Sergio Rodriguez: “L’NBA il coronamento di un sogno. L’esperienza a Milano straordinaria”

Premiazione Sergio Rodriguez, Premiazione, Premio, Commemorazione, Cerimonia, Award, EA7 Emporio Armani Olimpia Milano - Real Madrid Euroleague 2022/2023 Milano, 03/11/2022 Foto Ciamillo-Castoria/ Claudio Degaspari

Sergio Rodriguez è stato intervistato da Francesco Maria Menghi per il portale dell’Ambasciata di Spagna in Italia “Spagna Cultura e Scienza”

Sergio Rodriguez è stato intervistato da Francesco Maria Menghi per il portale dell’Ambasciata di Spagna in Italia “Spagna Cultura e Scienza”.

Questa l’intervista all’ex giocatore di Real Madrid ed Olimpia Milano.

Sergio Rodríguez è stato uno dei cestisti più importanti della storia della pallacanestro spagnola. Dopo aver giocato per cinque stagioni in NBA ed aver conquistato con la nazionale un Mondiale, un Europeo e due medaglie olimpiche, dal 2019 al 2022 ha vissuto in Italia vestendo la maglia dell’Olimpia Milano.

A soli 14 anni hai lasciato Tenerife per inseguire il tuo sogno a oltre duemila chilometri di distanza, al Siglo XXI. Quali sono state le maggiori difficoltà che hai dovuto affrontare nel trasferirti in una realtà così diversa da quella a cui eri abituato?

Lasciai casa per inseguire il mio sogno di diventare un giocatore professionista e, una volta arrivato a Bilbao, trovai un ambiente ideale e con condizioni eccellenti sia dal punto di vista sportivo che educativo. Tutti i giocatori avevano una borsa di studio e condividevano lo stesso stile di vita, un’esperienza piuttosto insolita per ragazzi così giovani e lontani da casa. La difficoltà maggiore fu la distanza dalla mia famiglia e dai miei amici, ma riuscii ad adattarmi mantenendo un atteggiamento positivo e cercando sempre di vedere il lato buono delle cose. Quei tre anni a Bilbao mi hanno insegnato moltissimo e conservo un ricordo davvero speciale di quel periodo.

Avevi invece vent’anni quando sei approdato in NBA. Ripensando all’avventura americana, quali sono i momenti che riaffiorano per primi alla tua mente?

Arrivare negli Stati Uniti è stato il coronamento di un sogno, dopo i due anni trascorsi all’Estudiantes. Il primo grande momento fu il Draft, il secondo l’arrivo a Portland dove mi allenai per la prima volta con una squadra NBA, immerso in tutto ciò che quel livello comporta e condividendo il campo con giocatori che fino ad allora avevo visto solo in televisione. Il terzo fu la possibilità di competere nel miglior campionato del mondo, affrontando idoli che ammiravo fin da bambino. Al di là del basket, porterò sempre con me l’esperienza personale di quegli anni: prendere la patente, imparare a vivere da solo, crescere lontano da casa.

Qual è la lezione più importante che hai tratto da quell’esperienza e quale consiglio daresti oggi a un giovane europeo che sogna di approdare in NBA?

La lezione principale è l’importanza di godersi il momento. Oggi ci sono molti più giocatori stranieri in NBA rispetto al passato e il livello di competizione è altissimo. Il mio consiglio è di lavorare sodo, vivere ogni istante del percorso con entusiasmo ed essere consapevoli del privilegio di trovarsi in un ambiente del genere così da trarre il massimo da ogni esperienza.

Nel 2019 sei arrivato a Milano, dove sei rimasto tre stagioni vincendo quattro titoli e riportando l’Olimpia sul podio della massima competizione europea dopo trentatré anni. Quale impressione ti suscitò l’Italia al tuo arrivo e quali differenze culturali, nello stile di vita e nell’approccio allo sport, hai notato rispetto alla Spagna?

