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Jalen Moore su The Players’ Tribune: La telefonata più difficile della mia vita

Moore racconta del suo sogno NBA sfumato, almeno per ora, a causa di attacchi di ansia

Ero a tre giorni di distanza dal mio sogno NBA e ho lasciato perdere.

Era lo scorso agosto, alcune settimane dopo la fine della Summer League. Avevo il mio contratto garantito con i Bucks e avevo prenotato il mio volo per Milwuakee. Ero nella mia miglior forma cestistica della mia vita.

Ero a tre giorni. Non sono mai stato così vicino.

Tre giorni prima avrei dovuto lasciare lo Utah e feci la chiamata telefonica più difficile della mia vita. Chiamai i Bucks. Li dissi che non mi sarei presentato e li spiegai il perché. Ora sono pronto a dirlo anche a voi.

La storia che vi voglio raccontare inizia a 30,000 piedi di altezza da qualche parte sopra le Rocky Mountains. Il nostro aereo – con tutta la squadra della Utah State University – stava precipitando. Ne ero sicuro.

Era un anno fa, il mio anno da senior. La squadra stipata in un aereo a elica si stava dirigendo a San Jose per una partita. Dopo circa 30 minuti il decollo, ebbi una strana sensazione. Iniziò una turbolenza e non ci lasciò mai in pace per tutto il viaggio. Ero sicuro che fossimo spacciati.

Guardate, non mi è mai piaciuto volare. Non l’ho mai detto a nessuno, ma era solo qualcosa che ho cercato di nascondere finché ho potuto. Credo che sia un qualcosa di sicurezza personale. Conosco tutte le statistiche – su come volare sia più sicuro che guidare e tutto il resto. Ma è proprio quello – la sensazione di perdita di controllo mi faceva sempre innervosire.

Comunque, tornando a quella sera, a quel volo, era solo questa piccola cosa che mi preoccupava. Mi misi gli auricolari, abbassai la testa ed aspettai che passasse. Pensai a quanto mi piacesse vedere posti nuovi e, naturalmente, sapevo che avevo bisogno di volare per giocare a basket.

Ma amico, quel volo per San Jose era diverso.

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Iniziò con dei colpi sordi. I nostri bagagli a mano andavano qua e là nel loro scomparto. Il mio stomaco faceva su e giù come l’aereo. Una hostess fece un annuncio: “Tenete su il vostro tavolino e non lasciate il vostro posto”. Stavamo precipitando, amico, nessun dubbio. Il rumore dei colpi sordi stava aumentando. Alzai il volume della musica nei miei auricolari. Il mio cuore stava battendo più forte della turbolenza, come se volesse uscire dal petto.

Stavo sudando, come se avessi una pistola carica puntata in faccia. Tenevo entrambe le mie gambe strette al seggiolino davanti a me e le mie mani erano aggrappate a entrambi i braccioli. Iniziai a parlare a me stesso, cercando di tranquillizzarmi.

L’aereo stava precipitando. Il mio corpo me lo stava dicendo, chiaro e forte: questa è la fine.

Ed ero certo che anche tutti gli altri su l’aereo si sentissero allo stesso modo. Invece no. L’unica parte del mio corpo che sentivo sicura di muovere era il collo, così ogni tanto lo giravo per controllare mio padre, che stava viaggiando con noi quella sera, e per guardare fuori dal finestrino. Ogni volta che controllavo mio padre, lui leggeva il suo libro… come se niente fosse. Come puoi leggere in un momento del genere? Tutto quel rumore, quella turbolenza… e la maggior parte dei miei compagni di squadra sembrava tranquilla – alcuni dormivano o parlavano, altri avevano gli auricolari. Perché nessun altro era terrorizzato?

