Richard Jefferson su The Players’ Tribune: E’ stata una cavalcata pazzesca.

Richard Jefferson su The Players’ Tribune: E’ stata una cavalcata pazzesca.

Viaggio tra i ricordi dell'ex giocatore di Nets e Cavaliers. E quella volta in cui Arenas...

 

 

Sono sull’aereo della squadra e sto per mettermi a piangere.

 

Non è nemmeno Gara 7.

 

In realtà non sono nemmeno le NBA Finals.

 

Eravamo a Toronto.

 

Erano ancora le finali della Eastern.

 

Sono un tizio grande e grosso di 36 anni e sto per mettermi a piangere sull’aereo che ci riporta a casa dopo Gara 4.

 

Ecco quanto lo volevo.

 

Lo volevo veramente, veramente, veramente tanto.

 

La serie è 2-2, l’aereo decolla e la mia mente è una spirale senza controllo. Pensavo “Non possiamo perdere a Cleveland”. Se torniamo a Toronto sotto 3-2 è finita, non posso sopportare una cosa del genere di nuovo, non posso arrivare ancora così vicino a quel trofeo senza prenderlo tra le braccia. Non potrei farcela, letteralmente”.

 

Significava tutto, per me. È buffo che la gente ancora oggi pensa cose del tipo “Ragazzi, quella cavalcata dei Cavs dev’essere stata divertente”. No dannazione, non lo è stata per niente.

 

Non c’è stato nemmeno un secondo in cui è stata divertente, è stata un calvario fino al fischio finale di Gara 7. Anche dopo aver eliminato Toronto ed essere arrivati in finale non dormivo, non mangiavo, ero fuori di testa.

 

Ve lo dico chiaramente, la rabbia interiore che devi avere per vincere un titolo NBA è inumana.

 

Non ho creduto nemmeno per un secondo che saremmo riusciti a vincere.

 

Non sotto 0-1.

 

Sicuramente non sotto 0-2.

 

Immaginatevi sotto 1-3.

 

Eravamo morti, era finita.

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Mi ci sono voluti 13 anni per tornare alle Finali NBA.

 

Tredici anni, sette squadre, 916 partite. Provate a immaginarlo.

 

Non so se è impressionante, triste, da pazzi o cos’altro. Ciò che so è che non ero la stessa persona. Quando riesci a restare nella Lega tanto quanto il sottoscritto le persone iniziano a guardarti come se fossi una specie di monaco. Ma sarò onesto, quando arrivai nella Lega non ero un tipo di quelli che avresti scommesso sarebbero durati 17 anni.

 

Se si vince venerdì sera? Si va a far festa.

 

Se si perde venerdì sera? Si va a far festa ma senza esagerare.

 

Mi godevo la vita.

 

Mi sembrava quasi di giocare con i soldi del banco. Sono nato a South Central LA nei primi anni ’80 quando le cose andavano veramente male. A volte qualcuno mi chiede come fosse South Central a quei tempi, alla fine la gente conosce solo il luogo comune.

 

Beh era il luogo comune.

 

Sparatorie dalle auto, omicidi di spacciatori e tutto il resto, sono alcuni dei miei primi ricordi. Mio padre aveva dei seri problemi di alcool e droga ed era una cosa piuttosto comune, quasi banale se avete presente la quantità di droga che girava nella nostra comunità a quei tempi. Io sono stato incredibilmente fortunato perché ho avuto una grande famiglia allargata sopra di me a proteggermi. E mia madre, da donna incredibile quale è, sapeva che avrebbe dovuto portare via me e i miei fratelli da quel contesto, a qualunque costo.

 

Ha sacrificato tutta la sua vita per noi.

 

Un giorno – non esagero – sembrava che metà del nostro quartiere fosse salita su un bus e fosse andata via da South Central. Un sacco di famiglie hanno fatto i bagagli, preso quello che potevano e via su un autobus per Phoenix. Biglietto di sola andata, fine dei giochi.

 

E non c’era nemmeno una ragione specifica per andare proprio a Phoenix, era solo una città che stava crescendo e poteva dare qualche opportunità.

