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Mamba Mentality

Mamba Mentality

Su The Players' Tribune un estratto da 'Mamba Mentality', il libro di Kobe Bryant e del fotografo Andrew D. Bernstein in uscita il 23 Ottobre

 

Mi ricordo quando, da bambino, ricevetti la mia prima palla.

Amavo la sensazione di averla tra le mani, ne ero così innamorato che non volevo nemmeno palleggiarla o usarla, non volevo rovinare il perfetto grip e la grana della pelle, non volevo rovinare la sensazione.

Ne amavo anche il suono. Il tap tap tap della palla su parquet. La vivacità e la purezza, la prevedibilità. Il suono della vita e della luce.

Questi sono alcuni degli elementi che amavo della palla, del gioco. Sono alla base della mia formazione e sviluppo, sono la ragione per cui ho affrontato ciò che ho affrontato, speso ciò che ho speso, andato a fondo quanto sono andato a fondo.

E il ricordo torna lì, al tap tap tap di cui mi sono infatuato da ragazzino.

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Bryant su Jordan, Bernstein (Getty Images)

Il mio equilibrio, da giovane giocatore, era pessimo.

Basta osservare la nostra dicotomia a partire dalla postura. Michael resta rigido dal petto in su, non si piega in nessuna direzione perchè è perfettamente bilanciato e centrato. Ha il controllo del suo corpo e gioca.

Comparatelo alla mia difesa: uso il mio avambraccio per appoggiare il peso sulla sua schiena, come ti insegnano. Sfortunatamente è l’unica cosa che sto facendo bene. Sono piegato in avanti, che è una cosa importante da non fare, e gli sto mettendo troppa pressione. Solo per questo, una semplice questione di forza di gravità, sono fuori equilibrio. Basta una mossa di Michael, una virata a destra o una finta sinistra mi avrebbero messo fuori gioco dandogli spazio per tirare o ruotarmi attorno. Questa difesa è decisamente cattiva.

Fortunatamente vidi questa foto già nel 1998. Dopo averla studiata ho corretto la mia postura e il mio equilibrio. Dopo è stato molto più difficile giocare contro di me in post.

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Bryant su Iverson, Bernstein (Getty Images)

Allen Iverson era piccolo ma era anche incredibile.

Il mio piano contro di lui era di usare la differenza in altezza per tirargli sopra la testa. Non c’era bisogno di provare nulla di complicato o di andare in una specifica porzione di campo o di farlo arretrare: gli tiravo sopra perchè potevo avere la visuale libera.
Ciò di cui sto parlando è diverso dal sistemarsi per un jumper. Quando Allen mi marcava cercavo di ricevere in posizioni favorevoli come il mid-post perchè non poteva impedirmi la ricezione. Non avrei potuto ricevere ancora più vicino oppure sfidarlo in dribbling dai 7 metri? Forse, ma non sarebbe stato saggio.

Scelsi di non ricevere in post perchè i Sixers mi avrebbero costruito attorno una gabbia. Avrei potuto fronteggiare il canestro e andare in dribbling ma loro avrebbero chiamato l’aiuto intrappolandomi anche in quella situazione. Ricevendo sul gomito o fuori dal pitturato, invece, riuscivo a mitigare l’efficacia dei loro schemi poichè era difficile ostacolare il passaggio e non potevano impedirmi di avere una visuale pulita sopra di lui.

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Bryant e O’Neal, Bernstein (Getty Images)

Direi che la mia tipologia di leadership è cambiata negli anni.

Amavo provocare le persone e metterle a disagio. E’ ciò che ti porta all’introspezione e poi al miglioramento. Era come se li sfidassi ad essere i migliori possibili.

Questo modo di fare non è mai del tutto cambiato. Ciò che ho perfezionato invece era l’approccio con i diversi giocatori. Ho continuato a sfidarli e a metterli sotto pressione, solo in un modo che si confacesse a loro. Per imparare cosa funzionasse e con chi, ho iniziato a fare i compiti a casa e a guardare i loro comportamenti: ho imparato le loro storie e ho ascoltato i loro obiettivi. Ho appreso quali fossero le loro sicurezze e quali i loro grandi dubbi. Una volta capiti, potevo aiutarli a tirare fuori il meglio toccando le corde giuste al momento giusto.

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Bryant e James, Bernstein (Getty Images)

Ho sempre mirato a distruggere la concorrenza. L’argomento principale delle mie conversazioni con LeBron era la costruzione della mentalità da killer. Guardava il modo in cui approcciavo ogni singolo allenamento e sfidavo costantemente lui e gli altri ragazzi

Ricordo un primo tempo in cui stavamo giochicchiando. Una volta in spogliatoio chiesi ai ragazzi, in maniera non proprio educata, cosa diavolo stessimo facendo. Nel secondo tempo LeBron rispose alla grande tornando in campo con una mentalità da dominatore assoluto che da allora non gli ho mai visto abbandonare.

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Fonte: The Players' Tribune.

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