Ambiente surriscaldato, toni alti e più di un battibecco con la stampa presente. La conferenza stampa di Stefano Sardara, presidente della Dinamo Sassari, dopo la retrocessione in A2 è stata un lungo confronto, tra autocritica, accuse, difesa del percorso societario e chiarimenti sulle voci di una possibile cessione a un fondo.
Sardara ha fissato subito il punto di partenza del tracollo: «Retrocessione che non arriva a maggio 2026, ma a maggio 2025. Abbiamo commesso l’errore di affidarci a persone che poi ci hanno abbandonato. Una responsabilità che mi devo prendere. Ci lecchiamo le ferite e ripartiamo».
Il passaggio più acceso è arrivato sulle voci di una cordata interessata al club: «Cordata? Mettetemi in contatto. Che voci ci sono? Dove girano? Questione di privacy? Sono cazzate». Poi la replica su Gianmarco Pozzecco: «Non ho visto arrivare la retrocessione? Ho cacciato Gianmarco Pozzecco? Non è stato cacciato, abbiamo risolto consensualmente».
Il presidente ha rivendicato il peso storico del club: «In questi 15 anni siamo la seconda società che ha vinto di più in Italia dopo Olimpia Milano. Stiamo confondendo chi siamo, e quello che possiamo fare. Qui puoi prendere giocatori in cerca di un trampolino. Il nostro Scudetto oggi è dire “cosa faremo”, ma siamo ancora qui, siamo una società sana. Non so le aspettative di qualche persona».
Sul tema cessione, Sardara ha ribadito la sua posizione: «Io sei mesi fa potevo vendere ad un fondo come è successo con Roma. Ma ho detto no». E ancora: «Cerco persone che vogliano investire su Sassari, non portare via il basket da qui. Fino a quel momento, andrò avanti io. Qui è una staffetta, lo dico dall’inizio del mio percorso, ma il testimone lo si passerà solo a chi ci darà sicurezza».
Non sono mancati riferimenti arbitrali: «Ho ricevuto tre volte le scuse dal capo degli arbitri. Con Cantù, per non dire con Varese. Senza oggi saremmo salvi, e sarebbe retrocessa Cantù». Poi l’affondo interno: «I benpensanti locali hanno pensato di accompagnare alla porta Federico Pasquini. E non dico solo i giornalisti».
Ampio spazio anche al tema pubblico e palazzetto: «La nostra reputazione cresce, le aziende si vogliono affiancare al brand Dinamo, tuttavia c’è il tema palazzetto, oggi in molti preferiscono vedersi la gara a casa piuttosto che venire qui. E questo è figlio delle limitazioni Covid, e la gente ha preso altre decisioni. Noi dobbiamo trovare delle soluzioni. Un tempo qui non si sentivano i fischi arbitrali, oggi sento il rumore delle scarpe». E ancora: «Il prezzo del biglietto non è mai aumentato, quando sono arrivate le norme Covid mi sono preso la squadra sulle spalle. Manca il supporto».
Sul futuro sportivo, il messaggio è stato netto: «Vogliamo tornare in Serie A. Però cerchiamo di capire quello che vogliamo essere. Se Dinamo deve essere la squadra che “o vince, o non funziona”, io non sono il presidente adatto. Non sono mai stati questi i presupposti».
Durissimo il giudizio sul gruppo: «Tutti fanno riferimento all’ultima finale Scudetto come top. Ma abbiamo fatto due semifinali con Piero Bucchi. Poi certo, sono stati tre anni difficili, con gente “senza sangue”. Abbiamo fatto tutto, bastone, carote, multe, Thomas mi ha scritto, non ho risposto perché sono profondamente ferito. Puoi correggere tutto, non la mancanza di palle».
Sardara ha citato anche un episodio simbolico: «Con Treviso, avanti di 8, non subiamo un’infiammata. Mandiamo due palle in tribuna e una in cielo. Un problema di carattere, di testa, ma noi abbiamo certo di fare tutto il possibile, solo che il male era incurabile».
Sul futuro tecnico e dirigenziale: «Il direttore sportivo? Non rimane nessuno, a parte qualcuno nello staff tecnico. Non ho comunicazioni su Sartori». Poi sui giocatori finiti fuori rosa: «Vi direi con grandissimo piacere il motivo, ma c’è la privacy, non posso dirlo. Ci siamo affidati nella costruzione della squadra a persone “senza sangue” che ci hanno tradito sino alla fine. Il gruppo americano è stato il meno professionale che abbia mai conosciuto, anche se McGlynn ci ha messo l’anima. Non tutti. Così come Mezzanotte, Vincini, Ceron… Era talmente diffuso il malessere dall’essere incurabile».
