Sassari, Pozzecco: “Non sono un allenatore canonico. Quella volta con Jordan…”

Sassari, Pozzecco: “Non sono un allenatore canonico. Quella volta con Jordan…”

Il coach della Dinamo Sassari è stato protagonista di una lunga diretta sulla pagina di Basket dalla Media

Gianmarco Pozzecco, allenatore della Dinamo Sassari, è stato protagonista sulla pagina di Basket dalla Media di una diretta senza peli sulla lingua, come nel suo stile. Si è parlato di come passerà l’estate, dell’importanza dei rapporti umani nel basket, della sua evoluzione da allenatore negli ultimi anni e di quando “rubò” palla a Michael Jordan. 

Cosa farai questa estate?

“Non nascondo che tornare a casa mi farebbe piacere, sono residente a Formentera quindi mi piacerebbe tornare anche se sto molto bene a Sassari. Mi piacerebbe estremamente vivere l’isola senza turisti, in estate; secondo me è la cosa che si avvicina di più al Paradiso, e visto che se morirò se mi andrà bene finirò in purgatorio, come diceva Sandro Galleani a me e Meneghin (ride), vorrei vedere com’è. La stessa cosa potrei dirla per la Sardegna, posto meraviglioso. Ovviamente mi auguro che le isole possano vivere di turismo perché economicamente ne hanno bisogno e anzi inviterei chiunque a venire in Sardegna o a Formentera, ma egoisticamente mi piacerebbe poter visitare questi posti senza il grande afflusso di turismo”. 

Dici sempre dell’importanza dei rapporti umani e nelle isole in cui sei stato (Formentera, Sardegna e Sicilia ai tempi di Capo d’Orlando) hai sempre trovato il modo di apprezzare il popolo locale e di farti apprezzare.

“Io ho delle convinzioni, poche ma chiare. Chi è stronzo è perché vuole esserlo. Si pensa spesso che uno sia nato così, invece no, si sceglie di esserlo. Noi siamo quello che vogliamo essere, chiaramente prendendo in considerazione la nostra vita e non l’episodio, perché in quelli tutti noi possiamo essere stati stronzi pur non essendolo come persone. Se ti definisci così lo vuoi essere o non ti interessa non esserlo. Io sto bene con la gente, è la mia comfort zone. Prima citavo Meneghin e penso a Varese, che si collega perfettamente al discorsi sui rapporti umani. Io ho condiviso in campo la cosa più bella che mi è capitata nella mia vita da giocatore, lo scudetto con De Pol e Meneghin. Oggi da allenatore non ho nessun tipo di relazione con loro, perché facciamo lavori diversi, però se devo ritagliare una foto che mi rende felice è l’immagine di me dopo i playoff con Milano che vado ad abbracciare Sandro e Andrea. Quindi secondo me si, i rapporti umani sono duraturi, sono ciò che fa la differenza”. 

Questo ti ha aiutato a cambiare atteggiamento: non sei più quello che si strappa la camicia. 

“Io cerco di combattere con il mio lato del carattere emotivo, non tanto in conferenza ma quando alleno, durante le partite. Mi sono reso conto che è controproducente. Pensavo che la mia carica agonistica fosse necessaria ai miei giocatori per caricarli, invece mi sono reso conto che è molto più utile essere lucidi e più pacati. E’ un discorso di forza di volontà. Da quando mi strappavo la camicia il cambiamento c’è stato ed è legato a una decisione che per primo ha preso Stefano Sardara nel momento in cui mi ha voluto. Nella prima telefonata ha preteso una cosa: che io evitassi quel tipo di reazioni. E da parte di un presidente credo sia la cosa più azzeccata, senza chiedere miliardi di cose, ma una sola e chiara. Non avevo tante possibilità. Ma corrispondeva alla volontà che avevo io come direzione da intraprendere e sono riuscito a metterlo in pratica, anche se non totalmente”. 

Non è un caso che i tuoi giocatori si butterebbero nel fuoco per te.

“Mi fa molto piacere questa cosa, ma io credo di non essere un allenatore canonico. Non ho la necessità di ergermi per comandare. Ci sono varie forme di leadership, io penso di non avere questa necessità di impormi, anzi penso che nel mondo perfetto l’allenatore non dovrebbe esistere, se i giocatori fossero talmente altruisti da non pensare mai a sé stessi, ma è utopia. Il coach serve per far si che gli individui vadano d’accordo e trovino il compromesso tra individualismo e senso di squadra. Però voglio che loro si avvicinino il più possibile a questo senso di responsabilità, nei confronti della squadra: se difendiamo forte, loro devono sapere già che devono farlo in un determinato modo e fare fatica”. 

