Blazers, Dame Lillard esalta Deni Avdija: “Un tipo di giocatore indispensabile per vincere in NBA”

deni avdija

L’ala di Portland è tra i principali candidati al debutto nel prossimo All Star Game NBA

Il rendimento di Deni Avdija, ala dei Portland Trail Blazers, è una delle sorprese della prima metà di regular season.

Nel corso di un’intervista con The Athletic l’ala israeliana attribuisce la sua esplosione in NBA a una combinazione di fattori: la fiducia ricevuta dall’ormai ex allenatore Chauncey Billups, la chimica con i compagni di squadra che sono realmente felici per il suo successo – “Capita raramente in NBA”- e, soprattutto, la durezza mentale sviluppata durante i primissimi anni della sua carriera.

«Credo di riuscire ad affrontare le difficoltà senza lamentarmi», ha spiegato Avdija. «Ho imparato che non posso avere scuse. Nella mia carriera ho dovuto affrontare tante situazioni: non giocare, avversari molto fisici, poco spazio per agire… tutte cose che mi frustravano. Ma fin da ragazzo sono sempre riuscito a cavarmela da solo, e questo nel tempo mi ha reso più duro».

Avdija sta viaggiando con medie di 26.2 punti, 7.6 rimbalzi e 6.9 assist, un autentico tuttofare per un team costretto a fare a meno di diversi giocatori nel backcourt.

Uno su tutti, Damian Lillard, lo considera già una pedina fondamentale per il futuro della franchigia.

«Penso che oggi sia un tipo di giocatore indispensabile nella lega», spiega il playmaker tornato in Oregon. «Mette tanta pressione al ferro, guadagna falli, sa segnare da tre, ha taglia fisica e velocità. Si vede che la lega sta cambiando e, se una squadra vuole avere successo, deve avere un giocatore del genere. Serve un’ala capace di fare tutte queste cose, e lui le fa tutte al meglio».

Avdija dal canto suo ritiene che il suo percorso di crescita non sia ancora concluso, e punta ad alzare ulteriormente il livello del proprio gioco.

«So di avere un altro livello da raggiungere….Sto ancora commettendo molti errori dovuti alla poca esperienza in alcune situazioni. Prima di quest’anno non avevo spesso la palla in mano nei finali di partita, le squadre non si concentravano così tanto su di me e non avevo la libertà di fare tante cose. È un qualcosa a cui bisogna abituarsi».

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