Claudio Coldebella ha raccontato ad Alessandro Gallo sul QS la vita in Israele, le difficoltà legate alle trasferte in Eurolega e il legame con una società storica del basket europeo. Segue un estratto delle sue parole.
Coldebella, dove si trova ora?
“In questo momento sono a Tel Aviv, in una città bellissima”.
Città blindata?
“Io direi una bella città. Il pensiero che sia blindata, forse, è un’idea preconcetta. Per capirla, bisognerebbe provarla. E poi – ha continuato il dirigente – Credo che non ci sia giocatore al quale non piaccia Tel Aviv”.
La sua prima volta in Israele?
“Forse nel 1989 con la Virtus Bologna. Vado a memoria: pieno inverno e arriviamo là: mare e 20 gradi”.
Come la descriverebbe per chi non la conosce?
“Magari una via di mezzo tra Miami e New York. Della Grande Mela ha i grattacieli e il traffico caotico. Però credo che ci sia un indicatore del fatto che questa meta sia gradita ai giocatori”.
Quale?
“Semplice. In fondo, portare qua un giocatore non è impossibile. Potrebbe essere sufficiente una buona offerta”.
E invece?
“Se uno non si trovasse bene, una volta scaduto il contratto, andrebbe via. Anche quest’anno, a partire da Lundberg, che in Italia ricordate, abbiamo avuto tanti rinnovi”.
Tel Aviv ok, ma siete sempre in giro.
“Il problema è quello. Mentre una squadra, dopo che ci ha affrontato, può tornare ad allenarsi, noi voliamo. Questo è un paese tranquillo. Certo, è strutturato per affrontare casi di emergenza. Ma fa parte della storia di questo paese”.
Giocare a Belgrado non è la stessa cosa.
“Non lo ritengo giusto. Lo dico anche per il prodotto Eurolega. Sabato scorso, campionato israeliano, con il Galil Elyon, tutto esaurito: undicimila persone. Il Maccabi è da sempre la squadra del popolo. Quando giochiamo in casa è come partire, ogni volta, da 100 a nostro favore.
Provocazione: si chiama Eurolega. Ma Israele non è in Europa.
“Vero. Ma Dubai? La stessa Turchia? Europa o Asia? Alcune zone della Russia? Poi il Maccabi fa parte di questa competizione da sempre. Da quando si chiamava Coppa dei Campioni. Mi ha sempre affascinato. Ritengo il Maccabi una delle quattro squadre con più storia e leggenda in Europa. Le altre tre? Real Madrid, Panathinaikos e Cska Mosca”.
Lei ha giocato in due squadre italiane.
“Potrei proseguire l’elenco delle quattro, aggiungendo l’Olympiacos e quel Fenerbahce portato al top da Maurizio Gherardini. Poi, fascino e storia ce l’hanno anche Milano e Virtus Bologna”.
Il suo Maccabi ha appena battuto l’Olimpia.
“Vero, ma il roster di Milano è tra i migliori in Europa”.
E la Virtus Bologna?
“La trova eccitante. Ha una sua filosofia e la segue”.
Giochiamo la Final Four in anticipo: chi ci arriva?
“Dico Olympiacos, Fenerbahce e Panathinaikos”.
La Grecia ringrazia. Ma sono tre. E la quarta?
“Il Maccabi se, come spero, dovesse tornare a giocare in casa”.
Tornerà in Italia?
“Un giorno sì. Da dirigente ho potuto lavorare in club fantastici da Varese a Reggio Emilia, tra Caserta a Treviso”.
Com’è l’Italia vista da fuori?
“Sono ottimista, vedo fermento. Penso al derby di Roma. E al fatto che a capo della Lega Basket ci sia Maurizio Gherardini”.
Lei e il Maccabi dovreste inaugurare l’Unipol Hall di Bologna.
“Mi farebbe piacere. Non vedo l’ora. Nuovi palazzetti aiutano la pallacanestro. E strutture moderne e funzionali aiutano il basket a sostenersi meglio”.





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