Reyer, Cason (Koinè): Non dobbiamo essere refrattari al cambiamento, ma farlo proprio”

Reyer, Cason (Koinè): Non dobbiamo essere refrattari al cambiamento, ma farlo proprio”

Reyer Venezia intervista Simone Cason

Simone Cason, proprietario di Koinè, da oltre dieci anni al fianco del progetto Reyer come top sponsor, è soprattutto un amico che non manca mai al Taliercio a sostenere i nostri colori. Reyer Venezia ha realizzato con lui la seguente intervista.

1) Caro Simone, ci racconti come state affrontando questo momento dal punto di vista aziendale?

Noi siamo un’azienda labour-intensive, ovvero abbiamo tantissimo capitale umano composto da circa mille dipendenti, offriamo servizi di customer, help desk, back office, social, media advertising e in generale BPO (business process outsourcing). La vera problematica che si è presentata dall’esplosione della pandemia riguarda il fatto che i nostri collaboratori lavoravano gomito a gomito, dunque ci siamo subito interrogati su come affrontare questo problema. Già dal 26 febbraio scorso abbiamo effettuato sanificazioni delle aree con pulizia e igienizzazione, per poi accorgerci che non era sufficiente e che era indispensabile il distanziamento sociale, così abbiamo distanziato un operatore dall’altro.
In ogni caso, la contaminazione poteva comunque avvenire per via degli assembramenti in pausa lavoro o post lavoro e allora abbiamo fatto un investimento importante acquisendo circa duecento laptop, che, oltre a tutta la dotazione infrastrutturale già in nostro possesso, ci hanno permesso di attrezzarci per il telelavoro e di remotizzare mille operatori da casa. In questo modo, nessuno ha perso giorni lavorativi e soprattutto il lavoro.
Naturalmente ci sono stati settori in cui lavoriamo che hanno avuto dei cali, ma anche altri in cui abbiamo registrato un incremento come ad esempio il caso di “Amuchina”, con cui abbiamo decuplicato il volume di interazioni. Devo fare un plauso ai nostri lavoratori, perché abbiamo chiuso praticamente tutte le sedi da venerdì 13 marzo, ma il lavoro non ha avuto intoppi e tutti si sono sia prodigati che adattati alla nuova modalità di lavoro. E’ rimasto aperto solo un presidio con dieci persone a Bologna, perché c’è un pronto emergenze attivo 24 ore al giorno, 7 giorni su 7.
Ora stiamo studiando per il rientro, che vorremmo spostare il più in là possibile senza forzare i tempi di riunione in azienda; non ne abbiamo né l’esigenza, né la volontà, dato che le nostre persone riescono a lavorare lo stesso da casa. Non bisogna abbassare la guardia dal punto di vista sanitario.

2) Voi siete parte della famiglia Reyer da tanti anni, cosa significa per voi essere parte del Progetto orogranata?

Far parte della famiglia Reyer è un orgoglio, come condividere i dolori e le gioie sportive, affrontando allo stesso modo gli alti e i bassi, in un gruppo che condivide tutto. Lo sport ci insegna a non dare mai nulla per scontato: quando ti danno vincente puoi essere perdente e viceversa. Ci insegna che bisogna sempre crederci e che non bisogna mai abbassare la guardia, mai sentirsi arrivati e mai smettere di combattere per i propri obiettivi. Di tutte le cose che ci si presentano di fronte ci concentriamo solo sull’aspetto che sembra insormontabile, bisogna invece guardare oltre e sapere che probabilmente c’è qualcosa che non si ha colto, ma che può fare la differenza e portare a superare l’ostacolo. Anche con questa pandemia non è mai detta l’ultima parola e si può sempre lottare per vincere fino all’ultimo secondo dell’ultima sirena. Questo ce lo insegna il basket, anche con una frazione di secondo, puoi fare la differenza.

3) Siamo reduci dalla vittoria della Coppa Italia, il quarto trofeo conquistato insieme, qual è il vostro ricordo più bello legato a questi anni?

Io sono legato emotivamente al primo scudetto che abbiamo vinto a Trento perché è stato un titolo voluto e conquistato con una forza incredibile, lottando ardentemente contro tutti e tutte le avversità. E’ stata la consacrazione della società Reyer che da anni lavorava con caparbietà, forza, tenacia e condivisione obiettivi.
Gli altri titoli sono la conferma di aver consolidato una mentalità e una consapevolezza derivati dal primo scudetto.
Inoltre bisogna ricordarsi che nel basket c’è sempre un avversario che vuole la vittoria almeno quanto te. Bisogna sempre cercare di lottare per vincere anche perché fortunatamente non si può pareggiare.

4) Che messaggio volete mandare a tutti i sostenitori orogranata in questo momento?

Venezia e l’Italia in generale sono famose per la bellezza, la storia e la capacità di essere leader. Nella storia Venezia è andata a conquistarsi i mercati, il proprio futuro e la leadership a livello mondiale.
E’ un periodo difficile, non finito che porterà strascichi e che cambierà il paradigma con cui ci muoviamo.
Il mondo di coesistenza e convivenza stretta che conoscevamo prima non ci sarà più, anche nel semplice e banale fare shopping.
Ora dobbiamo adattarci, non dobbiamo essere refrattari al cambiamento, ma farlo proprio e cercare di domarlo per essere più forti di prima.
Infine, ma non meno importante, ricordiamoci sempre che siamo ancora Campioni d’Italia e titolari della Coppa Italia ovvero gli ultimi vincitori di un titolo nel basket italiano: semo venessiani e continueremo a vincere. Duri i banchi!

Fonte: Ufficio Stampa Reyer Venezia.

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