Infine, il palazzetto e il rapporto con il Comune: «Partiremo con dei lavori, anche grazie al sostegno del Comune con cui c’è accordo di grande gittata». La Dinamo riparte dall’A2, da ferite aperte e da una promessa: Sardara resta al timone, almeno finché non arriverà qualcuno in grado di dare garanzie vere al futuro del basket a Sassari.
Le parole di Stefano Sardara
«Retrocessione che non arriva a maggio 2026, ma a maggio 2025. Abbiamo commesso l’errore di affidarci a persone che poi ci hanno abbandonato. Una responsabilità che mi devo prendere. Ci lecchiamo le ferite e ripartiamo»
«Cordata? Mettetemi in contatto. Che voci ci sono? Dove girano? Questione di privacy? Sono cazzate. Non ho visto arrivare la retrocessione? Ho cacciato Gianmarco Pozzecco? Non è stato cacciato, abbiamo risolto consensualmente».
«In questi 15 anni siamo la seconda società che ha vinto di più in Italia dopo Olimpia Milano. Stiamo confondendo chi siamo, e quello che possiamo fare. Qui puoi prendere giocatori in cerca di un trampolino. Il nostro Scudetto oggi è dire “cosa faremo”, ma siamo ancora qui, siamo una società sana. Non so le aspettative di qualche persona».
«Io sei mesi fa potevo vendere ad un fondo come è successo con Roma. Ma ho detto no».
«Ho ricevuto tre volte le scuse dal capo degli arbitri. Con Cantù, per non dire con Varese. Senza oggi saremmo salvi, e sarebbe retrocessa Cantù».
«I benpensanti locali hanno pensato di accompagnare alla porta Federico Pasquini. E non dico solo i giornalisti».
«La nostra reputazione cresce, le aziende si vogliano affiancare al brand Dinamo, tuttavia c’è il tema palazzetto, oggi in molti preferiscono vedersi la gara a casa piuttosto che venire qui. E questo è figlio delle limitazioni Covid, e la gente ha preso altre decisioni. Noi dobbiamo trovare delle soluzioni. Un tempo qui non si sentivano i fischi arbitrali, oggi sento il rumore delle scarpe».
«Cerco persone che vogliano investire su Sassari, non portare via il basket da qui. Fino a quel momento, andrò avanti io. Qui è una staffetta, lo dico dall’inizio del mio percorso, ma il testimone lo si passerà solo a chi ci darà sicurezza».
«Il prezzo del biglietto non è mai aumentato, quando sono arrivate le norme Covid mi sono preso la squadra sulle spalle. Manca il supporto».
«Vogliamo tornare in Serie A. Però cerchiamo di capire quello che vogliamo essere. Se Dinamo deve essere la squadra che “o vince, o non funziona”, io non sono il presidente adatto. Non sono mai stati questi i presupposti».
«Tutti fanno riferimento all’ultima finale Scudetto come top. Ma abbiamo fatto due semifinali con Piero Bucchi. Poi certo, sono stati tre anni difficili, con gente “senza sangue”. Abbiamo fatto tutto, bastone, carote, multe, Thomas mi ha scritto, non ho risposto perché sono profondamente ferito. Puoi correggere tutto, non la mancanza di palle».
«Con Treviso, avanti di 8, non subiamo un’infiammata. Mandiamo due palle in tribuna e una in cielo. Un problema di carattere, di testa, ma noi abbiamo certo di fare tutto il possibile, solo che il male era incurabile».
«Il direttore sportivo? Non rimane nessuno, a parte qualcuno nello staff tecnico. Non ho comunicazioni su Sartori».
«I giocatori fuori rosa? Vi direi con grandissimo piacere il motivo, ma c’è la privacy, non posso dirlo. Ci siamo affidati nella costruzione della squadra a persone “senza sangue” che ci hanno tradito sino alla fine. Il gruppo americano è stato il meno professionale che abbia mai conosciuto, anche se McGlynn ci ha messo l’anima. Non tutti. Così come Mezzanotte, Vincini, Ceron… Era talmente diffuso il malessere dall’essere incurabile».
«Palazzetto? Partiremo con dei lavori, anche grazie al sostegno del Comune con cui c’è accordo di grande gittata».





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