Matteo Soragna spiega di aver scoperto il baskin per caso e di non aver più smesso: “È uno sport, prima di tutto. Le partite sono tirate, non si regala niente e tutti giocano per vincere”.
Per l’ex azzurro, la forza del baskin è che “non ha bisogno della retorica dell’inclusione per esistere” e “ti cambia lo sguardo sugli altri”.
Il regolamento è costruito per includere attraverso la competizione: sei in campo, ruoli numerati con un tetto complessivo, e limiti che riducono l’impatto dei più forti.
I ruoli “bassi” agiscono nelle aree protette dei canestri laterali e hanno dieci secondi per scegliere tra un tiro da tre o due liberi da un punto: un frammento che “sposta” il baricentro del gioco.
Nato a Cremona (2001) e strutturato con l’Associazione e poi con l’EISI, il baskin oggi conta circa 230 società in 18 regioni e oltre 9.000 persone coinvolte, con un forte traino scolastico.
Il modello italiano si sta diffondendo anche in Francia, Spagna, Grecia e altri paesi, perché — dice Soragna — “in campo siamo tutti uguali e tutti coinvolti”.
Fonte
Domani





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