Stefano Gentile e Marco Spissu hanno confermato tutto ciò…

“Parlo spesso con Stefano Gentile e mi rendo conto che la conoscenza che lui ha della pallacanestro potrebbe essere superiore alla mia, solo che io ho avuto l’opportunità di vedere le cose dal punto di vista dell’allenatore, cosa che lui ancora non ha fatto. Penso sia una persona straordinaria: a giocare a Mario Kart, a giocare a basket, uno straordinario compagno della sua fidanzata e uomo. Non ho mai parlato in questi termini di lui, ma ora lo conosco talmente bene da prendermi questa responsabilità. Poi tutti parlano di Spissu e della sua evoluzione grazie a me, ma ci ha messo tanto del suo. Non mi stuferò mai di parlare di lui, ma come di Polonara o Gentile stesso”. 

Gli anni di Varese e la capacità di vivere i successi sempre con goliardia.

“Avevamo un modo di fare goliardico e ricordo gli aneddoti di quando al campus arrivavano i ragazzi a giocare o semplicemente a vedere gli allenamenti. Ne ho incontrati tanti, che nel corso degli anni mi raccontano i loro aneddoti e il mio ricordo è che ci divertivamo più di loro. Nessuno mi ha mai detto “non ci hai considerato”. Solitamente le squadre di Serie A creano un clima ovattato invece a Varese la mentalità era diversa, col desiderio che la squadra vivesse a contatto con la gente”. 

Sei sempre stato un grande attaccante, ma non un grandissimo difensore. Da allenatore invece punti tanto sulla difesa.

“Si è vero. Come diceva Charlie Recalcati: ho giocato da professionista per una 20ina d’anni e per 20 anni ho visto gli altri difendere. E’ come se avessi partecipato a continui clinic e ora metto in pratica quel che ho imparato. Ero talmente forte in attacco che potevo permettermi di non difendere, e questa è una cosa che nessuno dice. Se la vedo da allenatore: se mi dai un giocatore che non difende e lo faccio giocare è perché è un fenomeno in attacco. Io non difendevo, ma non ero peggio di altri. La differenza sostanziale è che io volendo avrei potuto difendere, avevo le gambe e forse non avevo la fisicità, ma ci sono certi giocatori che non possono difendere perché condizionati dalla struttura fisica. In semifinale olimpica ho difeso, anche bene; non facevo tagliafuori ma prendevo rimbalzo. Avevo sviluppato questa caratteristica perché sapevo dove finiva la palla, avevo una buona media di rimbalzi nonostante la statura. E poi, non l’ho mai detto, ma sono convinto di essere stato uno dei più forti giocatori del mondo in contropiede. Ho sempre avuto questa sensazione, la vivevo in campo. 2 contro 1 era impossibile che sbagliassi. C’è un momento quando vai 2 contro 1 in cui devi decidere se passarla o andare a concludere e io so quand’è. Ogni volta che alleno la mia squadra e facciamo questi esercizi, lo vedo perfettamente, ma è impossibile spiegarlo, è una sorta di istinto. Ero il più forte di tutti, ne sono convinto, o nei primi 3 ma dovete dirmi chi sono gli altri 2 (ride, ndr)”.

E quella volta in cui rubasti palla a Jordan?

