Michael Kidd-Gilchrist su The Players’ Tribune – Charlotte For Life

La traduzione della lettera aperta di Michael Kidd-Gilchrist da The Players' Tribune

Non dimenticherò mai la prima volta che Michael Jordan mi chiamò al telefono.

Fu qualche giorno dopo il draft del 2012, quando Charlotte mi prese come seconda scelta assoluta, mentre io ero a casa con la mia famiglia.

Il mio cellulare cominciò a squillare, guardai lo schermo e notai un numero che non avevo mai visto. Così, ovviamente, mi dicevo: Non rispondo a questa, assolutamente no.

Un numero non in rubrica? Nessun nome?

Nah…

Di solito sono abbastanza bravo a non cambiare idea sul rispondere ad un numero sconosciuto, mentre il telefono squilla. Ma la cosa assurda è che, in quel momento, mi sembrava che, per qualche motivo, il telefono stesse suonando per un tempo interminabile senza che partisse la segreteria. Così, stufo di sentirlo suonare, risposi.

“Pronto?”

Dopo una breve pausa sento…

“Yo!”

Cosa fai quando un numero sconosciuto ti chiama e la persona dall’altra parte esordisce con “Yo!” e nient’altro? Ovviamente ero del tipo…

“Chi è?”

Allora sentii una breve risatina e la voce disse…

“Sono Michael Jordan”

E io nella mia testa ero:

Coooooosa? Sul serio?

Della serie, mi stai prendendo in giro?

Sono un diciottenne, ho appena lasciato la mia squadra della high school nel Jersey e sono al telefono con il più grande cestista che abbia mai camminato su questo pianeta.

E non solo ero al telefono con lui… LUI MI AVEVA CHIAMATO!

Michael Jordan. Mj. Il GOAT stava cercando…me?

Fu allora che mi resi conto – ero approdato nella NBA, avevo raggiunto un livello completamente diverso.

Benvenuto a Charlotte, giovanotto.

Nel corso degli otto anni seguenti, io e Mj avremmo parlato al telefono dozzine di volte, e ricorderò sempre con affetto quelle conversazioni – il legame che creammo, l’amicizia, sul serio. Molte volte mi chiamava solo per offrirmi sostegno e incoraggiamento. Altre volte, cercava di spingermi a dare il massimo ed era diretto e duro con me. Ma la prima chiamata, un paio di giorni dopo che Charlotte mi aveva scelto? Fu abbastanza breve e conciso.

In sostanza disse: Sii pronto per la sfida. Cerca di migliorarti ogni giorno. Lavora sodo. Questa città ti amerà se farai così.

E la cosa bella riguardo l’ultima parte è che sapevo già essere vera.

Ho sentito queste stesse parole molte volte dai tifosi di lunga data di Charlotte, nel mio viaggio verso la città per la prima conferenza stampa il giorno seguente al draft.

In particolare, non dimenticherò mai questo distinto signore.

Stavo camminando lungo la strada nei quartieri residenziali con i miei genitori e mia sorella, guardandomi il più possibile intorno, forse cercando un posto dove mangiare o altro. E posso ancora immaginarmelo. Era il più bel soleggiato pomeriggio della mia vita, uno di quei giorni in cui non riesci a trovare una singola nuvola in cielo.

All’improvviso, un alto e distinto signore vestito elegantemente si avvicinò a noi.

Fu super educato e si scusò per l’intrusione. Ciò che disse dopo mi rimase per sempre impresso.

“Volevo solo darti il benvenuto nella nostra città” disse. “e dirti che qui non aspettiamo altro che supportarti in tutto ciò che farai. Charlotte ti accoglierà.”

Apprezzai molto quel sentimento. Quando MJ lo disse, certamente, ma anche quando quel gentiluomo mi fermò per strada per offrimi quelle parole di incoraggiamento.

Ricordo, udendo quelle parole, in quell’esatto momento, di aver preso un impegno con me stesso. Decisi che avrei lavorato al massimo delle mie forze per gli abitanti di Charlotte – che avrei fatto tutto ciò che era in mio potere per portare loro qualche momento di gioia e di felicità.

Da allora, un vero sentimento d’amore si creò fra me e la città di Charlotte.

Penso che il miglior modo per descriverlo sia dicendo che durante questi anni la città divenne veramente come una sorella per me.

Non solo una famiglia.

Era qualcosa di più di questo. Qualcosa di più grande.

Era veramente come se la città fosse diventata un fratello o una sorella maggiore per me, durante il tempo trascorso lì.

Lasciai il college a 17 anni. Giocai un anno a Kentucky, e poi dritto nella Lega.

