terminato il college e si è trasferito in Europa. Il legame tra i due è fortissimo, il basket rappresenta le fondamenta su cui è costruito. “Praticamente tutto quello che so e ricordo del basket proviene da mio padre – spiega Darius -. La gente mi chiede sempre quando ho iniziato a giocare, ma non saprei dire con precisione quando è successo, perché sono sempre stato in palestra con mio padre, perché lui allenava e io ero sempre presente alle sue partite. Quindi, fin da quando ero molto piccolo, sono stato in palestra con lui e ho giocato. Tutto quello che riguarda il basket lo devo a mio padre”.

Cresciuto nel Tennessee, Darius Thompson, figlio d’arte ovviamente (13.4 punti e 5.4 rimbalzi di media nel 1984-85 per Lonnie che era un’ala forte), aveva coronato un sogno. Giocare per il college di riferimento del suo stato, la University of Tennessee. Ma non sempre le belle storie hanno in lieto fine. “Per me è difficile spiegare perché a Tennessee non abbia funzionato. All’inizio ero a mio agio, ero nel mio stato di provenienza, ero a casa, ma poi la situazione è cambiata quando è cambiato l’allenatore e con il nuovo non ho legato abbastanza. Avrei voluto essere il ragazzo del Tennessee che giocava a casa davanti alla propria gente, ma sfortunatamente non è successo”. L’allenatore era Cuonzo Martin ma lasciò la scuola dopo il debutto di Darius. Il suo successore fu David Tyndall ma durò solo un anno, poi Tennessee firmò il leggendario Rick Barnes, che è tuttora lì, ed ebbe il merito tra gli altri di valorizzare Kevin Punter. Ma intanto Darius, osservando una stagione di stop, si trasferì a Virginia. Grande scuola, grande coach, Tony Bennett, compagni di altissimo livello.

A Virginia vinse 52 partite perdendone 19 in due anni. “Sono stati due anni fantastici – ricorda – Avevamo una squadra fortissima. Sono stati gli anni, direi a partire dalla stagione precedente il mio arrivo, in cui è cominciato il loro ciclo e poi, dopo la mia partenza, hanno continuato su quella strada. Si tratta di un programma di altissimo livello, grandi giocatori sono passati di lì, molti sono diventati professionisti. Tra questi anche Devon Hall”. Il rapporto con Hall è stato speciale fin da allora. “Non era solo un mio compagno di squadra, è stato anche il mio compagno di stanza per tre anni. Lui è arrivato un anno prima di me. Ho imparato molto parlando con lui ogni giorno, è stato al mio fianco. Gli chiedevo cose sull’allenatore, su cosa avrei potuto fare meglio. Questo tipo di conversazioni. Stare con Devon al college mi ha aiutato molto anche per il futuro”.

Ma nel 2017 Darius era all’ultimo anno di college e aveva bisogno di fare magari un passo indietro per costruirsi una carriera professionistica. Fu questa la ragione del trasferimento a Western Kentucky. “Ho potuto giocare nella mia posizione naturale, essere me stesso, e ho cercato di ottenere il massimo da quella stagione perché sapevo che rappresentava la mia opportunità per costruirmi la possibilità di giocare da professionista. Ho pensato che avrei dovuto dare tutto in quell’ultimo anno di college per trovare una strada. Se ho avuto l’occasione di diventare un giocatore professionista è stato grazie a Western Kentucky”.

Quella fu la stagione in cui affrontò il padre che guidava per l’ultima volta Cumberland. A fine stagione, la vita di Darius si spostò in Europa, in Olanda. Firmò per Leiden. “Il mio agente di allora mi disse che era l’opportunità che serviva. Non avrei giocato ancora ai massimi livelli, ma sapevo che quando fossi sceso in campo avrei dovuto competere e cercare di dominare le partite. E farlo in ogni partita, dando sempre il massimo. Sono stato l capocannoniere di entrambi i tornei in cui abbiamo giocato. Avevo solo bisogno di mettere in mostra le mie qualità. Il mio agente, come ho detto, mi disse che l’obiettivo era impressionare. Leiden mi ha portato fino qui”, ammette.

