Mancano poco meno di cinque minuti alla fine della partita. Il risultato non è ancora definito, 70-58 è ancora recuperabile anche se la squadra in vantaggio sembra molto più a suo agio rispetto a chi sta sotto. C’è però nell’aria una tensione palpabile, un nervosismo che accompagna ogni possesso e che pare debba sfociare in un aspro confronto da un momento all’altro. E nessuno sembra avere la forza di impedirlo. È il 30 maggio 1983, siamo a Limoges, Palais des Sports de Beaublanc. Quinta e ultima giornata del girone A di EuroBasket. Di fronte Italia e Jugoslavia, in palio un posto nelle semifinali.
Gli azzurri arrivano alla gara imbattuti e con enorme fiducia nei propri mezzi. All’esordio battuta in volata la Spagna con un canestro all’ultimo secondo di Marzorati, poi Svezia, Grecia e Francia sono state regolate con grande padronanza della situazione. La Nazionale era sbarcata in Nuova Aquitania con un bel po’ di pressioni addosso da parte dei media, figlie del fatto che era reduce da due quinti posti continentali di fila con in mezzo l’argento olimpico di Mosca ma anche di una mancata qualificazione al mondiale. Alla vigilia il presidente federale Enrico Vinci ha fatto capire che una medaglia ci starebbe proprio bene non fosse altro perché la squadra è di alto profilo ed è guidata dal commissario tecnico Sandro Gamba “con lo stipendio di un Bearzot” (La Stampa dixit). Il roster è di altissimo profilo: due freschi Campioni d’Europa con Cantù, Antonello Riva e Pierluigi Marzorati; tre colonne dell’Auxilium Torino e dell’azzurro, Carlo Caglieris, Renzo Vecchiato e Romeo Sacchetti; Enrico Gilardi fresco campione d’Europa con il Banco Roma, una leggenda vivente, Dino Meneghin; il gruppone della Virtus Bologna, Marco Bonamico, Roberto Brunamonti e Renato Villalta; due baldi giovanotti, Alberto Tonut e Ario Costa.
La Jugoslavia dal canto suo è semplicemente la Jugoslavia, a medaglia da dieci tornei consecutivi considerando Europei, Mondiali e Giochi Olimpici. Li allena Josip Gjergja, nato Giuseppe Giergia nella Zara che a fine anni Trenta fa parte del Regno d’Italia. Ci sono i super veterani Krešimir Ćosić e Dražen Dalipagić, due il cui enorme talento conosciamo e conosceremo molto bene nel nostro campionato e come avversari nelle coppe; c’è Zoran Slavnic, che è agli ultimi istanti della sua carriera in generale dopo aver chiuso a Caserta con i club. C’è pure un ragazzino diciottenne che sa far canestro contro chiunque e il cui nome, Dražen Petrović, è già sulla bocca di tutti. Fa però la riserva alla guardia tiratrice titolare, uno immediatamente riconoscibile in campo per i baffi, per il talento e per l’essere quantomeno spigoloso. Dragan Kićanović – detto Kicia ma anche Cobra – gioca a Pesaro ed è uno che ama il trash talking e anche qualcosa in più: con gli azzurri c’è anche un precedente abbastanza fresco.
Finale dei Giochi Olimpici di Mosca 1980. Mancano pochi secondi, gli slavi sono ormai certi di aver vinto la medaglia d’oro. Rimessa per loro e mentre il pallone viene giocato dai compagni, Kićanović va a sedersi sulla panchina italiana. Dal parquet Meneghin vede la scena un po’ allibito e un po’ incarognito. Quando il pallone arriva al Cobra che nel frattempo si è rialzato dalla panchina e palleggiando attacca il ferro, Dino gli rifila una ginocchiata sulla coscia e lo stende senza troppi complimenti.
La partita di Limoges è per gli slavi da dentro o fuori, noi invece possiamo anche regolarci in base a cosa fa la Spagna ma i ragazzi di Gamba non sono tipi da fare calcoli specie se di fronte c’è un avversario che non battiamo da sette anni in gare ufficiali (Preolimpico di Edimburgo ’76) e da ventotto in un Europeo (Budapest ’55). Nel primo tempo fatichiamo a prendere ritmo, Dalipagić e Kićanović fanno il bello e il cattivo tempo ma teniamo botta soprattutto per il lavoro dei lunghi sotto canestro che prendono caterve di rimbalzi e caricano di falli i dirimpettai Ratko Radovanović e Rajko Žižić. Man mano che passano i minuti aumenta la tensione e il gioco sporco degli slavi e di Kicia che a metà del primo tempo rifila uno sgambetto a Bonamico. La reazione del virtussino è una gomitata che serve a ribadire che gli azzurri non subiranno passivamente. All’intervallo è 42-36 per i nostri avversari.
