La nascita della nuova Pallacanestro Brescia arriva dopo giorni convulsi e decisivi, segnati dal passaggio societario e dalla costruzione in tempi record di un nuovo progetto sportivo che ripartirà dalla Serie B Nazionale. Una trasformazione rapida che ha coinvolto istituzioni, imprenditori e tifosi in una risposta collettiva alla crisi del club.
A raccontare questa fase è Enrico Zampedri, vicepresidente della nuovo club, che ripercorre con un intervista al Giornale di Brescia le tappe della rinascita e conferma come sia stato appena firmato il preliminare per l’acquisizione delle quote della Power Basket Nocera. Il closing definitivo, con passaggio delle azioni e cambio di denominazione, richiederà ancora alcune settimane.
Come si chiamerà il nuovo club?
«Vogliamo che ci sia il nome Leonessa e il nome della città di Brescia. Adesso stiamo vedendo come meglio suona nelle varie declinazioni».
Ma qualcosa una settimana fa è successo… Più sorpreso o più deluso da Mauro Ferrari?
«Sicuramente sorpreso, però non c’era posto per i sentimenti di rabbia e ha vinto la voglia di rimboccarsi le maniche».
Come componenti del Consiglio d’amministrazione della Pallacanestro Brescia davvero non sapevate nulla?
«Lo giuro, assolutamente no. Ora però si è voltato pagina e si è cominciato a scrivere qualcosa di nuovo. Una cosa su Ferrari la devo dire: lasciando perdere la scelta che ha fatto, non avremmo mai potuto completare la rinascita in sette giorni se lui non ci avesse comunque supportato. Dalla donazione per l’acquisto del titolo, perché nessuno pronti via avrebbe messo quei soldi sul tavolo, ma anche perché ci ha messo a disposizione i suoi professionisti e l’elenco delle squadre che si potevano comprare e questo ci ha permesso di andare subito alla meta».
Quindi come è costruita la nuova società?
«Ci sarà un Consiglio di amministrazione con cinque persone. Graziella Bragaglio come presidente, io come vicepresidente, poi Mirko Busi, Giovanni Mazza e Davide Peli come consiglieri. Rappresentiamo il primo Cda che resterà in carica i primi tre anni. Ma l’obiettivo è quello di allargare subito dopo la compagine sociale a tutti coloro che sono interessati a partecipare a un progetto sportivo e sociale, creando una sorta di public company. L’idea è che nessuno abbia più del 5% di questa società, quindi non ci sarà più un uomo al comando, bensì tanti soci. Stiamo poi pensando di inserire nello statuto una clausola che renda impossibile il trasferimento della società. Andrà studiata bene, però se chiedi a una comunità come quella bresciana di sostenere un progetto, poi non può essere che lo porti via. Ferrari ha potuto farlo, era la sua azienda in qualche modo. Non vogliamo che succeda più. Non potrà esserci uno che si sveglia un giorno e dice: “Da domani vado a giocare altrove”».
E finalmente potrà parlare il campo. Che squadra avete in mente di costruire?
«Il progetto è triennale ma partiamo con l’obiettivo di salire il prima possibile in Serie A2, che è un campionato sostenibile. Ci divertiremo».





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