Dopo circa un’ora di volo, annunciarono che stavamo atterrando a Reno per fare il pieno. Appena atterrati ero sinceramente felice di essere vivo, come se avessimo scampato un disastro. Andai dal nostro coach e dissi: “è stato il volo più pazzo di tutti i tempi, vero?” e ricordo che lui rispose: “Yeah, credo di sì, non è stato così male.” E poi scrollò le spalle.

Non volevo volare di nuovo quella sera, ma dovevamo. E ad essere onesto, non ricordo davvero quel secondo volo. Avevo ancora la musica nelle mie orecchie, ma non la stavo ascoltando. Arrivammo nel nostro hotel a San Jose intorno alle tre del mattino. Credo che lasciammo il nostro campus universitario alle sette la sera prima.

Sarebbe dovuto durare solo due ore il viaggio.

Ricordo che, sdraiato sul mio letto in hotel, non riuscivo minimamente a dormire. Ero esausto ma completamente sveglio, come se avessi fatto un test di quattro ore. Ero sdraiato ad occhi aperti con tutto il corpo che mi faceva male, guardavo il soffitto e pensavo la stessa cosa di continuo: “Ma che diavolo c’è che non va in te?”.

La mia famiglia uscì fuori di testa il giorno in cui firmai con i Bucks. Poche ore dopo la fine del Draft a giugno, il mio agente mi chiamò e disse che i Bucks volevano firmarmi come free agent. Praticamente stavo per andare a giocare in NBA. Tutti erano su di giri – dandomi pacche sulla schiena e chiamando tutti i nostri parenti. È stata la scena più felice di tutta la mia vita di cui sono stato testimone.

Ma non mi sentivo come avrei dovuto sentirmi in quel momento. Anche prima di riattaccare il telefono, notai che qualcosa non andava in me. Non riuscivo a sentire le punte delle dita. Il mio cuore batteva tanto forte che mi sembrava stesse per scoppiare. Era inquietante, ma stranamente familiare. Stava accadendo di nuovo. Era la stessa sensazione che avevo avuto su l’aereo quando pensavo che stessimo per precipitare. Solo che ora ero a terra. A casa mia. E potevo sentire che stavo per perdere il controllo.

Stavo per avere un attacco di panico. Ogni volta che provavo a fare un respiro e a tranquillizzarmi, andava peggio. Infine mi portò al punto in cui non riuscivo neanche a sentire quello che tutti intorno a me stavano dicendo. Era come un rumore bianco in sottofondo, e il suono della mia voce risuonava nella mia testa. In un primo momento le domande che mi facevano erano queste: Come riuscirai a farcela? Dove andrai a vivere? Quando partirai? E se tu non fossi bravo abbastanza?

E sarebbero continuate ad arrivare. Non avrei avuto nemmeno il tempo di pensare a risposte razionali – una domanda avrebbe condotto subito alla successiva. Questa incessante raffica di problemi avrebbe offuscato la mia mente fino a quando non sarei stato travolto e sopraffatto.

Finalmente le domande sarebbero terminate, il mio cuore avrebbe rallentato i battiti cardiaci e sarei stato in grado di riacquistare il mio autocontrollo. Però sarebbe stata sempre la stessa storia, domande senza risposte alla fine di tutto ciò. Quella che mi avrebbe perseguitato giorno e notte sia nei momenti di panico che nei momenti di tranquillità è la seguente.

Cosa c’è che non va? Dovrebbe essere il momento più bello della tua vita. La gente ucciderebbe per questa chance.

È anche solo difficile pensarci, sapete? Anche solo abituarmi all’idea che per così tanto tempo, anzi tutta la mia vita – tutte le scelte che ho preso, tutti i giorni che ho passato ad allenarmi, lavorando in palestra cosicché potessi raggiungere questo obiettivo… e poi finalmente ci arrivi ma non è come lo avevi immaginato. Non ti senti nel modo in cui dovresti sentirti.

Non sono mai stato bravo a condividere le mie sensazioni, anche quelle piccole quando ero un bambino. Così decisi di nascondere definitivamente questa cosa. Se solo fossi riuscito ad arrivare a Milwuakee, mi dissi, sarei riuscito a farcela.