 

Mia madre fece il possibile per tirarci via dall’assistenza sociale e crescere i suoi quattro ragazzi da sola e in una nuova città. La cosa che più mi piaceva era il poter giocare all’aperto, tutto ciò che potevo fare a South Central era finire Super Mario Brothers per la decimillesima volta… A Phoenix però potevo correre in giro e sentirmi sicuro. Era davvero pazzesco per me, ed è così che ho scoperto il mio amore per il basket, giocando al Cave Reek Park ogni giorno e ogni notte immaginando di essere Sidney Deane di Chi Non Salta Bianco È.

 

Non ho nemmeno mai giocato una partita organizzata fino ai 15 anni. E non ho mai pensato di arrivare a giocare in NBA, ve lo posso garantire. L’unica cosa che  mi interessava era giocare al parco e fare trash talking spinto.

 

Mia madre non si rese quasi conto di quando iniziai a crescere vertiginosamente e a giocare al liceo, non aveva neanche la minima idea di cosa fosse il circuito AAU o il college basket o simili.

 

Venne a vedere una partita durante il mio anno da Junior, il mio coach le si avvicinò e disse “Sa signora… Richard è molto bravo”. “Oh grazie” fu la risposta.

 

“No, forse non mi ha capito, è MOLTO bravo”

 

“Beh certo, gioca al parco tutti i giorni!”

 

“No signora… voglio dire che può costruirci una carriera”.

 

È stato davvero elettrizzante perché sono stato la prima persona della mia famiglia ad andare al college. La pallacanestro me lo ha permesso. Non c’era nulla di pianificato comunque, oggigiorno i ragazzini sono già maturi e professionali ad un livello incredibile a 17 anni, quando arrivai io al campus dell’Università dell’Arizona non ero per niente come i fenomeni che si vedono oggi.

 

Non ero preparato ad aver a che fare con i media.

 

Ero un idiota.

 

Ero un idiota circondato da idioti.

 

Tenetelo a mente, erano tempi differenti e non parlo da  giocatore NBA vecchio e scorbutico, intendo che era davvero diverso. Tutto lo era. Era il 1999, internet era ancora una novità e dovevi andare al laboratorio dei computer se volevi andare on line.

 

Te ne andavi in giro per il campus e qualcuno ti chiedeva “dove vai?”

 

E tu “Vado online!” Si andava on line ai tempi, come se ci si recasse davvero da qualche parte.

 

Comunque, vi descrivo la scena perché quando vi dico che ogni singolo giocatore degli Arizona Wildcats era un idiota voglio che capiate cosa vi sto dicendo. Non voglio che pensiate alle stupidate da Instagram e Snapchat, è facile essere un idiota al giorno d’oggi, ci vogliono giusto un paio di post.

 

Nel 1999 esserlo era un vero lavoro, bisognava essere creativi.

 

Il mio compagno di stanza era Luke Walton. Bravo ragazzo, gran bravo ragazzo. Ai tempi? Un idiota!

 

Michael Wright? Persona incredibile. Idiota!

 

Gilbert Arenas?

 

Gilbert A-re-nas?

 

Ok, ascoltate.

Volete una storia su Gilbert Arenas?

 

Vi accontento subito.

 

Il fatto è che ci sono tante di quelle storie su Gilbert che potrei raccontarvi… il 97% però avrebbe bisogno del Parental Advisory stile HBO.

 

AC (adult content – ndr)

 

GV (graphic violence – ndr)

 

WTF.

 

Ma non voglio darvi la versione clichè di Gilbert. C’è molto di più da sapere su di lui.

 

Era un genio del male.

 

Il famigerato ‘weekend per famiglie’del 2001, ecco dove Gilbert diede il massimo.

 

La scena era questa: è un bellissimo pomeriggio a Tucson, ci sono un sacco di madri e padri orgogliosi e nonni e cani e bambini per tutto il campus, una giornata veramente salutare. Un gruppo di noi era nel nostro appartamento, ad un certo punto mi viene fame e dico che sarei andato alla student union a prendere del cibo.

 

Gilbert disse “ti accompagno”.

 

Aveva quel suo ghigno malizioso, quell’espressione da scienziato pazzo. Avrei dovuto saperlo. Avrei dovuto salvarmi. Ma ho lasciato che mi accompagnasse. Ricordate, era il 2001 e nel 2001 il massimo era avere sulla macchina l’impianto stereo con gli enormi subwoofers, quei ridicoli cerchioni e, ovviamente, il lettore DVD portatile.

