La prima di campionato della Virtus è più di un 105-88: è un promemoria su chi detta il ritmo in Italia e su come lo fa. Nel giorno dello stendardo consegnato da Maurizio Gherardini a Massimo Zanetti, con Belinelli a bordocampo, l’Olidata si presenta da campione d’Italia e recita a memoria il suo spartito: 27 assist, 15 triple (15/32), sette uomini in doppia cifra. È dominio tecnico e mentale, confezionato nel 51-32 dell’intervallo e consolidato fino al +21 del 23’ (60-39).
Eppure, non è una serata autocelebrativa. Dusko Ivanovic mette subito il dito nella piaga: «Per vincere dobbiamo difendere». L’editoriale della gara è tutto qui: la Virtus controlla, corre, condivide, ma resta ossessionata dal dettaglio. È l’atteggiamento giusto a tre giorni da Parigi, dopo l’indigestione di punti subita a Valencia.
La chiave sta nell’energia organizzata. Karim Jallow è il segnaposto ideale: 11 punti, rimbalzi, recuperi, stoppate, assist. Non è la quantità a colpire, è la continuità dell’impatto: apre il campo, chiude linee, accende i break (lui stesso lo riassume: «La chiave è stata l’energia»). Attorno, il cast gira fluido: Edwards da killer silenzioso (13 e tre bombe), Morgan top-scorer a 16, Smailagic affidabile su due lati, Alston concreto, Pajola a governare senza rumore (9). E i “ritrovati” Taylor e Diouf—poco visti a Valencia—si riprendono scena e fiducia.
Il dato che spiega tutto è semplice: la palla viaggia. Quindici assist nel solo primo tempo, 27 alla fine. Quando il pallone corre, Napoli non regge le rotazioni e le Vu nere trovano tiri “con i piedi per terra”: 65% da due, 47% da tre. Dentro c’è anche un tassello identitario: Niang non solo vola in schiacciata, ma mette la prima tripla in maglia Virtus. Segnale di crescita, non di casualità.
Napoli non è uno sparring partner. Simms (23) tiene viva la fiammata iniziale, Flagg (18) e Croswell (16) danno fisicità, Mitrou-Long distribuisce (10 assist) ma la difesa bianconera gli nega l’efficienza dall’arco (1/7). Il terzo quarto dei campani vale uno strappo d’orgoglio fino a -13, poi Bologna riallinea ritmo e scelte e rimette il coperchio. Lo dice anche coach Magro: «Battesimo del fuoco, ma abbiamo tanti protagonisti». Per restare a contatto con questa Virtus, servirà tempo—e pazienza.
In Serie A il messaggio è netto: status confermato e primo mini-vantaggio psicologico (+2 su Milano) già in tasca. Ma l’elemento più prezioso è l’aderenza al metodo: rotazioni profonde (fuori per turnover Vildoza, assenti Akele e Canka), ruoli chiari, produttività diffusa. È la strada per reggere il doppio impegno: identità invariata, minutaggi elastici, responsabilità condivise.
E qui torna Ivanovic: l’attacco funziona, il collettivo pure; la difesa dev’essere il pavimento, non il soffitto. Il parziale subito a Valencia è avvertimento utile; Parigi dirà se la lezione è stata metabolizzata.
Una Virtus padrona perché collettiva. Il risultato è largo, ma non basta alla squadra per accontentarsi. È proprio questo a fare la differenza tra una grande e una favorita: vincere bene e uscire pensando a cosa migliorare. Se l’energia di Jallow resta il metronomo, se la palla continua a correre così, se il livello difensivo sale di mezzo gradino, la rotta è tracciata.
Intanto, “Buona la prima” è più di una didascalia: è un manifesto di metodo. E il giorno dopo vale doppio.





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