La mia esperienza a Milano è stata straordinaria. Al mio arrivo dalla Russia, nel 2019, trovai un Paese molto simile alla Spagna, con una cultura che fin dal primo momento ha fatto sentire me e la mia famiglia davvero a casa. Il club e la città ci accolsero in modo eccezionale, e conserviamo ancora oggi ricordi meravigliosi di quel periodo. Nell’approccio allo sport ci sono forse alcune sfumature diverse, ma ciò che unisce Italia e Spagna è la passione profonda: quella dei nostri tifosi e quella del pubblico di ogni palazzetto in cui abbiamo giocato.

Quali sono i ricordi più significativi che conservi dei tre anni trascorsi in Italia?

I momenti positivi vissuti in quei tre anni costituiscono certamente la parte più significativa di quel periodo. Tuttavia, per l’impatto che ha avuto a livello mondiale, è impossibile non menzionare l’arrivo del Covid anche perché Milano fu l’epicentro della pandemia in Europa. Fu una situazione molto difficile e complessa da affrontare, ma ci unì profondamente alla città, all’ambiente e alla squadra. Un’esperienza intensa, che lascia il segno e che ricorderò per sempre.

Giorgio Armani ha sempre mostrato grande stima per te e per la tua famiglia. Che cosa ha rappresentato, sul piano personale e professionale, avere come proprietario del club una figura così iconica e leggendaria?

Avere l’opportunità di lavorare in una struttura di questo livello e in un club guidato da una figura come Giorgio Armani è stato davvero straordinario. Il suo coinvolgimento era totale: era presente alle partite e il modo in cui si rivolgeva a noi, con quella classe naturale e quel rispetto che sapeva trasmettere, rendeva ogni momento ancora più speciale. L’eredità che lascia, sia nella sua industria sia in ciò che ha rappresentato per il basket a Milano, è semplicemente ineguagliabile.

Con la nazionale spagnola hai disputato dieci competizioni internazionali, vivendo da protagonista una generazione irripetibile per talento e successi. Come riassumeresti i sedici anni trascorsi con La Familia?

Rappresentare il proprio Paese è uno dei sogni più grandi per qualsiasi atleta. Ho partecipato a numerose competizioni internazionali, ho vinto medaglie olimpiche e ci siamo laureati campioni del mondo e d’Europa ma, al di là dei titoli, siamo sempre stati un gruppo estremamente unito e questa coesione è stata fondamentale per competere così a lungo ai massimi livelli. La dedizione e l’impegno collettivo ci hanno permesso di esprimerci sempre al meglio, in ogni situazione.

Tra le sette medaglie conquistate, di cui tre d’oro, quale ti ha regalato l’emozione più intensa e perché?

Forse le medaglie olimpiche, sia l’argento sia il bronzo, sono quelle che custodisco con un affetto particolare. Anche gli Europei del 2015 e i Mondiali del 2006 che abbiamo vinto sono momenti indimenticabili, ma le medaglie olimpiche, per ciò che rappresentano per un atleta, occupano un posto davvero privilegiato nei miei ricordi.

Dallo scorso luglio sei il nuovo Direttore Sportivo del Real Madrid. In che modo è maturata la decisione di proseguire la tua carriera nel basket dietro la scrivania?

Affronto questo incarico con grande gratitudine nei confronti della società per l’opportunità che mi ha offerto e la volontà di impegnarmi al massimo per permettere al club e alla squadra di continuare a vincere. Vogliamo portare avanti una gestione coerente con ciò che rappresenta il Real Madrid e abbiamo di fronte a noi un progetto importante, sostenuto da entusiasmo e voglia di migliorare costantemente. Dopo la mia carriera da giocatore, questa è una sfida enorme e profondamente stimolante.

Quali obiettivi ti piacerebbe raggiungere nei prossimi anni in questo nuovo ruolo dirigenziale?

Al Real Madrid gli obiettivi sono chiari: lavorare, competere e vincere. Vogliamo mantenere una linea precisa che rispecchi i valori del club, in continuità con la sua storia e con la grandezza che da sempre caratterizza sia il club sia la sua sezione cestistica.

Leggi anche

Gli ultimi commenti

Hot news