 

Molto poco sicuro. Molto molto poco. Ma era il periodo di MTV Cribs. Chiaramente Gilberta aveva l’impianto più chiassoso della nazione e tipo tre DVD players collegati al cruscotto. Quindi attraversammo l’East University Boulevard con tutti i finestrini abbassati ed eravamo all’apice del grottesco. Era l’anno delle nostre Final Four e chiunque nel campus sapeva che si trattava di Glibert Arenas e della sua ridicola automobile. Studenti, mamme, nonne, lo sapevano tutti.

 

The Chronic 2001 (album di Dr.Dre – ndr) usciva dalle casse e i bassi sibilavano per le strade, mi tremava tutta la faccia. C’era il sole, ed era il weekend per famiglie e noi eravamo in cima al mondo, giusto?

 

Di punto in bianco Gilbert fa “Dammi un secondo, metto su una cosa che ti piacerà”

 

Prese un porta CD da 100 scomparti, ve li ricordate? Infila qualcosa nel lettore DVD e parte il film.

 

Il volume era oscenamente alto, con tutti i bassi possibili e immaginabili.

 

Il film era… come posso dire… pensato per gli adulti.

 

Specificamente per adulti, era completamente NSFW (Not Safe For Work – ndr) ed io pensai ma che ca**o.

 

Ragazzi sembrò quasi che tutta l’Università dell’Arizona si fosse girata a guardare verso la macchina. Era più chiassoso di quanto possiate mai immaginare. Era stupido, stupido “alla 2001”.

 

Ero così imbarazzato che reclinai totalmente il sedile e mi misi in posizione fetale.

 

Glibert aveva un sorriso enorme, salutava tutti: nonni, bambini, professori. Salutava come se fosse in campagna per le Presidenziali.

 

Era così orgoglioso.

 

Era davvero un genio del male.

 

E sapete una cosa? Era un bravo ragazzo. Tutti i miei compagni lo erano, non so se fosse comune in quel periodo o se internet era ancora troppo acerbo o che altro ma eravamo ancora dei bambini.

 

Non eravamo pronti per la Lega, non eravamo pronti per i soldi e lo stile di vita da ricchi e la pressione. Eravamo un gruppo di dannati idioti. Ora forse mi crederete…

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In piena onestà, non ero preparato ad affrontare le fatiche di un’intera stagione NBA, figuriamoci di 17. Quando David Stern salì sul podio per dire il mio nome al Draft NBA, mi ricordo di aver chiuso gli occhi e di aver pensato “Beh, a quanto pare finirò in NBA”

 

Ti viene da credere che sarà come è sempre stato, che sarà solo pallacanestro. Ma non hai idea di tutto il resto che ti piove addosso. Non è solo pallacanestro, è la vita. E mi è capitato di vivere una delle più surreali e strazianti rookie season di sempre.

 

Chiunque si ricorda dove fosse l’11 settembre 2001. Io ero in una scuola elementare (tra tutti i posti possibili…) è strano ricordarlo perché in pratica stavo facendo la stessa cosa che faceva il Presidente Bush quella mattina. Io alcuni giocatori dei Nets avevamo appena finito di leggere storie a una classe di seconda elementare. Quando siamo entrati in macchina per rientrare al centro di allenamento abbiamo sentito la notizia alla radio.

 

“Aereo colpisce World Trade center”.

 

Sulle prime era tutto piuttosto vago. Veniva da pensare Diavolo è orribile, dev’essere uno di quei Cessna…

 

Dopo un paio di minuti

 

“Un secondo aereo ha colpito le torri”

 

Sentire la notizia è stato brutto… ma vederlo è stato tutta un’altra cosa.

Chiunque fosse a NY o nel New Jersey l’11 settembre ricorda la sensazione di guardare in alto o oltre il fiume verso la skyline e di vedere il fumo. Non sembrava nemmeno vero. Non lo sembra ancora oggi. C’era così tanta confusione che i coach ci hanno fatto fare allenamento da soli.

