Bruno Cerella: “A fine carriera? Vorrei essere muratore, è una tradizione di famiglia”

Bruno Cerella: “A fine carriera? Vorrei essere muratore, è una tradizione di famiglia”

Bruno Cerella si racconta in diretta su "Schiaccio E Non Faccio Fatica"

Bruno Cerella, guarda della Reyer Venezia, è stato ospite di una Q&A in diretta Instagram su “Schiaccio E Non Faccio Fatica”, la community dedicata al mondo del basket ideata da “Che Fatica La Vita Da Bomber”. Ecco le sue dichiarazioni.
«A fine carriera vorrei mettermi sotto contratto come muratore. Siamo la terza generazione di costruttori, è una tradizione di famiglia e mi piace il lavoro di squadra. Al mattino passo tantissimo tempo con i miei operai. L’altro giorno ho fatto anche il calcestruzzo, così imparo tanto anche se sono “il capo”. Se smetto con il basket? Non smetto. Più sono in cantiere, più apprezzo la pallacanestro. Se i giocatori non si realizzano anche fuori dal campo non capiranno mai quanto siamo fortunati. Ci sono operai che lavorano con la schiena a pezzi sotto il sole tutto il giorno. Più sviluppo progetti fuori dal campo e più mi rendo conto che voglio continuare a giocare per tantissimi anni».
«Voglio essere un esempio, o comunque creare curiosità: sono uscito fuori dalla mia zona di comfort a 19 anni e sono partito dalle categorie minori. Sono andato fuori dagli schemi e questo mi è servito molto. Quando finirò la mia carriera saranno importanti i rapporti con le persone che ho creato negli anni. Se oggi la pallacanestro non parte io sono comunque sereno, perché ho una mia realizzazione personale anche fuori dal parquet. Mi auguro che il lockdown abbia fatto pensare molti giocatori. Bisogna avere più curiosità nella vita, una passione, qualcosa che ci possa realizzare in qualsiasi caso e in ogni momento. Se torno a Milano? Non lo so. Ma intanto sono a Milano, a casa mia, sono già tornato».
«La pallacanestro rappresenta oggi il novanta per cento della mia vita. Ho dedicato molte energie al basket. Il basket è stata un’opportunità, ho sempre provato a essere la versione migliore di me stesso in ogni occasione. Il coach che mi ha dato di più? Luca Banchi. Lui è sincerità e rigidità. Con Capobianco invece non ho trovato un’intesa, quel rapporto comunque mi ha aiutato a crescere. Con chi vorrei lavorare? Con un allenatore argentino. Mi sarebbe piaciuto giocare con Luis Scola: sono cresciuto in Argentina e ho visto la generazione dorata. In NBA tifo per i San Antonio Spurs, dove è cresciuto Manu Ginobili».
«Oggi, a 33 anni, occupa tantissimo spazio della mia quotidianità anche l’Associazione Slums Dunk e i suoi progetti in giro per il mondo. Mi auguro che presto si possa di nuovo viaggiare come prima. Anche se sarà difficile, potremmo comunque continuare il nostro lavoro a distanza per farci sentire presenti nelle basketball academy. Con Slums Dunk non organizziamo camp estivi fini a se stessi, le nostre attività vanno avanti tutto l’anno e affiancano quelle educative dedicate a tanti bimbi che vengono così tolti dalla criminalità e dalla violenza. Abbiamo scelto nel nostro team molti educatori e promotori di valori che possano migliorare la vita di questi bambini. Ho avuto la fortuna di conoscere tante realtà del mondo, viaggio spesso per passione e grazie alla pallacanestro. Slums Dunk sarà sempre con me, anche quando smetterò di giocare».

Fonte: Che Fatica La Vita Da Bomber.

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