Kyle Lowry su The Players’ Tribune: Non Una Storia Da Perdente

Kyle Lowry su The Players’ Tribune: Non Una Storia Da Perdente

La traduzione della lettera scritta dal neo campione NBA

 

Oggi mi chiedono tutti di spiegare come ci si sente

Cosa si prova a vincere il tuo primo titolo?

Sembra una domanda semplice a cui rispondere. Dopotutto ho lavorato per questo in un modo o nell’altro per tutta la vita. Tuttavia non sono del tutto sicuro di riuscire a rendere quella sensazione in poche parole.

Dopo aver dedicato così tanto tempo e passione a questo gioco, c’è molta emozione associata all’idea di essere un campione, di avere quel riconoscimento. E più ti avvicini alla realizzazione di quell’obiettivo senza ottenerlo – senza effettivamente raggiungere quell’apice – più fa male fallire.

Non ho mai vinto un campionato al liceo. Abbiamo perso la finale della Catholic League nei miei anni da junior e da senior. Abbiamo perso contro UNC nel torneo NCAA quando ero freshman a Villanova, poi contro Florida quando ero al secondo anno, entrambe sarebbero poi diventate campioni.

Poi sono arrivato nella lega e, beh, immagino che il modo migliore per dirlo sia: se dieci anni fa avessi detto a qualcuno che un giorno sarei diventato campione NBA come membro dei Toronto Raptors, probabilmente non avrebbe saputo indicare  quale parte della frase fosse più ridicola.

Forse però il motivo per cui non riesco a spiegare come ci si sente a vincere un campionato è perché sto ancora elaborando tutto, ci sono ancora dentro.

Il fatto è che anche se il momento specifico (cosa si prova, cosa significa) è difficile da descrivere a parole, quello che so per certo è che è mio. Appartiene a me, alla mia famiglia, ai miei compagni di squadra, ai miei allenatori e a tutta Toronto. Ed è tutto quello che conta.

Questo mi porta all’altra cosa che a volte mi chiedono: pensi che riceviamo abbastanza rispetto come campioni in carica?

Diavolo no.

Ma poi, mi importa?

Nah, non troppo.

Niente di nuovo comunque. Toronto non riceverà mai il giusto rispetto perché è l’unica franchigia canadese della lega, è così da quando sono qui. Quello per arrivare all’anello è stato per me un percorso lungo e difficile e lo è stato anche per la squadra e per la società. Eppure ci siamo arrivati.

Possono dire e pensare quello che vogliono ma il fatto rimane lo stesso: noi abbiamo avuto un anello e una parata, loro scialbe opinioni.

Non importa. Siamo i campioni.

—-

 

La gente lo dice spesso, ma non mi è mai piaciuto molto essere descritto come un outsider, in un certo senso sembra che sia arrivato dove sono solo perché sono fortunato.

Non voglio essere frainteso: ci vuole sempre un po’di fortuna ma questo vale per chiunque nella lega e per ogni persona che ha realizzato un sogno che aveva da bambino, ma quando si tratta di rimanere in NBA,  competere,  crescere per diventare il giocatore che sono oggi, niente di tutto questo è dovuto alla fortuna. È stato un percorso.

Vuoi ascoltare una vera storia da outsider? Un bambino che vive in uno dei posti più pericolosi d’America riceve una borsa di studio da Villanova.

Non è solo una storia di rivalsa, considerando da dove vengo è praticamente un miracolo.

Non importa quanto sia grande il palcoscenico o importante la partita, il basket non è che un sogno. Non importa quale sia il risultato o il modo in cui gioco, non c’è davvero pressione quando si tratta di basket.

La vera pressione è nella vita reale.

 

La pressione è camminare nella neve per chilometri perché è l’unico modo per spostarsi. La pressione sta nell’aspettare il ritorno di tuo cugino dal WIC (The Special Supplemental Nutrition Program for Women, Infants, and Children– ndr) in modo da poter avere latte gratis e, fortuna permettendo, alcuni succhi di frutta. La pressione è quella che soffre tua madre che fa due lavori mentre cerca anche di dedicarti abbastanza tempo come genitore in modo che suo figlio non sia uno dei tanti che finiscono morti o in prigione.