 

Non sapevano che fare.

 

Eravamo al Centro quando le torri sono cadute.

 

Quel che è successo dopo è tutto sfocato.

 

Mi ricorderò per sempre il viaggio di ritorno verso casa, le macchine abbandonate sul tratto di autostrada verso Manhattan, hanno dovuto chiudere tutta la città. Voglio dire, New York. Chiusa. Ho ancora i brividi a ripensarci.

 

Se non eravate lì in quei momenti è impossibile spiegare le emozioni. Prima della nostra gara d’esordio quell’ottobre hanno chiamato alcuni pompieri, poliziotti e primi soccorritori che vivevano nel New Jersey e c’è stato un minuto di silenzio: è stato uno dei momenti più intensi della mia vita.

 

Quando fu finito l’atmosfera era una cosa del tipo E ora dobbiamo giocare a basket? Sul serio?

 

Ma era ciò di cui aveva bisogno la città, anche e soprattutto in quel momento. Allora non lo capii fino in fondo ma oggi sì. Con noi a caccia del titolo e gli Yankees a caccia del loro, tutti a NY e nel NJ avevano modo di staccare la spina e pensare ad altro per qualche ora ogni sera. So che sembra un clichè ma, avendolo vissuto in prima persona, credo fermamente che lo sport possa essere una efficace via di fuga.

 

L’ho provato sulla mia pelle.

 

Continuo a provarlo e mi è ancora di aiuto.

 

Qualche settimana fa ero fuori a cena a LA e stavo in piedi per strada aspettando la mia macchina, dall’altra parte della strada c’era un altro tizio che aspettava la sua. Si gira e lo riconosco, era Pete Davidson del Saturday Night Live.

 

D’istinto gli dico “Hey amico sono un tuo grande fan, adoro il tuo lavoro!”

 

Non sapevo nemmeno se mi avrebbe riconosciuto, era veramente una cosa genuina quella che gli ho detto. Ma poi d’un tratto “Dannazione Richard Jefferson! Anch’io sono un tuo grande fan!, Una volta tu e Kerry Kittles siete venuti a parlarmi quando ero un bambino, ve lo ricordate?”

 

Lo guardo come per dire assolutamente no.

 

Sapevo che il padre di Pete era un pompiere morto l’11 settembre e ricordo benissimo la visita ai bambini che avevano perso dei membri di famiglia negli attacchi ma non avevo idea che Pete fosse uno di loro.

 

Mi sono venuti i brividi.

 

Poi ha continuato: “Ragazzi voi non sapete quanto è stato bello ciò che avete fatto e ciò che ha significato per noi. Adoravo quei Nets”.

 

Abbiamo parlato per un po’, poi sono arrivate le nostre auto e fine della storia. È stato un momento molto bello perché stavo attraversando un periodo orribile. Mio padre era stato ucciso in una sparatoria a Los Angeles la settimana prima e sapevo che Pete si stava separando e la cosa era diventata pubblica. Ma in quell’istante eravamo solo due ragazzi che parlavano di pallacanestro.

 

Ancora mi dispiace di non essere stati capaci di portare il titolo nel New Jersey dopo l’11 settembre.

 

Vi garantisco che i Nets dei primi anni 2000 sembrano quasi dimenticati. Le persona non ricordano quanto sapevamo essere duri e aggressivi. Eravamo uno degli ultimi veri team da run-and-dunk. Nessuno sapeva tirare, ma sapevamo difendere, sapevamo arrivare al ferro e sapevamo lottare.

 

I ragazzi oggi non vogliono davvero combattere. Draymod io ti voglio bene, sei come un fratello. Ma te lo direi in faccia che non intendi davvero combattere.

 

Kenyon Martin invece? Era pronto.

 

Non si sarebbe mai fatto ostacolare da una guardia di 90 kg, capite che intendo? Era nato pronto. Lo so perché un giorno ci siamo presi nello spogliatoio di Nets. Ecco com’era! Era il mio anno da rookie, stavamo perdendo con Detroit, anzi ci stavano massacrando, e il problema principale è che non sto tenere a freno la lingua.

 

E quindi borbotto, mi lamento.

 

Kenyon è seduto al suo armadietto in silenzio e mi guarda come per dire Davvero, ragazzo?

