RJ Cole: Voglio dimostrare di valere qualsiasi livello

Le parole del play di Olimpia Milano

Robert Cole aveva 38 anni quando RJ, Robert Jr., nacque nel New Jersey, al di là del fiume Hudson, dall’altra parte di una città che in qualche momento gli è sembrato fosse sua: New York, nientedimeno. Robert Cole era il piccolo playmaker, alla guida della Long Island University all’inizio degli anni ’80. Segnò 15.9 punti a partita in carriera. Era veloce, così veloce da far sembrare lenti tutti i suoi avversari. “Mio padre ha avuto un ruolo fondamentale nella mia carriera cestistica”, ricorda RJ. “È stato lui a mettermi la palla in mano. Da bambino dovevo scegliere tra basket e football americano. Quando ho dovuto scegliere, ho optato per il basket perché era molto più facile da imparare e poi potevo avere un futuro. La mia crescita è avvenuta grazie a lui. Ogni giorno mi portava a giocare e in palestra. A quei tempi giocava ancora, quindi mi capitava di andarlo a vedere, stare a bordo campo e allenarmi anche io. Le mie giornate erano sempre dedicate al basket: penso che questo mi abbia aiutato a sviluppare le mie abitudini attuali.”

RJ non era ancora nato quando Robert Sr. Dominava lungo il college basketball lungo la East Coast, con il “run and gun” dei Blackbirds di Long Island, a Brooklyn. Ha sentito però i racconti, tante storie. Gli hanno raccontato che Long Island era stata la squadra che guidava tutta la NCAA per punti per gara nella stagione 1981-82, e che suo padre con 18 punti a partita era il top scorer di quella squadra. RJ poteva essere una nuova versione del padre? “Credo che all’inizio, come giocatore, non sapessi bene chi fossi, cercavo solo di capire quale potesse essere la mia identità. Mi dicevano che lui era un gran realizzatore e tante altre cose, ma crescendo, volevo che la mia identità non si limitasse al segnare. Volevo essere conosciuto per la mia capacità di migliorare i compagni di squadra e anche me stesso.” E così nacque un playmaker. Uno con un’etica del lavoro impressionante, che non vuole perdere nemmeno un giorno pur di migliorare il proprio repertorio. Questo è il consiglio più importante che il padre gli abbia mai dato. “Affronto un giorno alla volta e continuo a costruire sulle fondamenta e sul lavoro che svolgo ogni giorno. Magari non tutti lo vedono, ma quello che faccio nel mio tempo libero è molto importante: se non ti alleni al di fuori degli allenamenti di squadra, potresti anche non migliorare mai e non riuscire a lavorare sugli aspetti che vorresti perfezionare.”

Il leggendario coach di St. Anthony High School, Bob Hurley

Robert Cole Sr. fu, di fatto, il primo allenatore di suo figlio. Ma era abbastanza intelligente da capire che per raggiungere il livello successivo RJ aveva bisogno di qualcosa di più. Aveva bisogno di un allenatore del più alto livello, non solo di un approccio severo ma pur sempre di un padre nei confronti del figlio. Così, si adoperò per farlo iscrivere alla prestigiosa St. Anthony High School di Jersey City. Jersey City è la città che si può vede da Manhattan alzarsi oltre l’Hudson. Da Jersey City, si può ammirare la skyline più famosa del mondo, ma è tutto un altro ambiente. L’allenatore della squadra di quella scuola era un Hall of Famer, Bob Hurley Sr. Numerosi giocatori NBA sono passati per St. Anthony, giocatori di college che hanno fatto la storia hanno giocato lì lungo un percorso durato quasi quattro decenni. RJ Cole è stato l’ultimo playmaker allenato da Bob Hurley prima che la scuola venisse chiusa per mancanza di fondi. “Penso che il fatto di essere una squadra vincente, con un allenatore molto esigente, mi abbia spinto a voler giocare per lui. Si aspettava la perfezione. Voleva il meglio per tutti i giocatori della squadra. Credo che giocare per una persona del genere mi abbia aiutato in tutto, non solo nel basket, ma anche nella vita. Avere l’opportunità di giocare per Bob Hurley a St. Anthony è stato un grandissimo onore. Non tutti hanno la possibilità di giocare per un coach come lui e in una squadra come la sua.”

Ad Howard University, RJ Cole ha avuto la sua prima opportunità a livello collegiale

RJ Cole ha seguito le orme del padre e i consigli di Bob Hurley Sr., ma si è anche creato una propria identità. “Se sei un playmaker o un regista, quello che cerchi di fare è trovare il modo di colpire la difesa e coinvolgere i tuoi compagni. Per quanto mi riguarda, mi piace segnare ma non credo che questa sia la parte difficile. Penso che per me si tratti piuttosto di cercare di andare in squadre diverse e adattarmi al loro sistema e a quello che stanno facendo. Sarebbe sbagliato arrivare in un posto e fare quello che voglio. È importante fare quello che la squadra ha bisogno che tu faccia per vincere.”

