Danilo Gallinari ha rilasciato una lunga intervista negli Stati Uniti a HoopsHype. Tanti i temi affrontati e diversi i passaggi destinati a lasciare il segno. Eccone una selezione.
Sul grande “what if” della sua carriera
«Sì, qualche volta ne parlo. Ci penso soprattutto quando discuto di basket e della mia carriera con gli amici o con la mia famiglia. Succede anche quando torno a New York e incontro i tifosi oppure persone che lavorano ancora per i Knicks. Ne parliamo, ma purtroppo, a causa dei miei infortuni, nella mia carriera ci sono tanti “e se…”. Non lo so, forse sono il più grande “what if” nella storia di questo sport. Ma fa parte di una carriera NBA. Purtroppo è successo a me, probabilmente più che a qualsiasi altro atleta per quanto riguarda gli infortuni. Comunque non ci penso troppo».
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Sugli infortuni
«Sicuramente posso ritenermi fortunato. Prima di tutti questi infortuni ero un grande atleta, ma ero anche molto dotato dal punto di vista tecnico. Le mie qualità mi hanno permesso di nascondere almeno in parte l’usura che gli infortuni hanno provocato al mio corpo. Nel basket, soprattutto in attacco, puoi fare tantissime cose per continuare a essere un giocatore efficace senza dover saltare e schiacciare come LeBron James.
A Denver sono sempre stato quel tipo di giocatore ed è stato bellissimo poter giocare liberamente per tutti quegli anni. Purtroppo, probabilmente, non ho mai vissuto davvero il mio apice, perché non so quale avrebbe potuto essere il mio massimo livello. Durante la mia stagione da rookie mi sono sottoposto a un intervento alla schiena, poi direi che il momento migliore della mia carriera è stato a Denver. Ma proprio quando ero al massimo mi sono rotto il legamento crociato. Dopo un infortunio del genere puoi tornare ed essere ancora un ottimo atleta e un ottimo giocatore, ma non so se sia possibile raggiungere lo stesso apice che avresti toccato senza infortuni. A Denver, comunque, ho vissuto anni bellissimi».
Ancora sugli infortuni
«Credo che sia tutto legato agli infortuni. Non penso tanto al problema alla schiena avuto con i Knicks, quanto alle due rotture del legamento crociato. Mi sono infortunato proprio nelle uniche due occasioni in cui facevo parte di una squadra costruita per vincere il titolo: durante la mia terza stagione a Denver e dopo aver firmato con i Celtics, che rappresentavano soltanto la mia seconda vera possibilità di competere per il campionato.
Sono gli unici due momenti sui quali non avevo alcun controllo. Mi sono fatto male e gli infortuni, purtroppo, non si possono controllare più di tanto. Sceglierei quindi quei due episodi».
Sull’occasione con i Celtics
«Sì, probabilmente quella era davvero la soluzione migliore, l’incastro perfetto. Era la situazione ideale per il modo in cui era stata costruita la squadra, per il ruolo che avrei avuto uscendo dalla panchina e anche pensando a come Boston era stata eliminata da Miami nella stagione precedente. Era semplicemente la situazione perfetta.
Purtroppo non è andata così. Sarebbe stato bellissimo disputare una delle ultime stagioni della mia carriera con i Celtics e vincere il titolo. Dal punto di vista della squadra e delle mie caratteristiche, era davvero l’abbinamento perfetto».
Sul più grande errore della sua carriera
«Uno dei più grandi rimpianti della mia carriera è stata la scelta di andare a Milwaukee per una stagione anziché firmare un contratto biennale con i Clippers. Non so quante persone ne siano a conoscenza, ma avevo la possibilità di firmare per due anni con i Clippers e invece scelsi un accordo annuale con Milwaukee.
Ripensandoci, probabilmente è il mio rimpianto più grande e l’errore più importante che abbia commesso. Credo che tutte le altre scelte fatte durante la mia carriera siano state positive. Quella, invece, sia dal punto di vista contrattuale sia da quello sportivo, è stata probabilmente la decisione più sbagliata».
Sul mancato salto di qualità del movimento italiano
«È una bellissima domanda ed è difficile dare una risposta precisa. Se penso alle società nelle quali ho giocato da bambino, direi che allora si investiva maggiormente nei settori giovanili. Oggi gli investimenti sono diminuiti e questo innesca una reazione a catena: gli allenatori non riescono a trascorrere abbastanza tempo con i ragazzi, spesso hanno un secondo lavoro e il basket non rappresenta più la loro occupazione principale.
I miei allenatori erano con noi ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Al di fuori della scuola, vivevamo per il basket: era ciò che facevamo per tutta la giornata. Per questo oggi è più difficile riuscire a produrre nuovi talenti ogni anno.
C’è poi un altro problema enorme: ai giocatori italiani che dovrebbero trovare spazio non viene concessa la possibilità di giocare minuti nella massima serie, commettere errori e svilupparsi. Anche questo rappresenta un ostacolo molto importante».
Fonte: HoopsHype





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