 

Poi gli dissi qualcosa

 

Lui rispose, o probabilmente si alzò e basta e Aaron Williams vide che Kenyon era pronto ad uccidermi quindi scattò verso di lui e cercò di prenderlo da dietro…

 

… ed è stato come essere in uno dei classici del Wrestling.

 

Sfodero il mio colpo migliore verso Kenyon, lui lo evita e io colpisco Aaron in faccia. Dritto sul naso. È andato giù come Bobby Heenan, sanguinava. Poi Kenyon iniziò a colpirmi e fu subito il pandemonio.

 

Fu una vera rissa.

 

È pazzesco che la cosa non fu nemmeno una “storia” ai tempi, nessuno fece trapelare nulla, nessuno disse nulla.

 

Ma ecco una cosa vera al 100%: i team vincenti lottano. Forse non le superstar ma di sicuro qualcuno lo fa. In tutti i team vincenti in cui sono stato ci sono state una o due risse, giusto per mettere le cose in chiaro.

 

Dalla notte dello scontro Kenyon è diventato mio fratello. È stato veramente diverso, dopo. Ognuno aveva il rispetto dell’altro e non ci siamo più trattenuti perché lui sapeva che io volevo vincere e io sapevo che lui voleva altrettanto.

 

È così che funziona quella Lega, vinci o muori.

 

Una cosa che posso dire dopo esserci stato per 17 anni è che le persone comuni non hanno idea di quanto tu debba essere competitivo per arrivare alle Finals. E qualunque idea possiate esservi fatta non ci va neanche vicina. È una voglia inumana quella che devi sapere incanalare per arrivarci. E per vincerle? Onestamente è qualcosa di malsano, ti porta ai confini di cosa è sano a livello mentale, fisico, emozionale, spirituale.

 

Quando siamo arrivati alla prima finale nel 2002 e abbiamo perso con i Lakers ero distrutto.

 

Poi ci siamo tornati nel 2003 e abbiamo perso con gli Spurs ero più che distrutto.

 

E non ho avuto un’altra chance di andarci per 13 anni.

 

Non l’ho mai avuta prima di arrivare a Cleveland.

 

Di tutti i posti per provarci un’ultima volta… Cleveland.

 

Le persone dicono “Oh Richard, eri a caccia di un anello”

 

E io rispondo “potete scommetterci che lo ero”.

 

Ho giocato così tanto, lavorato così tanto, ho un sacco di ricordi pazzeschi ma mi mancava la cosa più importante del Mondo.

 

Non avevo quell’anello.

 

Ecco perché stavo andando fuori di testa sull’aereo che tornava da Toronto dopo Gara 4.

 

Siamo sopravvissuti a quella serie e la ricompensa era il dover affrontare una delle squadre più forti di sempre.

 

Ottimo.

 

A ripensarci ora però mi sento fortunato perché credo che anche a 100 anni da adesso, le persone continueranno a parlare delle Finals 2016.

 

Non importa come si evolverà il basket. Non importa cosa accadrà ai Cleveland Cavaliers. Non importa cosa succederà in Ohio. Non importa se i Warriors vinceranno quattro, cinque, sei, dieci titoli ancora (scusa Draymond!)

 

Una cosa non cambierà mai.

Non puoi dimenticare un 1-3

 

1-dannato-3

 

Eravamo morti, la mia storia era finita. Brutta fine, andiamo a casa è stato bello.

 

Chiusa.

 

Poi sono “arrivati” Kyrie Irving e LeBron James.

 

41 + 41. In trasferta.

 

In. Trasferta.

 

Poi siamo tornati a Cleveland e LeBron ne fa altri 41. Inumano, senza senso.

 

Gara 7 ancora nella Baia. Volete scherzare?

 

Sentite, sarò onesto con voi. Ormai mi sono ritirato quindi che importa? Ero nello spogliatoio all’intervallo di Gara 7, guardavo il pavimento e pensavo all’importanza di quel momento e mi sono dovuto trattenere dal piangere. Lo volevo più di quanto le parole possano esprimere.

 

So di essere molto fazioso ma a mio parere quel 4° quarto contiene tre delle più grandi giocate nella storia delle Finali NBA.

