Sergio Scariolo: Ho ottenuto i massimi risultati con il minimo merito

Sergio Scariolo: Ho ottenuto i massimi risultati con il minimo merito

Sergio Scariolo è stato ospite della trasmissione Possesso Alternato su Radio 108 Web Basket: Sicuramente Siakam è il giocatore, tra i giovani che abbiamo, è quello su cui contiamo di più

Sergio Scariolo è stato ospite della trasmissione Possesso Alternato su Radio 108 Web Basket.

Qui un estratto delle sue parole.

Sui Toronto Raptors e le prospettive dei suoi giocatori

Sicuramente Siakam è il giocatore, tra i giovani che abbiamo, è quello su cui contiamo di più. Essere candidato per due anni di fila al Most Improved Player è rarissimo e, al contempo, molto significativo. Abbiamo però speranze anche su vari altri ragazzi, Anunoby e Terrence Davis in primis.

Sul percorso di un allenatore straniero negli USA

Per un allenatore che vuole fare strada negli States ci sono due strade. L’intern, sostanzialmente un volontariato, dove ci si occupa di video, statistiche o appoggio ai giocatori, che permetta di mettere un piede dentro l’ambiente. Anche se a livello basso e a retribuzioni minime quando non nulle. La mentalità americana è chiara: o hai dimostrato di poter allenare ad altissimo livello e allora vieni qua, partendo da un paio di passi indietro, oppure ricominci da zero e cresci pian piano, com’è successo, per esempio, a Jordi Fernandez, che era mio assistente in Nazionale e ero lo è nei Denver Nuggets.

Sulle prospettive del movimento cestistico spagnolo

Le prospettive della Spagna e dei giocatori spagnoli in questo momento forse sono anche peggiori di quelle italiane. Al momento ci sono solo quattro posti garantiti per squadra e per essere spagnolo di formazione devi aver fatto solo tre anni tra giovanili e il primo anno senior. In questo modo si sono “spagnolizzati” tanti giocatori che in Spagna, realmente, sono stati poco. Le prospettive sono preoccupanti. Credo la ACB sia uno dei campionati con il minor numero di giocatori domestici veri. Abbiamo creato una struttura, a livello di settore Nazionali, che ha brillato ed è stata competitiva, portando anche qualche giocatore in prima squadra, ma sta diventando sempre di più un’isola. Perché dall’altra parte c’è un campionato dove ormai portare giocatori in prima squadra e, successivamente, in Nazionale, non è una priorità.

Sul mondo NCAA e il percorso di suo figlio Alessandro

La realtà NCAA è complessa e relativamente opaca. È un mondo grande e con parecchie zone d’ombra. Mio figlio Alessandro, per esempio, era stato reclutato da alcune università, scegliendo infine Manhattan. Dopo il suo commitment, però, succede che due giocatori che dovevano lasciare l’università tramite transfer, rinunciano e rientrano in squadra. Cosa che non era nei piani al momento della decisione di Alessandro. Che, essendo questi due ragazzi dei playmaker, si è trovato chiuso nel ruolo ed è stato costretto ad andare in redshirt e al momento lui stesso ha fatto richiesta di trasferimento. È un mondo a parte, molto autoreferenziale, dove trovi realtà molto aperte al basket internazionale e altre molto chiuse. È complesso e me ne sto rendendo conto adesso, con Alessandro che sta facendo diverse interviste per trovare una nuova scuola. È una realtà che, davvero, poco si sposa con il termine dilettante.

Sul ritorno in Nazionale dopo la prima esperienza

Io inizialmente non ero molto favorevole. Non avevo una buona sensazione a istinto. Se non fosse che tutti i giocatori della Nazionale si fecero vivi per chiedermi di tornare. E allora a quel punto divenne difficile dire di no. Avevo più voglia di allenare un club, però questa cosa mi portò a pensare che fosse una buona idea tornare per riavviare il discorso che si era interrotto in precedenza. È andata bene, anche per fattori che non sono per forza aderenti alla mia presenza. Le cose sono andate bene fino ad ora e probabilmente continuerò ancora per qualche anno, sapendo che la sfida è non avere una, fisiologica, curva di calo troppo bassa.

Sul lavoro a livello di settore giovanile

Il lavoro che facciamo sulla giovanile è complesso e va avanti da diversi anni. Si lavora molto sul fatto di sentirsi parte di una stessa entità. Cerchiamo di creare quante più possibilità di stare tutti assieme. Dare la sensazione a un ragazzino di dodici anni di vedere realmente Pau Gasol. Quando l’Under 16 prepara l’Europeo che poi vincerà, passa un giorno con la Nazionale maggiore, vedendo un loro allenamento, mangiando con loro e condividendo una giornata e momenti in cui parlare, fare foto, conoscersi. Coì sentendosi parte di una stessa realtà. Siamo molto attenti sull’inserire le situazioni tecniche per sovrapposizione. In una piramide al contrario. Al vertice ci sono i bambini con una cosa sola, magari il gioco negli spazi. Poi nell’under 13 si aggiunge qualcosa, nella 14 qualcos’altro. Ovviamente integrando gradualmente la necessità di vittoria, anche se sempre in una dimensione piccola rispetto alla massa del programma tecnico-tattico. Che è comune ma anche attento a non fare passi più lunghi della gamba. L’Under 16, per esempio, aveva un po’di situazioni di gioco uguali a quelle che giocava la prima squadra, con un livello di approfondimento minore, ma che comunque inizia a tracciare la strada.

Una stagione della sua carriera su cui girare un documentario stile Last Dance?

Beh, l’anno scorso ha abbastanza biglietti della lotteria per vincere il concorso. Ho ottenuto i massimi risultati con il minimo merito. Mi è successa una cosa che non riuscivo nemmeno a immaginare, ma che ho portato a casa con estrema gratitudine.

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