Recalcati: “La stagione della Fortitudo è stata più che positiva”

Recalcati: “La stagione della Fortitudo è stata più che positiva”

Coach Carlo Recalcati è intervenuto nella trasmissione radio “Effe trasmetto per te. "Martino si è dimostrato uno dei migliori allenatori del nostro campionato"

Coach Carlo Recalcati, protagonista di un servizio esclusivo sulle pagine della nostra rivista (BM 63) in questi giorni in edicola, è intervenuto nella trasmissione radio “Effe trasmetto per te” condotta da Matteo Airoldi su Radio108Web e ha parlato dei suoi anni alla Fortitudo Bologna con cui ha vinto il primo storico Scudetto. Oltre a questo “Charlie” ha trattato il tema della Nazionale e della ripresa del basket dopo l’emergenza sanitaria, argomento trattato anche su Basket Magazine.

Queste le sue parole a “Effe trasmetto per te”:

Mancanza del campo? “Non voglio passare per presuntuoso, però non mi manca. Perché il ritiro è stata una scelta ponderata maturata nel tempo e non fatta di impulso. Quindi non mi sono mai pentito di questo. Sono arrivato alla decisione molto preparato e quindi non ho mai recriminato su questa. Da quando ho smesso mi godo di più le giornate libero e posso decidere di volta in volta di cosa occuparmi e cosa fare.”

La stagione della Fortitudo da neopromossa in Serie A. “Prima di parlare della stagione della Fortitudo, io ho tenuto a battesimo la Effe per la prima partita in Serie A. Era il 1966: Fortitudo Bologna-Cantù. Detto ciò è stata una stagione più che positiva, da neopromossa ha trovato subito la sua dimensione. Aveva tanti giocatori di esperienza, il che aiuta anche se spesso l’età avanzata può essere un’arma a doppio taglio. In certe parti della stagione questo aspetto ha rallentato i ritmi. Facendo una valutazione complessiva non si può non dire che è stata positiva. Ha giocato la F8 di Coppa Italia, si è imposta con una pallacanestro bella da vedere e ha fatto esordire in Serie A, Antimo Martino uno dei migliori allenatori del nostro campionato.”

La pressione era la peggior nemica della Fortitudo nell’anno dello Scudetto? “Si, assolutamente si. Quando arrivai a Bologna, venivo dallo Scudetto con Varese. Trovai alla Fortitudo una squadra molto più forte, ma con addosso una cappa di negatività, di pressione e finali perse che condizionavano parecchio. Ho avuto il vantaggio di arrivare dopo una stagione esaltante in cui avevo vinto. Fu Carlton Myers in una delle prime riunioni a spronare i compagni a seguirmi perché avevo vinto con Varese. Questo aiutò un po’all’inizio, ma poi tutto ripiombò nello sconforto dopo la sconfitta in casa con Treviso in finale.”

La sconfitta di gara1 “Anche io ero convinto di vincere quella partita. Avevamo giocato una stagione da protagonisti. Perdere quella partita è stato come sentire il peso del passato e anche a me ha sfiorato l’idea che potesse essere un altro anno come i precedenti. Alla fine della partita feci la conferenza stampa e poi risalii in campo al PalaDozza e la cosa che mi meravigliò è che era ancora pieno di tifosi, tutti disperati. Loro pensavano al peggio anche per quella stagione. Allora capii che non potevo farmi vedere insicuro. Parlai con tutti e li rassicurai e che avremmo sicuramente vinto a Treviso. La stessa cosa la feci in spogliatoio con la squadra. Noi dovevamo ritenerci un gruppo contento, felice e ricco di valori. L’unico che doveva essere preoccupato era Marko Jaric perché aveva i genitori a Belgrado, città che stavano bombardando. Ebbi una risposta ultra positiva da tutta la squadra. Subimmo l’infortunio di Karnisovas prima della finale, quindi ci venne a mancare l’ala piccola di ruolo. Cercai di sopperire con l’utilizzo di tre guardie (Myers, Basile, Pilutti e anche Jaric). In gara1 non diede i suoi frutti, ma poi a Treviso feci una squadra più alta con Galanda e Fucka e li svoltammo.”

Carlton Myers fu la chiave di quel successo. “Il mio primo impatto con Jaric fu telefonico. In estate stavamo trattando l’israeliano Oded Kattash. Quando Marko mi chiamò da Los Angeles, mi disse che aveva piacere di venire a Bologna e direttamente mi disse che sarebbe diventato il miglior playmaker europeo. Dopo quella chiamata mi aveva proprio convinto. Non era certo uno che millantava. Quindi rivedemmo i nostri piani e prendemmo Marko Jaric. Il ruolo di Myers fu importante perché quell’anno fece veramente il capitano. Ha speso tanto tempo nel parlare con Jaric nei momenti più difficili. Non ho mai visto Carlton arrivare mezz’ora prima degli allenamenti per parlare con i suoi compagni. Myers nella gestione di Jaric mi ha dato una grandissima mano.”   