Leiden era la Fiba Europe League quindi la quarta competizione europea, ma poi Darius è passato a Brindisi. È stato l’evento che ha cambiato totalmente la sua storia, dentro e fuori del campo. In campo, la squadra di Brindisi gli ha dato l’opportunità di giocare in Italia e in una competizione più competitiva come la Fiba Champions League. Fuori del campo, Brindisi gli ha permesso di conoscere Chiara che è diventata sua moglie e la madre dei loro tre figli. “Non riesco a esprimere a parole tutto ciò che Brindisi mi ha dato nella vita. È stato il mio grande passo verso una competizione di livello superiore, è stato dove ho conosciuto mia moglie e dove ho creato una famiglia. E adesso è la mia casa, la nostra casa. Per me Brindisi è fantastica per quanto ha significato dentro e fuori del campo”. E durante le due stagioni in Puglia ha conosciuto l’Olimpia: “Quando arrivi in ​​Europa senti che tutti parlano di EuroLeague, ma durante la mia prima stagione qui io non sapevo neppure cosa fosse. Quindi Milano è stata la prima squadra di EuroLeague contro cui ho giocato. Mi avevano detto che era il livello più alto che ci fosse in Europa. Giocare contro Milano, e anche contro la Virtus, era stimolante e sapevi che dovevi competere ad altissimo livello, andare in campo e dimostrare il tuo valore per avere una chance. Ogni volta che giocavamo a Milano, quella era una partita speciale per me, per tutti”.

Quando Brindisi è diventata cestisticamente stretta, Thompson ha giocato un anno a Kuban in Eurocup e nel 2022 è stata Vitoria a permettergli di debuttare in EuroLeague dove ha avuto una stagione monstre. “Durante tutta la mia carriera ho fatto sempre un passo alla volta, un passo avanti. Ho iniziato con la Fiba Europe Cup. L’anno successivo sono passato alla Fiba Champions League, poi ho giocato in Eurocup a Kuban e infine a Vitoria in EuroLeague. Quindi credo che, nel complesso, la mia carriera sia stata un percorso graduale, fatto di piccoli passi nella direzione giusta. Da Vitoria sono approdato a Istanbul. Lì è stata dura. Penso che molte persone nell’ambiente stessero ancora vivendo gli anni delle vittorie in EuroLeague. Ma l’anno prima la squadra non era andata bene ed è stato come, non so come dirlo, se una cappa negativa volasse sulle teste di tutti. Pensavamo alle due vittorie in EuroLeague, ma era cambiato l’allenatore, non c’erano gli stessi giocatori. Molte cose sono cambiate ed è stata dura per tutti adattarsi. Il primo anno non siamo andati bene, ma nel secondo anno abbiamo lottato e siamo arrivati ​​ai playoff, a una sola partita dalle Final Four. Ci sono stati molti alti e bassi”.

Così, la stagione passata a Valencia è stata la più appagante della sua carriera. “Per me è stata una stagione incredibile, lo è stata per tutti nella squadra. All’inizio della stagione non avevamo esperienza di EuroLeague. Nessuno aveva grande fiducia in noi ma non gli abbiamo dato peso. Volevamo solo scendere in campo, competere e dimostrare di cosa fossimo capaci. Eravamo una squadra molto unita e quando una squadra è così unita è molto difficile da battere, a prescindere da quello che succede. Abbiamo sempre creduto in noi stessi. Abbiamo affrontato una partita alla volta. Vincere, perdere, non ci siamo mai demoralizzati. Siamo rimasti sempre uniti e abbiamo continuato a lottare e alla fine dell’anno ci siamo ritrovati tra le prime quattro e abbiamo vinto il titolo spagnolo. È stata un’esperienza incredibile”. Questa è l’esperienza che Thompson intende portare a Milano. “Tante squadre hanno talento. Tutti in EuroLeague hanno talento, ma ciò che conta davvero è avere spirito di squadra, voler fare di tutto per aiutarsi a vicenda. Perché quando tutti lottano e competono, tutti i giocatori, lo staff, diventa difficile batterti”.

Milano è Italia. Non è il luogo in cui ha costruito la famiglia, Brindisi, ma in qualche modo rappresenta la sua vita da marito e padre. “Questa è una professione imprevedibile, non si sa mai cosa possa succedere. Oggi ti puoi trovare in una situazione e domani in un’altra. Ma, come ho già detto, per me e la mia famiglia l’Italia è praticamente casa. Quindi, mi piacerebbe restare qui il più a lungo possibile, creare la situazione migliore e cercare di vincere il più possibile e proverò a farlo fino all’ultimo giorno. Ora penso che l’importante sia andare in campo e competere ogni sera, ogni allenamento, cercare di migliorare un po’ alla volta, procedere un passo alla volta, e poi alla fine dell’anno vedremo a che punto saremo arrivati”.

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