Aquila Trento, Saliou Niang: “Devo tanto a coach Galbiati”

Saliou Niang Dolomiti Energia Trentino Trento - UnaHotels Reggio Emilia LBA Frecciarossa Final Eight 2025 - Quarti di Finale LBA Legabasket Serie A Unipol 2024-25 Torino, 13/02/2025 Foto L.Canu / Ciamillo-Castoria

Intervistato da Fabrizio Salvio su “Sportweek”, Saliou Niang si è raccontato, parlando anche della scelta di giocare per la Nazionale italiana nonostante fosse nato in Senegal.

Intervistato da Fabrizio Salvio su “Sportweek”, Saliou Niang ha raccontato della scelta di giocare per la Nazionale italiana nonostante fosse nato in Senegal: “Innanzitutto perché sono cresciuto qua. In Italia sono arrivato a due anni e questo Paese ha fatto di me ciò che sono ora. Mi sentivo in debito, se posso dire così. E comunque, a che non piacerebbe vestire la maglia azzurra?”.

Nonostante ciò, Niang sente di avere radici africane: “La cultura che mi hanno dato mamma e papà è una cultura africana. A volte mangiamo tutti dallo stesso piatto. La musica che ascoltiamo. Prima ancora, i genitori africani sono un po’ diversi da quelli italiani. Sono più severi. Se non fai quello che dicono si arrabbiano. Tipo, se mia madre mi rimprovera per una cosa e io le rispondo “Non è vero”, mi massacra. Ecco per un padre e una madre africana il rispetto è fondamentale”.

Il suo nome Saliou deriva da qualcosa di specifico? “No. Così si chiamava una persona che Senegal è stato importante a livello religioso, ha aiutato molte persone”.

Niang ha mai fatto in conti in Italia con il razzismo? “Una sola volta, alle Media. Un ragazzino mi diede del “negro” e io gli tirai uno schiaffo. Finii dalla preside e la cosa si venne a sapere in tutta la scuola. All’uscita erano tutti lì ad aspettarmi per chiedermi se fosse successo davvero. I miei compagni allora insultarono il ragazzo che mi aveva attaccato”.

Coach Galbiati ha definito la sua storia come bella da raccontare: “Una storia che, se la guardo adesso, la definisco bella visto il momento che sto vivendo, però, allo stesso tempo, se ci ripenso dico che è stata dura perché se fino a 16 anni mi sono sempre divertito giocando a basket, dopo è arrivato il periodo brutto. Quell’infortunio alla caviglia, cinque anni fa. Ero alla Fortitudo Bologna. Mi faccio male in ritiro, ricadendo male dopo un salto. Mi rimandano a casa in stampelle con la caviglia sinistra gonfia. Faccio una risonanza dopo quasi un mese dall’incidente. Viene fuori che ho rotti tre legamenti e uno è lesionato, roba che nessuno si aspettava. Mi ero fatto male ad agosto e rientro a febbraio 2021. Ma alla caviglia continuo a sentire dolore e ancora adesso è un po’ gonfia. Insomma, gioco due-tre partite e mi fermo. I miei genitori mi portano da un ortopedico a Reggio Emilia. Guarda la mia caviglia e dice che non ne ha mai viste di così brutte. A luglio mi opera. Nella stagione successiva resto alla Fortitudo, dopo un mese di preparazione mi viene una frattura da stress sotto il piede, lo stesso della caviglia, e perdo altri tre mesi. Torno dall’ortopedico a Reggio Emilia, che mi trova dei frammenti di osso sotto il malleolo. Mi opera di nuovo. E così si chiude il secondo anno di buio. In quei momenti sei solo con te stesso e ti chiedi se tornerai mai quello di prima. A 18, 19 anni non è facile. La famiglia mi ha aiutato molto, però a volte evitavo anche di dirglielo, come mi sentivo fisicamente e mentalmente, perché quasi ci rimanevano più male di me. Cercavo di rimanere positivo, sapevo che la strada sarebbe stata lunga, ma ero giovane e mi dicevo che sarebbe stata solo questione di tempo e di lavoro”.

Niang ha poi sottolineato il rapporto con coach Galbiati: “Arrivo a Trento nell’estate di due anni fa. A inizio stagione, in allenamento la prima squadra faceva la partitella e io restavo fuori a guardare e ad applaudire. Il coach mi passava davanti e diceva: “Ma tu perché non entri?”, e io zitto. Cosa avrei dovuto rispondere, “Coach, non so cosa fare, devo dire a un senior di uscire per farmi posto”? Insomma, lui fa: “Eh, te lo dico io perché non entri: perché c’hai le palle cosi* (chiude indice e pollice in un minuscolo cerchio). Finalmente, un giorno mi decido a fare cambio per un senior e da quel giorno riesco a giocare un po’ di più in allenamento, iniziando a sentire la fiducia di Galbiati: mi correggeva, mi spiegava i movimenti… Da parte mia cercavo di mettermi in mostra facendo il lavoro sporco: un salto in più a rimbalzo, un tuffo su una palla vagante… Poi Galbiati decide di buttarmi in campo in Eurocup, contro l’Aris. La mattina mi fa: “Tu ce le hai, le palle?”. Stavolta gli rispondo: “Io sì”. “Allora stasera parti in quintetto”. Sono super emozionato, super agitato, la sera in campo non capivo niente. Prima azione, palla loro, sbaglio la marcatura. Sento un compagno, Grazulis, che urla: “Jesus Christ!”. Faccio subito due falli e un airball, un tiro che neanche arriva a canestro. Richiamato all’istante in panchina. Questo succede martedì, la domenica giochiamo in casa contro Venezia e io penso: “Basta, sono entrato, ho fatto il mio disastro, per me finisce qui”. Invece il coach mi fa partire ancora in quintetto, faccio 5 punti e vinciamo di 30. Da lì è iniziato tutto e, sì, Galbiati mi ha dato tanto”.

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