Questa è la vita reale.

Ma il basket? È sempre stato un santuario, un rifugio. Non importa quanto il gioco sia intenso.

 

La mia educazione ha plasmato il mio modo di stare in campo. La mia formazione l’ho avuta giocando a streetball a Connie Mack tra la 22esima e Lehigh, Nord Philadelphia. Mio fratello Lonnie, cinque anni più grande di me, si assicurava sempre che fossi nella sua squadra. Quando sei il ragazzo più giovane in campo e ogni altro giocatore è più grande e più forte di te, la descrizione di quel che devi fare è banale: impegnati. Subisci sfondamento, tuffati sulle palle vaganti, porta il blocco ma non tirare (ma segna sempre quando lo fai).

Ma soprattutto sii duro, non è facoltativo. Fortunatamente, la durezza è un aspetto naturale di me, su quella non ho mai avuto bisogno di lavorarci o di perfezionarla. L’ho ereditata da mia nonna.

Ci ha lasciati all’inizio di quest’anno ed è stato davvero difficile perché la adoravo. Ci capivamo al volo perché eravamo molto simili. Aveva quest’aura da dura ma sapevamo quanto ci amasse tutti. Tutto quello che ha fatto è stato per gli altri. Ma era comunque una persona da non prendere alla leggera.

Non dimenticherò mai quando alle elementari, dopo una rissa, sono stato mandato nell’ufficio del Preside. Pensavo solo a una cosa: dannazione, mia nonna me le suonerà di santa ragione!

Ero seduto in quell’ufficio e il Preside diceva: “Kyle, questa è una cosa seria, sarai sospeso” e la mia unica risposta è stata supplicarlo: “Va bene qualsiasi cosa ma per favore, non ditelo a mia nonna! Per favore, per favore non chiamate mia nonna!”

 

La camminata verso casa quel giorno fu come una marcia funebre. Mia madre è sempre stata molto più indulgente ma mia nonna teneva la disciplina. E sapevo cosa aspettarmi.

Non appena sono arrivato a casa, era lì ad aspettarmi. Ho sentito un brivido freddo. E non dimenticherò mai quello che mi ha detto.

 

“Beh, hai vinto?”

 

Non sapevo se fosse un trabocchetto o cosa. Ho solo annuito.

“Uh Huh.”

Poi fece un sorriso impercettibile e disse: “Va bene allora.”

 

E finì così. Mi era andata decisamente peggio quella volta che versai accidentalmente del latte per terra ma questa me la fece passare…

 

Per molto tempo non ho capito il perché. Ma una volta diventato padre tutto ha avuto un po’più senso. Era il suo modo di insegnarmi la forza. È stato un modo perfetto? Si trova nei libri per genitori? No, probabilmente no. Ma ognuno ha i propri modi di fare le cose, di mostrarti il ​​proprio amore e di indicarti come diventare una persona migliore.

 

Non combattere.

Ma se devi farlo, beh vinci.

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Sono orgoglioso del mio viaggio, da dove provengo e fin dove sono arrivato. Ma crescere in un ambiente duro rende difficile imparare a fidarsi delle persone.

La fiducia è un lusso che molte persone disperate non possono permettersi, di conseguenza è facile isolarsi quando si sente di non trovarsi in una buona situazione. Quando sono andato via da casa e, soprattutto, quando sono arrivato nella lega, è stato difficile per me sviluppare quel livello di fiducia di cui hai bisogno per far parte di un’organizzazione vincente.

Forse in parte è dovuto anche al fatto di aver conosciuto il lato “business” del basket piuttosto in fretta dopo essere stato scelto da Memphis. Sono arrivato da rookie credendo di essere il loro playmaker del futuro ed esattamente un anno dopo ero al party del Draft quando la società ha scelto Mike Conley.

In tutta onestà, è stata un’ottima scelta. Mike è oggi uno dei migliori nella lega. Ma ovviamente all’epoca non era ciò che mi importava. E’stata una situazione inaspettata, non avevo idea che avrebbero preso un playmaker. Non appena hanno dichiarato la scelta ho capito, nella maniera più dura possibile, che non ci sono garanzie nell’NBA.

