Prima che fosse il cattivo, Clay Bennett era l’uomo dall’altro lato del telefono

Continua la traduzione della storia dei Sonics

Nell’estate del 2006, Howard Schultz era stanco.

La sua squadra, i Seattle Supersonics, venivano da una stagione perdente, la terza in quattro anni e il suo Stato, Washington, aveva chiarito che non avrebbe versato fondi pubblici per costruire l’arena che voleva disperatamente.

Schultz era un uomo abituato a nient’altro che al successo, ma fino a quel momento l’intera avventura nella pallacanestro era stata un’esperienza deludente. Niente a che vedere con la rapida ascesa avuta con Starbucks.

Vi erano stati dei momenti positivi ma si trattava di intervalli brevi. E lui non era il solo ad essere stanco.

La maggior parte dei membri che facevano parte della proprietà dei Sonics si sentivano praticamente allo stesso modo. Ricordate, c’erano 58 proprietari. E all’interno di quel gruppo, c’era un consiglio di nove membri.

Ed erano tutti stufi dello status quo: perdere partite, perdere soldi e perdere la possibilità di costruire una nuova arena.

E così, dopo un paio d’anni in cui non venivano fatti passi in avanti nelle negoziazioni con le autorità locali, iniziarono a pensare a qualcosa di drastico. Iniziarono a vendere in silenzio la franchigia.

L’ex ala e membro del front-office dei Sonics Wally Walker ricorda queste prime conversazioni riguardanti una possibile cessione.

“Deve essere per un gruppo determinato a mantenere la squadra qui”, racconta Walker. “Era questo il criterio ed era sincero. Non ho dubbi sul fatto che tutti, compreso Howard, lo pensassero, lo dicessero e fossero coerenti con questo”.

Wally non era così elettrizzato di tutto l’intero processo. Ricordate: forse nessun uomo ha mai avuto una storia così profonda con i Sonics come lui. Ha vinto il titolo con Seattle nel ’79, è diventato GM negli anni 90’nell’era Kemp-Payton, è entrato a far parte del gruppo di investitori di Schultz ed infine è diventato CEO nel 2001. Per Wally, tutto questo era una questione quasi personale. Per lui non erano solo affari.

Per molti decenni – come giocatore, GM e proprietario – i Seattle SuperSonics erano stati la sua vita.

Tuttavia, sembrava che stessero per vendere la franchigia. In quel momento, nel 2006, era difficile stimare quanto realmente valesse una franchigia NBA. Il boom televisivo non aveva ancora raggiunto la lega.

Le franchigie erano ancora fortemente dipendenti dalle entrate generate dalla vendita dei biglietti. Nel frattempo la proprietà stava cercando di stimare un prezzo di vendita che avesse senso.

“Ho buttato lì quella cifra perché pensavo che mai nessuno – sembra folle oggi con i valori che hanno raggiunto le franchigie NBA – avrebbe pagato 350 milioni di dollari”, racconta Walker.

Parlarono con Larry Ellison, capo di Oracle, che chiarì subito che avrebbe voluto spostare la squadra a San Jose e la proprietà chiuse immediatamente le trattative.  Ma nessuno da Seattle stava facendo “un’offerta seria”.

In quel periodo, Seattle era entrata nel suo periodo di crescita esponenziale, ma ancora non c’era tanta ricchezza in città come c’è oggi. Quindi avevano solo alcune opzioni locali reali ma nessuna si era davvero fatta avanti. Vi fu una breve conversazione con Steve Ballmer, allora CEO di Microsoft ed oggi proprietario dei Los Angeles Clippers. In quel periodo però, non era in un momento della vita in cui poteva dare una franchigia l’attenzione che essa richiede.

Ma poi ricevettero una telefonata da qualcuno che sembrava promettere bene.

“Quello che accadde è che ci fu una persona interessata dall’Oklahoma di nome Ed Evans”, racconta Walker. “Ed Evans era un ragazzo conosciuto dalle persone della nostra proprietà”.

A quanto pare era nel settore della telefonia mobile. Così come lo era uno dei proprietari dei Sonics, John Stanton. Si conoscevano e a Stanton lui piaceva.

