Kyle Korver su The Players’ Tribune: Privilegiato

Kyle Korver su The Players’ Tribune: Privilegiato

La traduzione integrale della lettera aperta dell’ala dei Jazz

Quando la polizia rompe la gamba di un tuo compagno di squadra, penseresti che la cosa debba far suonare un campanello d’allarme.

 

Quando lo arrestano in una strada di New York, lo gettano in prigione per una notte e lo lasciano con un infortunio che ne termina la stagione, penseresti  di dover  elaborare la cosa. Penseresti che deve per forza esserci dell’altro.

 

Penseresti.

 

Invece no.

 

Ricordo ancora la mia reazione quando ho sentito per la prima volta cosa è successo a Thabo. Era il 2015,  fine stagione. Thabo ed io eravamo compagni di squadra agli Hawks, e siamo volati a New York dopo una partita ad Atlanta. Quando mi sono svegliato la mattina dopo, i messaggi nella chat del team erano impazziti. I dettagli erano ancora confusi ma i ragazzi scrivevano  Thabo si è fatto male alla gamba? Durante un arresto? – Aspetta: ha passato la notte in prigione?!  Tutti erano piuttosto arrabbiati e confusi.

Beh, quasi tutti. La mia reazione è stata … diversa. Sono imbarazzato ad ammetterlo.

 

Ed è il motivo per cui oggi voglio parlarne.

 

Prima di raccontare il resto di questa storia, lasciatemi dire velocemente che Thabo non era solo un mio compagno di squadra o un tizio nella Lega che conoscevo un po’’. Durante quell’anno abbiamo legato molto nel nostro tempo libero. Era il compagno da cui andavo per parlare di cose al di fuori del mondo del basket. Politica, religione, cultura, quel che vi pare, Thabo ha portato una prospettiva diversa da quella del tipico giocatore NBA. Ed è facile capire perché: prima che fossimo compagni di squadra ad Atlanta, il ragazzo aveva giocato professionista in Francia, Turchia e Italia. Parla tre lingue! La madre di Thabo viene dalla Svizzera e suo padre dal Sud Africa. Vivevano insieme in Sud Africa prima della sua nascita, poi sono partiti a causa dell’apartheid.

 

Non mi ci è voluto molto per capire che Thabo era una delle persone più interessanti che avessi mai incontrato: il rispetto è reciproco, insieme stiamo bene e ci guardiamo le spalle.

 

Ad ogni modo,  la mattina in cui ho scoperto che Thabo era stato arrestato, volete sapere qual è stato il mio primo pensiero riguardo il mio amico e compagno di squadra? Il mio primo pensiero è stato: cosa stava facendo Thabo in un club durante un back-to-back ??

 

Già. Non come sta? Non cosa è successo durante l’arresto?  Non questa faccenda mi puzza, niente del genere. Prima di conoscere tutta la storia, e prima ancora di aver avuto la possibilità di parlare con Thabo… l’ho come incolpato.

 

Ho pensato beh, se fossi stato io nei panni di Thabo, fuori da un locale a tarda notte, la polizia non mi avrebbe arrestato. A meno che non stessi facendo qualcosa di sbagliato.

 

Rabbrividisco.

 

Non è stato un vero pensiero cosciente. È stato un riflesso, è stata la prima cosa che mi è venuta in mente.

Ed ero preoccupato per lui, senza dubbio.

Ma, di nuovo, rabbrividisco.

 

Pochi mesi dopo, una giuria scagionò Thabo da tutte le accuselui si costituì assieme alla Città contro l’uso della forza del NYPD verso di lui. E poi la storia è come… svanita. La notizia non era più interessante. Thabo ha fatto l’intervento e ha seguito la riabilitazione. Presto è iniziata un’altra stagione NBA e siamo tornati di nuovo in campo.

 

La vita andò avanti.

Ma non riuscivo ancora a levarmi di dosso quel disagio.

Voglio dire, non ero stato coinvolto nell’incidente, non ero nemmeno lì quando è accaduto. Allora perché sentivo di aver deluso il mio amico?

 

Perché sentivo di aver deluso me stesso?

——-

 

Qualche settimana fa è successo qualcosa in una partita casalinga dei Jazz che ha riportato a galla molte di quelle vecchie domande.