Quando sono stato mandato a Houston ero pronto a dimostrare a tutti cosa ero in grado di fare. Ho lavorato più duramente di quanto abbia mai fatto per ottenere minuti e rispetto. Venivo dalla migliore stagione della mia carriera quando Kevin McHale è stato assunto come allenatore. Sin dall’inizio quell’anno ho avuto una mentalità sbagliata: pensavo di essere intoccabile poiché stavo giocando e producendo alla grande. Mi meritavo un trattamento da star… e il coach mi ha dato l’esatto contrario. Era duro con me, davvero duro. Al momento, non ero in grado di vedere cosa stesse cercando di fare. Non ho capito che mi vedeva come un giocatore bravo, tosto, ma che aveva ancora margini di miglioramento se solo fosse stato motivato.

Non vedevo che la risposta a Perché è così duro con me? era semplicemente Ti sta rendendo migliore.

 

Quando arrivai a Toronto mi sembrò quasi di essere mandato in esilio. Non sapevo nulla di Toronto e al momento nemmeno mi importava di saperlo. Ho solo pensato che questo sarebbe stato un punto di passaggio fino a quando avrei trovato un’opportunità altrove.

Ma non molto tempo dopo il mio arrivo capii di aver sbagliato tutto. Questo posto non era solo un pit-stop. Questa era una città meravigliosa e aveva una base di fan sottovalutata. Tutto ciò di cui avevano davvero bisogno era un vincente.

In quei primi giorni a Toronto sapevamo che non c’erano garanzie sul fatto che avrebbero tenuto insieme la squadra. Molti di noi erano stati scartati da altre organizzazioni. Ci siamo però allineati abbastanza rapidamente, abbiamo giocato l’uno per l’altro. E ho incontrato DeMar, che è diventato uno dei miei migliori amici e un All-Star e abbiamo iniziato a costruire qualcosa. Sentivamo la fiducia.

Ma per arrivare alle Finals e alzare quel trofeo c’erano ancora molti sacrifici da fare. Abbiamo perso persone che avevano contribuito a costruire tutto questo. Lasciamo andare Case (Casey – ndr), scambiamo DeMar, scambiamo JV (Valančiūnas – ndr), mosse che, sebbene tu sappia che fanno parte del business, sono state durissime per noi da assorbire.

 

Quindi abbiamo assemblato un roster di giocatori affamati. E sì, alla fine siamo stati un po’  fortunati. Abbiamo fatto delle giocate premiate dai rimpalli, tre o quattro sul ferro contro Philly… Ma abbiamo fatto quello che dovevamo fare, quando dovevamo farlo e ora, dopo tutto il lavoro, tutto il divertimento, tutta la frustrazione, conta solo una cosa: siamo i campioni.

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Una cosa che posso dirvi per certo è che vincere un campionato non ti soddisfa. Non ti da la sensazione della fine di un viaggio, al contrario ti motiva, perché ora non è questo più un sogno o un’idea: ora sai cosa serve e sai come ci si sente ad arrivarci e una volta che succede, vuoi fare tutto ciò che è in tuo potere per sentirlo di nuovo… questo è ciò che mi sta motivando quest’anno, questo è ciò che mi fa alzare la mattina presto per tornare in palestra fin dalla settimana dopo la nostra parata.

Non vedevamo l’ora della cerimonia della Ring Night, assolutamente. Ma una volta appeso lo stendardo non lo guarderemo troppo a lungo. Saremo concentrati su come ottenerne un altro perché quello non va da nessuna parte, sta proprio lì.

 

Il mese scorso, ho portato a casa il trofeo Larry O’Brien, ad un certo punto entrambi i miei figli ci giocavano. Mio figlio più giovane, Kam, correva e saltava intorno al trofeo, continuava a toccarlo e mio figlio maggiore, Karter, lo guardava come ipnotizzato… come è possibile che sia qui da noi, in questo momento?

 

Un giorno, quando sarà un po’più grande, gli dirò come ci è arrivato. È una lunga storia. Ma è una bella storia. E qualsiasi cosa succeda alcuni fatti non cambieranno mai.

 

I Toronto Raptors sono campioni NBA.

Kyle Lowry è campione NBA.

 

E lo sarà per sempre.

Fonte: The Players' Tribune.

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