Nella ripresa Marzorati cambia marcia a sé e alla squadra e si inizia a capire che la sicurezza slava del primo tempo era in realtà un fuoco di paglia. Nella nostra metà campo non passa più nemmeno uno spillo, in attacco Enrico Gilardi segna in qualunque modo contro qualunque marcatore: alla fine per il romano i punti saranno 26 di cui 22 nel secondo tempo. La gara è ormai segnata, a cinque minuti dalla sirena i plavi sono sotto di 12 e senza più carte per riaprire la partita. Tranne una.
C’è un fallo su Petrovic che rimane a terra e ha da ridire con Gilardi. Peter Vilfan arriva per difendere le ragioni del compagno e Sacchetti lo allontana prendendolo per i capelli. Vilfan ovviamente non la prende bene e vorrebbe aggredire Meo, si capisce lontano un miglio; ma dalla stessa distanza si percepisce il terrore del numero 13 nel vedersi arrivare davanti Meneghin. Entrano componenti delle due panchine più che altro per calmare le acque, c’è anche Gamba ben conscio del fatto che i suoi non devono cadere nelle trappole altrui. Sembra essersi tutto riappacificato, tutto tornato nella normalità quand’ecco che Kićanović rifila un calcio a Villalta. Apriti cielo!
“E chi se l’aspettava! – ci racconta Renato Villalta – Mi arrivò questo calcione all’improvviso dopo che Meo aveva ripreso Vilfan dicendogli in sostanza di non fare il furbino. Non fui sorpreso però che Kićanović si fosse comportato così: lui era un giocatore bravissimo, un leader ma anche uno con cui era difficile mantenere la calma. Per esempio ricordo bene che quando tirava i liberi faceva l’aeroplanino e poi quando difendeva senza farsi vedere dai due arbitri sputava sull’avversario che stava marcando. I suoi compagni erano al contrario persone deliziose: Ćosić, Dalipagić, grandi giocatori e sempre rispettosi. Il Cobra invece era, come detto, molto diverso: però confesso che mi piacerebbe rincontrarlo, non lo vedo né lo sento da tempo”.
Gamba si infervora, insegue Kicia che scappa dal coach e da altri azzurri che arrivano di gran carriera per farsi giustizia, i compagni del Cobra corrono per difenderlo, c’è un caos pazzesco, siamo praticamente al tutti contro tutti, la rissa si sposta sui banchi dei giornalisti a bordo campo con macchine da scrivere, carta, penne, tutto che vola via, tre minuti di cazzotti, spintoni e pure un paio di forbici recuperate da Goran Grbović nella borsa del suo massaggiatore. Ci vuole l’intervento della polizia per riportare ordine e poter riprendere la partita che gli azzurri conducono in porto senza sbavatura e senza più farsi condizionare dai nervi.
“Mi ricordo benissimo il fuggi fuggi generale – ricorda ancora Villalta – con gli arbitri che cercavano di calmarci. Anche il compianto Alessandro Galleani si buttò nella mischia. Poi l’intervento della sicurezza riportò tutto alla calma, dopo negli spogliatoi era già tutto chiarito”.
Italia vittoria e a caccia di una medaglia, Jugoslavia a giocare per il quinto posto. Gamba viene prima squalificato poi la sanzione viene tolta e in semifinale con la sorprendente Olanda il coach milanese è regolarmente in panca a guidare la squadra. Ma ovviamente la cosa non può finire lì.
“È chiaro che a bocce ferme, rientrati in Italia, valuteremo bene la posizione di Kićanović che è pur sempre un tesserato nel nostro campionato e che ha colpito l’allenatore della nostra nazionale” dichiara a caldo il presidente federale Vinci. E infatti Kicia la maglia di Pesaro non la rimetterà più in primis per timore della propria incolumità fisica dopo che gli azzurri se la sono, diciamo così, legata al dito.
“Naturalmente è un episodio brutto, abbiamo dato un pessimo esempio per tutti coloro che ci hanno visto in primis i giovani – ammette Villalta –. Però sono convinto ancora oggi che quel momento e la reazione che abbiamo avuto abbia saldato la nostra compattezza di squadra. Se abbiamo vinto l’Europeo è anche perché eravamo un gruppo granitico e contro gli jugoslavi l’abbiamo dimostrato”.
Dario Ronzulli
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