“E non solo, ma Ed Evans e sua moglie hanno avuto il loro primo appuntamento a Seattle, a Canlis”, racconta Walker.

Ed Evans iniziò a dialogare con la proprietà raccontando loro del suo amore per la città.

“Questo è un grande mercato. Amo questo posto. Ha del potenziale non sfruttato”, disse Walker. “Eravamo assolutamente convinti perché lo conoscevamo. Tutto era a posto. Evans disse le cose giuste, cioè che se lui è i suoi finanziatori avessero acquistato la franchigia, l’avrebbero tenuta in città. Tant’è vero che disse che si sarebbe trasferito a Seattle, perché nonostante vivesse ad Oklahoma City, non era originario di lì. Questo è ciò che ricordo di quelle prime conversazioni”.

Era un uomo che aveva guadagnato molti soldi ed era ansioso di diventare il proprietario di una franchigia sportiva. Non gli importava davvero dove. E soprattutto, adorava Seattle e così i dialoghi continuarono.

A questo punto, arrivò l’estate e l’off-season. E anche se la proprietà stava intrattenendo queste trattative, la vita doveva continuare ad andare avanti.

E infatti Wally se ne andò in vacanza in Francia con la famiglia e alcuni amici, in una casa in Borgogna. E mentre era lì, venne informato che doveva esser presente ad una teleconferenza.

In linea c’era Ed Evans, ma non era da solo, con lui c’era altro individuo. Qualcuno di più tranquillo e con una pronuncia marcata dell’Oklahoma. All’epoca quest’uomo era noto per aver dato ai New Orleans Hornets una casa temporanea a Oklahoma City. Ma da lì in poi, verrà per sempre conosciuto come l’uomo che portò via i Sonics da Seattle.

Stiamo parlando di Clay Bennett.

Quando Wally venne a sapere di Clay, era un po’scosso.

“Per davvero, mi trovato in Franchia e all’improvviso dovevo partecipare ad una teleconferenza alle due del mattino, ed ero in linea con Ed Evans e con un’altra persona di nome Clay Bennett che nessuno di noi aveva mai incontrato personalmente prima”, racconta Walker.

Clay Bennett non aveva una storia d’amore profonda con Seattle. Non poteva tirare in ballo un affetto di vecchia data per la città. In precedenza cercò di comprare gli Hornets, con l’intenzione di trattenerli in Oklahoma. E ora, all’improvviso, era al telefono con Ed Evans, e stavano entrambi trattando con la proprietà dei Sonics per acquistare la squadra.

“Era interessato perché era il genero di Edward Gaylord”, affermò il giornalista sportivo Berry Tramel.

Edward Gaylord era l’editore del “The Oklahoman”, il capo di Berry Tramel, in un’epoca in cui i giornali erano un grande business.

Questo lo mise sotto gli occhi di tutti. Ma ciò che realmente ha costruito la reputazione di Bennett a Oklahoma City non è stato il fatto con chi fosse sposato, ma ciò che fece veramente. Nel 1989, ha contribuito a portare a Oklahoma City una cosa chiamata il Festival Olimpico degli Stati Uniti.

Si trattava di un evento, organizzato in una città diversa ogni anno in cui non c’erano le olimpiadi, in cui gli atleti americani gareggiavano l’uno contro l’altro negli sport olimpici. Una sorta di Olimpiade a stelle e strisce.

“Sono stati in grado di trasformarla in una grande festa. Sono sicuro che si sia tratta della migliore edizione di tutti i tempi”, afferma Tramel. “Non ne eravamo meno orgogliosi di Barcellona, Atene, Atlanta o di chiunque altro avesse ospitato le Olimpiadi. E, difatti, si trattò di un’impresa importante. Le cerimonie di apertura si svolsero presso il campo di Owen a Norman richiamando oltre 70.000 persone.”.

Ma ciò che lo avvicinó all’NBA per la prima volta fu qualcosa che accadde qualche anno dopo. Bennett si unì alla proprietà dei San Antonio Spurs come rappresentante della squadra nel consiglio di amministrazione della NBA. E questo accadde nei primi anni ’90, prima che Gregg Popovich prendesse il sopravvento e gli Spurs diventassero un modello di successo per tutti i piccoli mercati nell’NBA.