Forse l’avete visto: stavamo giocando contro i Thunder, Russell Westbrook e un fan nella folla si sono presi a parole durante la gara. In verità non ho né visto né sentito cosa sia successo, se la stavate seguendo in TV o su Twitter forse avete avuto le mie stesse prime impressioni. Poi, dopo la partita, uno dei nostri reporter mi ha chiesto un parere di quello che era successo tra Russ e il tifoso. Gli ho detto che non avevo visto e ho aggiunto qualcosa del tipo, sapete come è fatto Russ: gli piace battibeccare spesso col pubblico.

 

Naturalmente, la storia completa è uscita più tardi quella notte. Quello che in realtà è successo è che un fan aveva detto cose davvero brutte a Russ e lui aveva poi risposto. Dopo la partita, aveva detto di ritenere che quei commenti fossero razzisti.

L’incidente ha toccato un nervo scoperto della nostra squadra.

 

In un incontro a porte chiuse con il presidente del Jazz il giorno dopo, i miei compagni di squadra hanno condiviso storie di esperienze simili che avevano avuto – sul sentirsi degradati in modi che andavano ben oltre dei commenti accettabili. Un compagno ha parlato di come sua madre lo aveva chiamato subito dopo la partita, preoccupato per la sua sicurezza a Salt Lake City. Un altro compagno ha detto che quella notte gli è sembrato di essere “in uno zoo”. Uno dei ragazzi all’incontro era Thabo, ora siamo compagni qui nello Utah. Lo guardai e ricordai la sua notte a New York.

 

Tutti erano arrabbiati. Io ero arrabbiato e anche imbarazzato. Quel giorno però c’era un’altra emozione nella stanza, più difficile da riconoscere… Una sorta di delusione mista a stanchezza. I ragazzi ne avevano le tasche piene di tutto quello.

Non era la prima volta che partecipavano a discussioni sulla razza nelle loro carriere NBA, e non era la prima volta che dovevano affrontare le azioni odiose di altri. Una cosa importante che è stata portata a galla nell’incontro è che incidenti come questo non riguardano solo le persone direttamente coinvolte. Non si trattava solo di Russ e di qualche bocca larga. Era più di questo.

 

Si trattava di cosa significasse anche solo esistere, in questo momento,  come persona di colore in un ambiente prevalentemente bianco.

 

Si trattava del razzismo in America.

 

Prima della fine della riunione, mi sono unito alla richiesta della squadra per una risposta rapida e incisiva da parte dei Jazz alle nostre preoccupazioni. Io e i miei compagni lo vedevamo come un passo nella giusta direzione.

 

Ma non credo che nessuno si sentì soddisfatto.

——-

 

C’è un elefante nella stanza a cui ho pensato molto in queste ultime settimane. È il fatto che, dal punto di vista demografico, se proviamo ad essere onesti ho più cose in comune con i fan ad una partita qualunque della NBA che con i giocatori in campo.

E dopo gli eventi a Salt Lake City il mese scorso, e dopo averne discusso da allora, ho davvero iniziato a riconoscere il ruolo che questi “dati demografici” giocano nel mio privilegio. Posso essere amico di Thabo,  compagno di squadra di Ekpe, collega di Russ; posso lavorare con quei ragazzi. E sono al 100% al loro fianco.

 

Ma assomiglio all’altro tizio.

 

E che mi piaccia o meno sto cominciando a capire come questo significhi qualcosa.

Quello che sto realizzando è che non importa quanto appassionatamente mi impegni ad essere un di aiuto, e non importa quanto forte sia il mio supporto ai giocatori di colore di NBA e WNBA… Sono in questa discussione sempre dalla prospettiva privilegiata dello scegliere di entrarci. E significa che, da parte mia, potrei altrettanto facilmente uscirne. Ogni giorno, mi viene data questa scelta – o meglio mi è stato concesso questo privilegio – dato il colore della mia pelle.

In altre parole, posso dire ogni”cosa giusta” del mondo: posso esprimere la mia solidarietà con Russ dopo quello che è successo nello Utah, posso cambiare la mia posizione su ciò che è successo a Thabo a New York, posso essere quel tizio strano in Get Out che si vanta di come avrebbe votato per Obama un terzo mandato, posso condannare ogni disturbatore razzista che abbia mai visto.