Quando prima dicevo di essere solo un ragazzo quando fui scelto, intendevo esattamente quello. Letteralmente.

E non solo ero giovane, ma anche veramente timido. In più balbettavo. E non ero in grado di farmi decine di amici ed essere su tutti i social. Niente di tutto ciò mi attirava. Volevo solo mettermi al lavoro e lasciare che le azioni parlassero da sé. Così sono sempre stato.

In un certo senso ero terrorizzato – tutte le attenzioni e le aspettative che comportava essere stata una delle prime scelte. Tutte questi pensieri mi avevano tormentato.

Ma non appena giunsi in città…

Era come se l’intera città di Charlotte avesse aperto le sue braccia per accogliermi in un grande, enorme abbraccio.

La gente di questa incredibile città, loro mi hanno mostrato così tanto amore e incoraggiamento fin dal primo momento vi posi piede. E ciò mi aveva aiutato a mettermi a mio agio. Mi ha permesso di sentirmi più fiducioso, e di crescere, di conoscere me stesso nel corso del tempo in un ambiente che non sarebbe potuto essere più di supporto.

Diventai più a mio agio nei miei panni e prima che me ne accorgessi, Charlotte era diventata una casa per me.

Un posto dove sentirmi apprezzato, non importa cosa andasse storto o quali avversità dovessi affrontare… tutti mi avrebbero sempre coperto le spalle.

Questa città, queste persone, l’organizzazione, i miei compagni (specialmente Kemba, Big Al, Marv, Zeller, Biz, e tutti gli altri nel corso degli anni) … ad ogni livello immaginabile, mi sentivo supportato e amato. E quel supporto, soprattutto, mi ha permesso di diventare un uomo.

Charlotte mi ha insegnato come essere più coinvolto, una parte integrante di una comunità. Ho imparato come costruire rapporti, come superare la mia timidezza, a diventare responsabile e milioni di altre cose che ora sono aspetti fondanti del 26enne che vedete oggi con due figli e una futura moglie.

So che potrebbe suonare un po’smielato. Ma sapete cosa? Dai 18 anni in avanti…

Charlotte mi ha cresciuto.

Questa città. Questo posto. Tutti voi…

Mi avete cresciuto.

Ora, ovviamente non abbiamo vinto tutte le partite che avremmo voluto nel corso di questi otto anni, ma posso dire onestamente che ho dato alla città tutto quello che potevo.

Volevo vincere come tutti vorrebbero. Così le sconfitte… mi hanno divorato. Ma, allo stesso tempo, quando guardo indietro agli ultimi 8 anni, il basket è davvero stato uno degli aspetti più importanti della mia esperienza a Charlotte. Quando parlo di questa città, è davvero difficile limitarmi a parlare della dimensione cestistica, perché qui c’è molto più del mio tempo che del basket.

Il mio principale scopo, addirittura più di vincere o mettere insieme numeri, era di aiutare questa città a crescere e avere successo in tutti i modi possibili. Il mio desiderio era di imbrigliare questa città con tutta la mia energia, passione e amore. Perché Charlotte lo stava facendo costantemente con me.

Ogni momento in cui ero giù – che sia stato dopo la scomparsa di mia nonna, o combattendo contro gli infortuni – questa città era sempre pronta a tirarmi su.

E non lo dimenticherò mai, Charlotte.

Ha significato il mondo per me, ci vorrebbero interi volumi per dire quanto sia speciale questo posto.

Sarà sempre una casa per me.

Sarò Charlotte per la vita.

Potrei non essere più molto presente, ora che la mia esperienza con gli Hornets è giunta ad una fine. Ma ricorderò per sempre quanto buoni tutti voi siate stati con me, e spero voi continuerete a darmi un’occhiata ogni tanto per vedere come sto facendo.

Per quanto sia stata dura andarmene, devo ammetterlo: sono emozionato per questo nuovo capitolo a Dallas, e pronto per dare il massimo. Stiamo cercando di compiere fino in fondo la corsa ai playoffs e sono pronto per fare tutto ciò che posso per portare alla mia nuova squadra quella fiamma di competitività per cui mi conoscete.

Non sarò fissato con i numeri, o preoccupato delle mie statistiche. Non sono mai stato quel tipo di giocatore. Sto solo cercando di essere il miglior compagno possibile, incluso essere uno dei più feroci difensori della lega.

Immagino, anche otto anni dopo che lui me lo disse al telefono, che il consiglio di MJ rimanga vero oggi – cerca di migliorare ogni giorno e lavorare duro.

La città ti amerà per questo.

Traduzione a cura di Simone Ferrario

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Fonte: The Players' Tribune.

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