 

Ero seduto a un paio di metri dal canestro quando LeBron ha stoppato Iggy. Ho giocato migliaia di partite nella mia vita e non ho mai visto nulla del genere sul parquet. È impossibile. Ho visto il contropiede svilupparsi in tempo reale e mi sono detto “Sono passati. Fan**lo, siamo sotto.”

 

Guardo Iggy andare su per il layup e poi vedo questa macchia nera. Era come quando Superman si muove nei film, ve lo giuro. Era sfocato. Ho visto cose pazzesche sui campi NBA, qualsiasi tipo di gesto atletico, ma non ho mai visto una cosa del genere. LeBron è andato contro le leggi della fisica.

 

Ero in campo per la tripla di Kyrie a un minuto dalla fine ed è stata forse la prima volta in vita mia in cui mi sono sentito come un tifoso che guardava la televisione.

 

Ero nell’angolo, lo vedo tirare su il braccio e penso

 

…Sta per…

 

…Aspetta, sta per…

 

…Oddio tira veramente….

 

…Oh ca**o è entrata!!!!…

 

È stato uno dei tiri più coraggiosi che abbia mai visto.

 

E poi c’è  Kevin Love.

 

Kevin Love, ragazzi.

 

Kevin Love uno contro uno con Steph Curry con le Finals in bilico. Col peso della storia sulle spalle. Ciò che fece non avrà mai abbastanza credito. Kevin fermò Steph non una ma due volte e lo costrinse a un tiro impossibile. Per me quella giocata è l’essenza del basket, dimenticate pure tutto ciò che è successo prima, tutta la partita, tutta la serie, tutta la stagione. Tutti i 50 e più anni che Cleveland stava aspettando un titolo.

 

Tutto ciò che conta in dieci secondi.

 

Steph cercava di liberarsi come se si stesse giocando la vita e Kevin era in difesa con lo stesso identico spirito.

(Successivamente ho chiesto a Kevin di quella giocata e mi ha detto di aver avuto un black-out).

 

Alla sirena eravamo campioni, mi fermai e cominciai a singhiozzare. Non riuscivo nemmeno a muovermi, era troppo. Mia moglie ancora mi prende in giro, “Non capisco, non hai pianto nemmeno al nostro matrimonio! Nemmeno quando sono nati i nostri figli!”

 

E le ho dovuto dire la verità.

 

Qualsiasi scemo può sposarsi, qualsiasi scemo può diventare padre. Ma un titolo NBA? È lavoro, vale la pena commuoversi.

 

E sapete che c’è? Anche dopo tutto questo sono genuinamente inca**ato di non averne vinto un altro l’anno dopo. Avrei dovuto avere due anelli (fo**uto Kevin Durant, ragazzi!!)

 

Ma è stata una cavalcata pazzesca.

 

Di 17 anni nella Lega ho con me molti ricordi, mi sono fatto tanti ottimi amici, ho bevuto un sacco di birre. E posso dire in tutta onestà di essere cresciuto da ragazzino immaturo ad adulto semi-funzionale con una famiglia e un senso di pace. Significa molto per me. Ma ciò che significa più di tutto, e credo che sia capitato solo a pochissimi nella storia dell’NBA, è questo: a volte qualcuno viene da me all’aeroporto, o in strada e non chiede un selfie. Nemmeno un autografo, non vuole neanche parlare  di basket. Solo si avvicina, mi da la mano e dice “Grazie, grazie per quello che avete fatto per noi”.

 

Stop. Solo grazie.

 

E so esattamente da dove vengono e so esattamente cosa vogliono dire. Ho aiutato a portare un titolo a Cleveland. Tanti ragazzi hanno un anello ma in quanti possono dire una cosa del genere?

 

Quindi è vero, forse ne abbiamo vinto solo un trofeo, ma abbiamo vinto QUEL trofeo. Alcuni titoli… hanno più valore di altri, è la verità. Lo so io e lo sapete voi. Lo sa anche Golden State.

E di certo lo sa Cleveland.

 

Alcuni titoli significano tutto.

 

Quindi, prima di salutarvi, lasciatemi solo dire…

 

Grazie, Ohio.

Fonte: The Players' Tribune.

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