Pozzecco: La mia Fortitudo, amicizie forti ma non si vide il vero Poz

Pozzecco: La mia Fortitudo, amicizie forti ma non si vide il vero Poz

Il coach del Banco racconta la sua Fortitudo Bologna: C'era un pessimismo cosmico e un vittimismo esagerato

Nell’inserto bolognese de La Gazzetta dello Sport Gianmarco Pozzecco racconta la sua Fortitudo Bologna.

IL PASSAGGIO DA VARESE

«L’ultimo anno a Varese era finito un PO’ in sordina. Tra infortuni e scelte tecniche non felici. Era finita la magia e, professionalmente, avevo davanti due ipotesi: chiudere la carriera a Varese o rimettermi in gioco su un’altra piazza. Allora la Fortitudo era in cima alle mie preferenze e una sera, sul lungomare di Rimini, trovando Maurizio Ferro nacque il contatto decisivo che definì l’accordo col patron Seragnoli»

SULL’ESPERIENZA A BOLOGNA

«Non sono riuscito ad essere il vero Poz. È stata solo colpa mia. Ero troppo preoccupato a dimostrare che fossi un giocatore allenabile anziché badare a fare il mio gioco. Mi sono violentato e snaturato ma nel bilancio ci sono tante amicizie. Come quelle con Abele Ferrarini e Stefano Mancinelli ai quali sono legatissimo»

SUL CLIMA FORTITUDO

«Parlai della famosa nuvola di Fantozzi. C’era un pessimismo cosmico e un vittimismo esagerato. Le troppe finali perse avevano inciso nell’umore del club e della piazza. Tanto che ci chiesero di evitare goliardate e di essere sempre professionali perché, quando sarebbe arrivata la sconfitta, saremmo stati inattaccabili. Una volta si guastò il pullman mentre andavamo in trasferta, sembrava una tragedia. Gridai a tutti: aggiustiamo il pullman e andiamo a giocare senza fare tante storie»

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