“Clay Bennett è diventato per un po’il volto della proprietà dei San Antonio Spurs ed è lì che ha conosciuto la gente della NBA; ha conosciuto David Stern, che con la proprietà degli Spurs ha contribuito a salvare il basket a San Antonio e da allora fu un successo”, affermò Tramel. “Ma in tutti quegli anni il rapporto tra David Stern e Clay diventò davvero solido. Penso che fossero persino diventati anche amici. E Stern inizio a tenere in considerazione – per eventuali cambi di proprietà – Clay Bennett molto prima che il resto dell’’NBA si accorgesse di lui”.

Era lui il businessman al telefono accanto a Ed Evans che parlava con Wally Walker e il resto della proprietà. E a proposito del prezzo di 350 milioni di $ che Wally e soci aveva fissato per i Sonics? Beh, Loro si offrirono immediatamente di pagare l’intera cifra richiesta.

Alcune persone del gruppo di Schultz non credevano che avrebbe mai trovato qualcuno disponibile a pagare tale cifra e ciò colse tutti di sorpresa.

Ma qualcosa non sembrava “suonare bene” all’orecchie di Wally. Non era affatto sicuro di potersi fidare di questi nuovi interlocutori. Non si trattava solo di Clay Bennett ma anche Aubrey McClendon, CEO di Chesapeake Energy, e altro uomo dell’Oklahoma.

“Ero in Francia, e li ho solo cercati su Google. Di alcuni di loro non avevo mai sentito parlare, e per quanto riguarda gli altri, la maggior parte proveniva o era legata a Oklahoma City. Fu a quel punto che iniziai a rimettere in discussione tutto quello che stava accadendo”, racconta Walker.

Nella loro conversazione iniziale, Evans si scoprì essere l’unico membro del suo gruppo di investitori che viveva a OKC. Il resto era sparso in tutto il paese.

Ma in quel momento, Wally era preoccupato che questi nuovi uomini di Oklahoma City potessero voler spostare i SuperSonics. Tuttavia, il gruppo di Schultz era incuriosito dalla proposta poiché stavano vivendo una situazione ambigua in città, come confermavano le loro dichiarazioni di quel periodo: “il nostro gruppo non può fare nulla contro il governo locale. Abbiamo il legislatore statale contro di noi, gli attivisti contro di noi e, in definitiva, la volontà della gente contro di noi”. Sembrava che nessuno volesse che il denaro pubblico venisse investito nella costruzione di una nuova arena.

Ma forse le autorità erano convinte che, essendo il gruppo Schultz molto radicato a Seattle, non avrebbe mai osato trasferire la franchigia. Ma se invece qualcun’altro avesse acquisito la franchigia e, successivamente, cercato di combattere la stessa battaglia? Qualcuno che poteva rappresentare – in maniera credibile – una vera minaccia di trasferimento della squadra.

Wally non era convinto di tale versione, ma ciò chiarisce ciò che gli altri stavano pensando: “Forse è necessario che venga qualcuno da fuori affinché aumenti il nostro potere di leva sulle autorità locali per quanto riguarda la costruzione della nuova arena”.

Quindi, con Wally ancora in Francia, la proprietà, perlopiù tramite teleconferenze, stava definendo i termini di una potenziale vendita.

“E ovviamente tutti dissero: ‘Beh, la condizione principale è che devi tenere la squadra a Seattle’, e la risposta fu: ‘Certo. Sì certo’, racconta Walker. “Quindi ci furono altre teleconferenze”.

Due teleconferenze in cui si è parlato dell’idea di leva finanziaria e della minaccia di OKC che avrebbe condotto ad un accordo a Seattle. E poi, arrivò il momento di votare.

Wally era sveglio, nel mezzo della notte, a migliaia di miglia di distanza, parlando con gli altri otto membri del gruppo.

“Ancora una volta, ero sia scettico che privo di sonno”, racconta Walker.

Ma in quel momento fu costretto a prendere una decisione. Vendere? Oppure no?

Il consiglio espresse il suo voto

Traduzione a cura di Daniele Botticelli

The Read Corner

Fonte: The Ringer.

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