Il primo derby di Bologna. “Noi eravamo allo scuro della coreografia. Avevamo un po’capito cosa qualcosa ma quando arrivammo al giorno della partita ci stupimmo tutti. Ho vissuto tanti derby, ma mai nessuno cittadino. È stata un’atmosfera incredibile. Ma ricordo che non subii il contrasto dei tifosi avversari. Mi capitava spesso di incrociarli per strada, ma mi hanno sempre rispettato. L’unico episodio “avverso” con i tifosi Virtus fu quando una vigilessa mi fece la multa perché non stavo indossando la cintura di sicurezza e poi mi disse di essere una tifosa bianconera (ride n.d.r.)”

Cosa non andò l’anno dopo lo scudetto. “Non andò perché ci fu la Virtus. Noi eravamo sempre una squadra fortissima. Perdemmo Vrankovic, punto di riferimento della squadra. Per spiegare l’importanza di Stojko, mi viene in un mente un aneddoto. Carlton mi fece una confessione. Ci fu qualche partita in cui lui prendeva solo quattro tiri. Quando gli chiesi spiegazione, lui mi rispose che dipendeva solo dai compagni che aveva vicino e con Stojko si sentiva al sicuro quindi non gli interessava fare 20 punti. Perciò oltre alla perdita di Vrankovic, c’era la Virtus che ha giocato una stagione super che vinse tutto. Noi eravamo i secondi in Europa, i secondi in Italia e secondi in città. La cosa dura fu proprio che la nostra avversaria diretta era proprio la nostra “dirimpettaia”. “

Mai pensato ad un ruolo da senior allenatore. “Era una cosa che mi sarebbe interessata, soprattutto dopo la fine del mio contratto alla Reyer Venezia. Mi proposi al presidente Brugnaro di passare la mano a Walter De Raffaele. Le cose non sono andate a buon fine perché, come spesso, succede i rapporti si incrinano.”

L’esclusione di Pozzecco dalla Nazionale nel 2003 “Ho ereditato la Nazionale da Tanjevic. Negli anni precedenti disputammo le qualificazioni e persi – per diversi motivi – Fucka, Myers e Meneghin che erano il nucleo base. Mi sono quindi trovato nella condizioni di ridare una struttura alla squadra. Avevo bisogno per esempio che Basile e Galanda diventassero protagonisti come con la Fortitudo. La squadra doveva trovare una nuova identità e delle nuove gerarchie. Per fare questo avevo bisogno di lavoro e di tempo perché non avevamo tanto talento diffuso quindi potevamo fare affidamento solamente sul lavoro. Mi resi subito conto che la fantasia di Gianmarco erano quasi di “disturbo” e quindi capii che sarei stato costretto a non portarlo. La squadra aveva bisogno di certezze, come le garanzie di Bulleri o Soragna poteva assumere un ruolo di all-around. Siccome avevo tanta stima per il Poz non ho voluto farlo arrivare fino alla fine della preparazione per farlo stare a casa solo all’ultimo.”

Medaglia d’argento alle Olimpiadi e la vittoria contro la Lituania “Ci consolidammo in Svezia l’anno prima agli Europei. A quel punto fu facile inserire l’estro di Pozzecco in quella Nazionale. E i risultati si sono visti con la vittoria dell’argento.”

Partita Italia-USA a Colonia. “Fu una patita indimenticabile. Noi arrivammo a Colonia in preparazione per le Olimpiadi quindi finalizzati per quello. La sera prima perdemmo con la Germania, nel triangolare. Arrivammo a giocare con gli USA a mente leggere. Il palazzo di Colonia era stra-colmo e le attenzioni erano tutte su di loro. Avevo la percezione di giocare contro gli Harlem Globetrotters e noi facevamo la parte degli sparring partner. Negli spogliatoi ci caricammo, e interpretammo quella partita come da studio per un eventuale scontro alle Olimpiadi. Mi diede fastidio che loro non ci conoscevano. Larry Brown non conosceva i nomi dei nostri azzurri e li menzionava per numero. Quindi entrammo in campo arrabbiati, giocammo a zona sapendo che loro non la conoscevano. In attacco abbiamo provato a rallentare il più possibile, sfruttando i nostri tiratori. È venuta fuori una partita fantastica e la cosa più bella è che alla fine i tifosi a Colonia ci hanno omaggiato. Una delle più grandi soddisfazioni.”

Ricetta per la ripartenza dopo il COVID. “La cura dei settori giovanili. La programmazione dovrà essere a lungo termine. Dovremo essere bravi a progettare i prossimi 3 o 5 anni. Dovremo produrre giocatori e quindi investire sui settori giovanili. Credo che bisogna investire sugli allenatori e arrivare ad incentivare le società a fare questo.”

Fonte: Basketmagazine.

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