Peppe Poeta è stato intervistato da Gianpiero Fabrizi per Il Messaggero.
Coach, si riparte da campione d’Italia. Che sensazione è guardare al futuro dopo un anno così?
“Cerco di godermi il momento. Sono diventato capo allenatore a 39 anni e ho giocato la finale scudetto con Brescia: abbiamo vinto quello che si poteva vincere. So che verranno momenti difficili, quindi cerco di prolungare il momento positivo il più a lungo possibile, sapendo di essere una persona fortunata. Resettare dopo lo scudetto? È facile, c’è sempre una nuova partita da affrontare e il credito che hai conquistato in precedenza torna in discussione ogni volta che scendi in campo”.
È tra i più giovani ad allenare un club di questo livello: la giovane età l’ha aiutata o ostacolata?
“So di non avere l’esperienza di tanti altri allenatori ma avendo giocato fino a poco tempo fa riesco a immedesimarmi nelle esigenze dei giocatori. Da playmaker ero abituato a prendere decisioni in pochi secondi, questo mi agevola. L’età e l’esperienza portano sia vantaggi sia svantaggi”.
Messina e Pozzecco l’hanno voluta come assistente prima ancora che lei si vedesse come allenatore: che ricordo ha di quel momento?
“Loro hanno visto in me un potenziale allenatore, qualcosa che neppure io sapevo di avere, e mi hanno convinto a intraprendere questa strada quando inizialmente non ne ero affatto convinto”.
Che squadra ha in mano quest’anno, dopo i cambi nel roster?
“Siamo una squadra diversa, ci serve tempo per crescere. Abbiamo un alto livello di IQ cestistico, con giocatori che possono creare difficoltà in difesa e altri capaci di aprire gli spazi”.
Prima di Teramo e della Serie A ha vestito la maglia di Veroli: che ricordo ha di quella stagione?
“Bellissima. Ricordo l’affetto della gente, ero il più giovane della squadra. In spogliatoio sono stato preso sotto l’ala protettiva dai compagni come Plateo, Carrizo e Cessel, fino a coach Salieri che mi ha dato grande fiducia”.
Cosa si porta dietro oggi, da allenatore, di quell’esperienza?
“L’importanza della fiducia ricevuta e dell’ambiente favorevole che si era creato attorno al gruppo”.
Nel novembre 2005 mise a segno 51 punti in una vittoria per 114-105 contro Forlì: che ricordo ha di quella partita e cosa significò per lei in quel momento della carriera?
“Fino ad allora non ero mai stato nei radar dei grandi club e non avevo mai giocato nelle nazionali giovanili: la mia reputazione era quella di uno scorer da serie minori. Quella prestazione ha cambiato tantissime cose”.
Che immagine ha conservato della città?
“Veroli era un posto piccolo ma accogliente dove si stava benissimo. La qualità della vita era eccellente, cose che tra l’altro dice anche Kyle Hines”.
Quell’anno lavorò con coach Salieri: cosa le ha lasciato sul piano tecnico e umano?
“Salieri era un allenatore esigente, duro e con una visione chiara della pallacanestro, quindi un’identità precisa. Non aveva alcuna paura di lanciare i giovani e per me questo aspetto è stato decisivo”.
Se dovesse tornare a Veroli oggi, da allenatore dell’Olimpia Milano, cosa direbbe al ragazzo che giocava in quella palestra?
“Se parlassi con il Poeta di quell’anno gli direi: continua così, perché sei sulla strada giusta”.





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