Tuttavia, dover dimostrare continuamente il proprio valore è stato un tema ricorrente nella sua carriera. Era troppo basso per essere preso in considerazione dalle grandi università; quindi, dopo St. Anthony ha fatto una scelta diversa e si è iscritto alla Howard University di Washington. Un’università di basso livello cestisticamente. Ma di alto lignaggio in termini accademici. “Inizialmente la mia decisione di andare ad Howard è stata dettata dall’aspetto accademico”, ricorda. “Mia madre ha sempre dato grande importanza all’istruzione. Mi diceva, soprattutto quando ero piccolo, che se non fossi andato bene a scuola non avrei potuto giocare a basket. Volevo andare in un posto dove la mia istruzione fosse valorizzata. Dal punto di vista cestistico, Coach Kevin Nickelberry credeva in me. Ho capito subito che mi avrebbe dato una vera opportunità dopo il liceo e dopo aver giocate in qualche squadra della AAU. Credeva in me e mi ha trasmesso la fiducia necessaria per scendere in campo e dimostrare a tutti, alle altre squadre, che potevo giocare a qualsiasi livello. Non importa dove mi trovassi, lui mi ha dato fiducia e io lo ringrazio ancora oggi per l’opportunità.” L’opportunità lo portò a Connecticut, la sua scuola preferita, una potenza del basket universitario, con una grande tradizione e un allenatore a lui familiare, Dan Hurley, il figlio minore di Bob Hurley. “Andare a UConn non lo considero una rivincita personale. Per me è stata piuttosto un’altra opportunità per dimostrare a tutti che potevo replicare, su scala più ampia, quello che avevo fatto a livello universitario nei miei due anni ad Howard. UConn era l’università che ho sempre sognato. È stata un’enorme opportunità poter andare in un posto dove desideravo giocare fin da quando avevo 10 anni. E avere come allenatore Danny Hurley, il figlio, ha reso la scelta molto più semplice.”

Da un Hurley all’altro: a UConn l’ha allenato Dan Hurley

Da un Hurley all’altro. RJ Cole è il frutto dell’influenza di molti maestri. “Danny Hurley ha il pedigree per voler vincere e fare tutto il necessario per farti dare il massimo nel basket. È una mente brillante. Ha ereditato molte delle sue caratteristiche dal padre. È un tipo di allenatore tenace e determinato. Questo lo aiuta ora ad essere riconosciuto come uno dei migliori allenatori nel basket universitario”, afferma.

RJ Cole non è stato scelto al draft NBA. Dopo aver trascorso due stagioni a UConn, ha dovuto ricominciare tutto da capo in Europa. Germania e Grecia (Lavrio) sono state le prime tappe. “Onestamente, per me, il percorso è sempre stato quello di dover dimostrare il mio valore. Ad ogni livello e in ogni paese è sempre successo, perché la gente non sa mai chi sei veramente. Magari sentono parlare di te online o altro, ma non hanno la possibilità di vederti giocare davvero. Ogni opportunità che ho la uso per dimostrare il mio valore e far vedere a tutti che merito di essere lì, a qualsiasi livello si giochi.” Così, si trasferì a Vilnius e attirò le attenzioni di tutta Europa quando il Lietuvos rytas sconfisse lo Zalgiris nella finale dei playoff. Un risultato storico. “Vincere in Lituania è stato importantissimo. Penso che avessimo una squadra notevole a Vilnius in quella stagione. Mi sono goduto tutto il periodo che abbiamo trascorso insieme. Avevamo avuto un anno difficile in Champions League dove non andammo avanti. Mi pare che già a gennaio ci trovammo fuori dalla competizione, ma poi ci siamo rimboccati le maniche e ci siamo detti che il nostro obiettivo era vincere in Lituania. Avevamo veterani che facevano parte della squadra da anni e che non erano riusciti a superare l’ultimo ostacolo, lo Zalgiris. Quindi, desideravano quella vittoria più di tutti.” La stagione successiva, sfiorarono l’impresa un’altra volta. E la sconfitta alla fine fu solo più dolorosa. “Sì, onestamente, è stata dura. Quando abbiamo giocato contro il PAOK in precampionato, rivedere Trinchieri è stato difficile perché mi ha ricordato che eravamo arrivati a un passo dalla vittoria. Mancavano solo tre minuti alla fine e avremmo di nuovo battuto lo Zalgiris. Ma nel basket succede, si impara e si crescere attraverso queste situazioni. Quello che conta è continuare a vivere giorno per giorno e a migliorare costantemente.”

Sono stati due anni memorabili a Vilnius

Dopo Vilnius, ha firmato per Venezia e ha giocato un’altra finale. Nelle ultime tre stagioni le sue squadre hanno sempre raggiunto l’atto conclusivo dei playoff. “Da quello che ho visto nei campionati in cui ho giocato finora, quello italiano è uno dei migliori d’Europa e continua a migliorare. Quest’anno, ci sono nuove squadre e tante giocano nelle diverse competizioni europee. Il campionato italiano sta crescendo visibilmente e io sono entusiasta di avere un’altra opportunità di farne parte”.

Ma un passo alla volta ora è a Milano e gioca in EuroLeague. “Continuerò a essere me stesso e a trovare il mio posto nel flusso della partita e in quello di cui la squadra ha bisogno per vincere. Credo che, una volta che mi sentirò a mio agio nel mio ruolo e avrà capito meglio cosa debba fare per aiutare la squadra, la transizione risulterà più semplice. Personalmente, voglio solo dimostrare il mio valore, far vedere a tutti che merito di giocare ai massimi livelli. Voglio migliorare ogni giorno, crescere, imparare dai tanti campioni che abbiamo in squadra. Per Milano, vogliamo vincere in Italia, ma credo che in questo momento il nostro obiettivo principale sia trovare un modo per farci notare anche in EuroLeague: penso che questo sia un gruppo che può farlo.”

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