Ma posso anche svanire nella folla, e la mia faccia può confondersi con i volti di quei ciarlatani, ogni volta che voglio.

 

Me ne rendo conto ora. E forse negli anni passati, anche solo rendersi conto di qualcosa mi sarebbe sembrato un progresso. Ma NON sono gli anni passati, è oggi. E so che devo fare di più. Quindi sto cercando di spingermi oltre.

Sto cercando di chiedermi cosa dovrei fare davvero.

 

Come posso – da uomo bianco, parte di questo problema sistemico – diventare parte della soluzione quando si tratta di razzismo sul mio posto di lavoro? Nella mia comunità? In questo paese?

Queste sono le domande che mi sono posto ultimamente.

E non penso di avere ancora tutte le risposte ma di certo ne ho trovate alcune che ritengo urgenti:

 

Devo continuare a istruirmi sulla storia del razzismo in America.

 

Devo ascoltare Lo dirò di nuovo perché è importante: devo ascoltare.

 

Devo sostenere i leader che vedono l’uguaglianza razziale come fondamentale, come qualcosa che è al centro di quasi tutti i principali problemi del nostro Paese oggi. E devo sostenere politiche che vanno in quella direzione.

 

Devo fare del mio meglio per riconoscere quando togliermi di mezzo per lasciare spazio alle voci dei gruppi emarginati che così spesso si perdono.

 

Di più?

 

So che, da uomo bianco, devo rendere responsabili i miei colleghi bianchi.

 

Dobbiamo tutti ritenerci responsabili.

E dobbiamo essere responsabili, punto. Non solo per le nostre azioni ma anche per il modo in cui le nostre mancanze possono creare uno spazio sicuro per comportamenti dannosi.

 

Penso che l’asticella, in questo momento delicato, sia più alta di quanto lo sia mai stata. Dobbiamo essere attivi. Dobbiamo sostenere attivamente le cause di coloro che sono stati emarginati proprio per il fatto che sono stati emarginati.

——-

 

Due concetti su cui ho riflettuto molto ultimamente sono colpa e responsabilità.

 

Quando si parla di razzismo in America, penso che colpa e responsabilità tendano ad essere considerate più o meno la stessa cosa, ma inizio a credere che ci sia una forte differenza.

 

Come bianchi, siamo colpevoli dei peccati dei nostri antenati? No, non la penso così.

 

Siamo responsabili per loro? Sì, credo che lo siamo.

 

E credo di averlo capito quando parliamo di soluzioni al razzismo sistemico: riforma della polizia, diversità sul posto di lavoro, azioni affermative, migliore accesso all’assistenza sanitaria, persino risarcimenti? Non si tratta di senso di colpa. Non si tratta di puntare il dito o dare la colpa.

Si tratta di responsabilità. Si tratta di capire che, quando abbiamo pronunciato la parola “uguaglianza”, per generazioni, ciò che intendiamo veramente era  l’uguaglianza per uno specifico gruppo di persone. Si tratta di comprendere che, quando abbiamo pronunciato la parola “disuguaglianza”, per generazioni, ciò che intendevamo veramente era  schiavitù e tutto ciò che ne è conseguito e che si sente ancora oggi. Si tratta di capire, a livello sostanziale, che neri e bianchi vivono in un’America differente. E che quelle differenze derivano da una brutta storia… non da una divario casuale.

E si tratta di capire che il Black Lives Matter e i movimenti come questo contano perchè… beh, diciamocelo: io probabilmente sarei stato al sicuro per strada quella notte a New York. Thabo no. Ed ero al sicuro sul campo quella sera nello Utah. Russell no.

——-

 

Ma per quanto sia vergognoso il dover occuparsi dei commenti razzisti nelle arene NBA nel 2019, la verità è che quel tipo di razzismo è il “più facile” da affrontare.

 

Perché almeno in quei casi, il razzismo è forte e chiaro. Non c’è ambiguità, non nell’atto stesso, e fortunatamente non nella risposta: buttiamo il tizio fuori dal palazzo e poi lo bandiamo a vita.

