Joe Barry Carroll: torna a Milano il leggendario centro dell’Olimpia 1984-85

Joe Barry Carroll: torna a Milano il leggendario centro dell’Olimpia 1984-85

Carroll assisterà alla partita contro Avellino e verrà omaggiato dall’Olimpia nell’immediato prepartita

Un ospite di eccezione assisterà alla gara di domenica sera tra Olimpia Milano e Scandone Avellino: Joe Barry Carroll. JB ha giocato a Milano nella stagione 1984/85 in cui l’Olimpia vinse scudetto e Coppa Korac. Adesso ha 60 anni e vive ad Atlanta dove nel 1993, ritiratosi dalla NBA, ha fondato il Carroll Group, compagnia di consulenza economica. Adesso è anche autore, editore, filantropo. Carroll verrà omaggiato dall’Olimpia nell’immediato prepartita.

Carroll è stato un prodotto dall’università di Purdue, nell’Indiana, che nel suo ultimo anno di college aveva portato fino alle Final Four. E aveva abbastanza classe ed eleganza da essere scelto nel 1980 al numero 1 del draft NBA. I diritti appartenevano ai Boston Celtics, ma con una magata che sarebbe passata alla storia, il grande Red Auerbach cedette la scelta numero 1 ai Golden State Warriors in cambio di Robert Parish e della scelta numero 3 ovvero Kevin McHale. In un attimo mise assieme due terzi dei “Big Three” che a Boston avrebbero vinto tre titoli, il primo proprio l’anno successivo. Carroll invece iniziò una carriera NBA ricca di statistiche di alto livello, roba importante, ma pochissime vittorie e soprattutto lo stigma di essere stato il grande errore di Golden State.

In realtà le cose erano andate in modo diverso: i Warriors erano in difficoltà economiche, Robert Parish stava per entrare nel suo ultimo anno di contratto e il club capì che non avrebbe mai potuto permettersi il rinnovo. “A quei tempi il ruolo di centro era vitale, tutto nasceva da lì e noi stavamo per perdere il nostro. Così quando Boston ci offrì la possibilità di averlo tramite il draft la afferrammo al volo”, raccontò in seguito Al Attles, general manager dei Warriors. In pratica sostituirono Parish con Carroll e rinunciarono alla scelta numero 3 che i Celtics utilizzarono per prendere McHale. Se lo scambio non fosse stato consumato, Boston avrebbe scelto McHale al numero 1 come avrebbe svelato Auerbach più tardi. I Warriors ottennero anche la scelta numero 13: Rickey Brown. Uno degli scambi più significativi nella storia della NBA incluse due futuri giocatori dell’Olimpia.

Nel 1984, la trattativa per il rinnovo del contratto di Carroll a Golden State entrò in una fase di stallo. Per forzare la mano ai Warriors, minacciò di trasferirsi in Europa perché i regolamenti gli precludevano la possibilità di restare nella NBA cambiando squadra. Golden State andò a leggere il bluff e perse. L’anno prima di venire a Milano, Carroll aveva segnato 20.5 punti di media, 24.1 due anni prima. Al rientro in America, avrebbe prodotto due stagioni da 21.2 di media e ottenuto la convocazione per l’All-Star Game del 1987. Ma Carroll sbarcò a Milano, che in quel momento era il club più sensibile al fascino delle stelle americane. Fu un colpo sensazionale perché Carroll aveva solo 26 anni e costrinse Coach Dan Peterson ad una mossa senza precedenti: il taglio volontario di un giocatore. La scelta colpì Wally Walker.

La rinuncia a Walker, salvò la stagione di Russ Schoene, l’altro dei due americani permessi, e diede modo all’Olimpia di scoprire un campione. Dan Peterson ama ricordare che nel corso della sua prima stagione Schoene fu votato dalla Gazzetta dello Sport come il peggiore americano della Serie A1 e dodici mesi più tardi fu il migliore. Il suo ruolo naturale era quello di ala forte ma in un basket molto fisico e poco attento alle spaziature, il suo tiro da fuori gli consentì di giocare da ala piccola e creare mismatch. “Due anni, due scudetti, zero problemi. Ecco cos’ha fatto Schoene a Milano”, dice Peterson.

Il talento di Carroll era irreale per l’Italia. Contro Torino, in semifinale ad un certo punto mise nove tiri di fila improvvisando un clinic di movimenti in post basso, tiri dalla media, ganci spettacolari. Il suo arrivo costrinse Dino Meneghin a fare da gregario ma a Meneghin interessava solo vincere e sapeva che con Carroll l’avrebbe fatto. “Chiamai Dino spiegandogli che avrebbe dovuto cambiare ruolo e temevo la sua reazione. Dino non fece una piega: non era minimamente interessato alla gloria personale”, racconta Peterson.

“Quando crollò il Palazzone il più arrabbiato era Carroll – racconta Mike D’Antoni – Aveva una clausola in cui sarebbero scattati dei premi se la media spettatori avesse superato i 6.500 ma senza il Palazzone non sarebbe stato possibile. Secondo me quell’anno avremmo vinto anche con Walker, senza Carroll, ma lui fu un grande personaggio sicuramente e un campione”.

La finale scudetto contro Pesaro fu facile, un 2-0 secco con larga vittoria del titolo sull’Adriatico. Carroll regalò un orologio di lusso a tutti i compagni per ricordare la stagione meravigliosa di Milano che diventò la prima squadra a vincere lo scudetto senza mai perdere durante i playoff. Carroll segnò 643 punti in 25 partite, 24.9 di media, aggiungendovi 11.1 rimbalzi a partita. Probabilmente nessun giocatore NBA al top di una carriera da 705 partite a 17.7 di media (oltre che ai Warriors, ha giocato poi a Houston, Denver e Phoenix) è mai venuto in Italia (e forse in Europa) a 26 anni. Carroll lo fece e per 25 gare fu uno spettacolo indescrivibile.

Fonte: Ufficio Stampa Olimpia Milano.

Commenta