Mike D’Antoni è ufficialmente il quarto italiano ad entrare nella Naismith Basketball Hall of Fame. Cesare Rubini, Sandro Gamba e Dino Meneghin, che l’hanno preceduto, sono tutti affiliati all’Olimpia che vanta tra gli “Hall of Famer” anche Bill Bradley e Bob McAdoo. La cerimonia tradizionale si è svolta nella notte di Springfield: D’Antoni, accompagnato dalla moglie Laurel, dal figlio Michael, da tutta la famiglia incluso Coach Dan D’Antoni, è stato presentato tra gli altri da Bob McAdoo. Ma erano presenti anche Wally Walker, Russ Schoene e Joe Barry Carroll. Una vera “Olimpia USA Reunion”.
D’Antoni è stato introdotto da un video in cui ampie parti ricordavano la sua carriera da giocatore a Milano. Nel suo discorso, a tratti commovente, a tratti esilarante come nel suo stile, Mike ha ricordato le sue origini, la famiglia emigrata dall’Italia alla ricerca di condizioni di vita migliori, trovate sulle colline del West Virginia, dove è cresciuto in una famiglia ricca di amore e spirito competitivo, non solo del padre Coach Louis D’Antoni, ma anche della mamma: “Credetemi nessuno ha mai osato fare il furbo con lei e la sua famiglia”. In quegli anni aveva due idoli, due giocatori locali, Rod Thorn che poi l’ha allenato ed era presente ed il grande Jerry West che ai tempi del liceo eliminò in una semifinale dello stato la squadra del padre. Poi ha ricordato l’università di Marshall, dove ha seguito le orme del fratello, e il disastro aereo che in quegli anni spazzò via la squadra di football, una catastrofe che ha segnato la comunità per decenni, quindi l’incontro milanese con la moglie Laurel. “Siamo andati a mangiare una pizza con Wally Walker e la moglie. Ho impegnato meno di sette secondi per capire che era lei la donna della mia vita”, ha detto con un riferimento allo stile di gioco (“Sette secondi o meno”) che rappresentava al meglio i suoi Phoenix Suns, presenti in massa con Amare Stoudemire, anche lui ammesso alla Hall of Fame, e Steve Nash. E poi il figlio, Michael, cui riconosce quanto sia difficile essere il figlio di un allenatore che deve girare il mondo inseguendo il proprio lavoro.
E poi la parte italiana: “Qualche volta le delusioni della vita ti conducono esattamente nel posto giusto. Dopo aver giocato nella NBA, sono andato in Italia e lì ho trascorso i successivi 17 anni. All’Olimpia Milano come playmaker e sotto il mio Coach, Dan Peterson, la mia carriera è esplosa. Questo mi ha fatto capire quanto avvertire fiducia possa trasformare i giocatori. Grazie Coach”, ha detto. “Giocare insieme a Bob McAdoo a Milano è stato uno dei grandi privilegi della mia carriera. Mi ricordo i time-out. Il Coach disegnava un gioco. Poi Bob mi guardava con quello sguardo che diceva “Dammi solo la palla”. E io capivo cosa significasse. Mentre eri nella NBA ed eri l’MVP – ha aggiunto Mike -, Milano e i miei compagni di squadra erano tutto per me. Sono grato che Wally Walker, Joe Barry Carroll e Russ Schoene siano qui oggi a rappresentarli tutti”. Quindi l’Olimpia Milano e i suoi tifosi, passando dal campo alla panchina: “Grazie per il vostro affetto e amicizia. È stato a Milano che ho cominciato a fare esperimenti con quintetti più piccoli e uno stile di gioco più veloce che poteva allargare le difese e creare più tiri da tre punti. Sasha Djordjevic e Antonio Davis sono stati una parte importante di questa evoluzione. Antonio ha poi avuto un grande carriera NBA”. E anche a livello societario ha sottolineato l’impatto della sua esperienza milanese: “I general manager Toni Cappellari ed Enzo Lefebre, i proprietari Gianmario Gabetti e Tiziana Gabetti, mi hanno insegnato che per vincere un’organizzazione, dalla proprietà ai giocatori e fino alla scarpette rosse, deve fare in modo che tutti siamo sulla stessa pagina”.
D’Antoni ha poi raccontato i suoi anni da allenatore nella NBA, anche ai New York Knicks dove lanciò Jeremy Lin ma spendendo le parole più importanti per Steve Nash e James Harden. In sintesi – ha spiegato – “far parte della Hall of Fame significa lasciare qualcosa al basket. Nel mio caso ha significato fare in modo che il gioco fosse un po’ più veloce, un po’ più brillante e molto più divertente. Mi considero l’uomo più fortunato del mondo perché ho trascorso tutta la mia vita facendo ciò che amo circondato dalle persone che amo”.
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