“Vado alla Summer League a Toronto e ottengo la possibilità di allenarmi con Tim Grover, personal trainer di Michael Jordan nonché dei Bulls. Pagavo 2500 dollari a settimana per allenarmi con lui, perché era un’opportunità. Andavo ad allenarmi in questa struttura, di proprietà di Jordan, quindi lui veniva perché stava decidendo se andare ai Washington Wizard o no. Facevo seduta di pesi con Grover la mattina e in tarda mattinata facevamo partitella. C’erano Antoine Walker, Juwan Howard, Tim Hardaway, Jamal Crawford e anche Michael Jordan. A un certo punto gli passano male la palla, che sta per uscire, lui la prende e la passa in mezzo al campo, io ero sulla traiettoria e mi arriva in mano. Leggenda narra che io gli sia andato a dire “Pensavo fossi più forte”, ma è una leggenda. Una cosa che invece avrei voluto fare, successa in quelle giornate, è che in una partitella in cui andavamo ai 10 e io giocavo con Michael, lo raddoppiano e me la passa sul 9-9, un po’ come se fossi stato Steve Kerr che segna il canestro decisivo contro gli Utah Jazz su passaggio di Michael Jordan. Sto per tirare, arriva l’aiuto, faccio l’extra pass, tira un altro e sbaglia. Ecco, se avessi fatto canestro lì, sarei andato da lui dicendogli: sono il tuo nuovo Steve Kerr, ma per fortuna l’ho passata (ride). Magari staremmo parlando di tutta un’altra storia”.

Una storia che ti avrebbe potuto portare realmente in NBA. Dici sempre di rimpiangere di non aver accettato la proposta dei Toronto Raptors. 

“Ho fatto la cazzata più grande della mia vita: ho sbagliato la motivazione, che è stata più economica. I didn’t challenge myself… direbbero loro, non ho avuto la forza di rimettermi in gioco totalmente. E un po’ l’ho fatto per orgoglio: facevo 27 punti di media in Serie A, tutti i giocatori che ho affrontato in Summer League li avevo incontrati in Europa o in Serie A e li spazzavo via facile; quindi pensavo di meritare quantomeno il contratto garantito. Avrei dovuto scendere a questo compromesso, partecipare al veteran camp a cui ero stato invitato, e giocarmi il posto con Carlos Arroyo, che poi ho avuto il piacere di incontrare ai quarti di finale alle Olimpiadi. E non si offenderà se gli dicessi che potrei essere più forte di lui, ma non mi offenderei nemmeno io se lui dicesse la stessa cosa. Lui ha fatto una carriera di un certo livello, firmando un contratto da 24 milioni, posso anche accettare di essere un po’ più scarso ma una chance la meritavo. Il mio rammarico è non aver vissuto quel mondo li, perché ho giocato in Europa ai massimi livelli e mi mancava solo quello. Ma ero stronzo come giocatore, lo riconosco e non ho fatto nulla per non esserlo”. 

Però ti sei divertito comunque.

“Mi è mancata l’NBA, è vero però che mi sono proprio divertito. Adesso sto scrivendo il mio libro e quando mi guardo indietro penso di aver vissuto veramente bellissimi momenti. Mi ricordo che mio papà, che giocava e allenava, invitava a cena i suoi compagni e partivano questi aneddoti infiniti grazie a cui si divertivano molto. Mi ha sempre dato grande stimolo e oggi mi piace farlo. Le goliardate accompagnano la vita dei giocatori di pallacanestro: vivi un contesto molto genuino e accadono cose belle, incontri persone vere, spinte a essere così dalla meritocrazia. Il giocatore è una bella persona, la cosa più bella di questo mondo”. 

Dovrebbe essere così anche per gli allenatori?

“Ci tengo a sottolineare questo. Mi piacerebbe che gli allenatori prendessero spunto da quello che i giocatori fanno e da quello che gli vanno a chiedere: fare gruppo, avere un senso comune e seguire le regole. Mi piacerebbe che non solo predicassero queste cose, ma le praticassero allo stesso modo. In questo momento abbiamo questa esigenza come categoria e non faccio distinzione tra allenatori di Serie A e di Prima Divisione. Mio fratello allena in D e discutiamo spesso delle nostre squadre come se parlassimo della stessa cosa, perché è la stessa cosa. La distinzione tra allenatori è insensata. Io sono figlio di Tullio Micol, che mi ha allenato da 4 a 17 anni e se dovessi buttarmi nel fuoco lo farei, anche se purtroppo non c’è più. Non posso fare distinzione tra livelli diversi”. 

Inizierà anche l’esperienza con la Nazionale sperimentale… 

“Ne sono strafiero e orgoglioso. Non sono il più bravo sicuramente, ma in pochi rispettano i giocatori italiani come il sottoscritto e penso che la decisione di Petrucci sia giusta. Io credo fermamente negli italiani e non vedo l’ora di allenare ragazzi che hanno potenzialità ma non possono esprimerla perché hanno poche opportunità e poco tempo per metterle in pratica”.

Fonte: Basket dalla Media.

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