Ma in molti modi la forma più pericolosa di razzismo non è quella sguaiata e stupida. Non è quella evidente che “si annuncia” quando entra nell’arena. È del tipo silenzioso e sottile. Il tipo che quasi si nasconde in mezzo agli altri. È la persona che fa e dice tutte le cose “giuste” in pubblico: sono persone perfettamente amichevoli quando incontrano un tipo di colore, molto educati. Ma in privato? Beh… quasi sperano che la si smetta di andare sempre a finire sulla questione razziale..

È il tipo di razzismo che può sembrare quasi invisibile, che è uno dei motivi principali per cui gli è permesso di persistere.

 

E quindi, di nuovo, mettere al bando un ragazzo come il molestatore di Russ? Per me questa è la parte facile. Ma se davvero abbiamo intenzione di fare la differenza come Lega, come comunità e come nazione su questo tema… è come ho detto, credo ci si debba spingere oltre.

Innanzitutto, identificando quel comportamento meno visibile e meno lampante per quello che è: razzismo.

Successivamente denunciandolo, quel razzismo, attivamente e ad ogni livello.

Questo è il minimo indispensabile a cui dobbiamo arrivare se vogliamo considerare l’NBA, o qualsiasi altro posto di lavoro, come qualcosa di vicino a una parte della soluzione nel 2019.

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Finirò questa lettera tra un minuto, prima però ho un ultimo pensiero.

 

L’NBA ha oltre il 75% di giocatori di colore.

 

7-5-p-e-r-c-e-n-t-o.

 

La gente di colore ha reso grande questo campionato, lo ha fatto crescere. Le persone di colore hanno reso questo campionato quello che è oggi. Ciò che credo di voler dire è… possibile che non trovi modo nel tuo cuore di supportarli ora e intendo supportarli attivamente?

Davvero il meglio che puoi fare per la loro causa è “tollerarli” passivamente? E’questo lo standard su cui ci terremmo? Prima mischiarci e poi tirarci fuori?

 

Beh, non è abbastanza. Non ci va nemmeno vicino.

 

So di trovarmi in una strana posizione, come uno dei più riconosciuti giocatori bianchi della NBA. È una posizione che viene accompagnata da un sacco di… interessanti sfumature. Ed è una posizione che mi rende un simbolo di molte cose per molte persone – spesso persone che non sanno nulla di me. Di solito li ignoro, ma oggi non è “di solito”.

 

Oggi è il momento di tracciare una linea nella sabbia.

 

Credo che ciò che sta accadendo alle persone di colore in questo paese, nel 2019, sia sbagliato.

Il fatto che gli afroamericani abbiano cinque volte più probabilità di essere incarcerati rispetto ai bianchi è sbagliato. Il fatto che gli afroamericani abbiano più del doppio delle probabilità di vivere in povertà rispetto ai bianchi è sbagliato. Il fatto che i tassi di disoccupazione nera a livello nazionale siano il doppio rispetto ai tassi di disoccupazione globali è sbagliato. Il fatto che i tassi di incarcerazione dei neri per reati legati alla droga siano quasi sei volte superiori a livello nazionale rispetto quelli dei bianchi è sbagliato. Il fatto che gli americani neri possiedano circa un decimo della ricchezza degli americani bianchi è sbagliato.

Il fatto che la disuguaglianza sia creata in modo così profondo in così tante delle nostre più fidate istituzioni è sbagliato.

Credo che sia responsabilità di chiunque stia nella parte privilegiata fare in modo che le cose vadano nella giusta direzione.

 

Quindi, se non volete sapere nulla di me che non riguardi la pallacanestro perfetto, lo capisco. Ma se volete sapere qualcosa, sappiate che credo in questo.

 

Sappiatelo.

 

Se indossate la mia maglia a una partita… sappiatelo. Se intendete regalare la mia maglia a qualcun altro… sappiatelo. Se mi state seguendo sui social media… sappiatelo. Se venite alle partite dei Jazz e fate il tifo per me… sappiatelo.

 

E se stai usando il mio nome o il mio aspetto per perorare la tua stessa causa, in qualunque modo… sappilo.

Sappi che credo che tutto questo sia importante.

 

Grazie per aver letto questa lettera.

 

Per me è tempo di stare in silenzio e ascoltare.

Fonte: The Players' Tribune.

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