Durante l’estate, le strane sensazioni diventavano più frequenti. Ma ancora non lo avevo detto a nessuno. Per la maggior parte del tempo ero a casa, a Logan, con i miei genitori e mio fratello, Grayson. Andai alla Summer League e andò abbastanza bene. Tornato a Logan, mi allenavo tutti i giorni e anche in questo casa andava bene. Però dal punto di vista mentale, stava andando sempre peggio. Stavo iniziando ad avere difficoltà a prendere sonno. La mia mente correva veloce quando ero sdraiato a letto, un groviglio di pensieri che si mescolava continuamente. Ero così profondamente immerso nei miei pensieri che pensavo che il mio cuore e la mia testa avrebbero mollato, prima o poi. Le punte delle mie dita si intorpidivano. E accadevano molti episodi di sudorazione eccessiva.

Qualche volta Grayson mi beccava con la testa tra le nuvole nel bel mezzo di un nostro discorso o mentre stavamo giocando ai videogame. Lui potrebbe benissimo dirvi quando questo succedeva perché iniziavo a roteare le dita e a fare facce pensierose. Mi diceva, Jalen, che stai facendo? A cosa stai pensando? Doveva letteralmente tirarmi fuori da quello stato di trance per accertarsi che stessi bene, ma in tutte queste cose non gli dissi mai cosa era che non andava.

Poi, un giorno questa estate, mi misi a sedere con il mio telefono in mano e digitai su Google la parola “ansia”. Ricordo quanto fosse imbarazzante anche solo scriverla. Infine lessi i sintomi. Spossatezza, sudorazione copiosa, frequenza cardiaca elevata, pensieri involontari. Controllai praticamente tutto. Erano le stesse cose che stavo avendo io.

Capire quale era il problema, in un primo momento, non aiutò. Per tutto il corso dell’estate stavo avendo attacchi di panico in qualsiasi luogo mi trovassi – poteva accadere mentre camminavo al centro commerciale, mentre mangiavo con i miei amici, ovunque insomma. Lo so che è imbarazzante dirlo, ma se avessi pensato troppo a me stesso, avrei perso la testa. Se avessi chiuso gli occhi e mi fossi detto “Come va Jalen?” … dopo neanche cinque minuti sarei dovuto tornare in camera a sdraiarmi a letto.

Doveva essere l’estate più bella della mia vita, quella prima della NBA. Le persone probabilmente mi vedevano come la star della squadra universitaria. Il ragazzo che stava per diventare un professionista. Questa estate, tutti si avvicinavano per salutarmi. Sapete, Logan è dove sono cresciuto e dove sono andato al college, per questo ovunque andassi mi riconoscevano. E tutti erano così carini con me: “Buona fortuna in NBA, Jalen!” … “Sei il migliore, Jalen!”

Dentro mi sentivo come se stessi nascondendo un segreto enorme.

Ricordo che, questa estate, guardandomi allo specchio ripetevo a me stesso: Sono Jalen Moore. Il prossimo anno sarò un giocatore NBA. Se proprio non deve succedere che sia per il mio ginocchio o per il suo tendine. Che sia fisico ecco. Non questo. Nessuno ha questi tipi di problemi.

Tre giorni prima del mio volo per Milwuakee, sapevo dentro di me che non potevo partire. Assolutamente no.

Ma non sapevo come fare a dirlo a tutti.

La cosa di cui ero più terrorizzato – più che comunicarlo ai Bucks – era spiegarlo ai miei genitori. Stavo per distruggerli. Camminai in su e in giù per la mia stanza per circa un’ora provando a pensare a cosa dire. I miei genitori – hanno lavorato duramente per permettermi di raggiungere ogni mio obiettivo. L’idea di dirli che non potevo partire dopo aver fatto così tanta strada mi ha dato ansia per molte settimane. Non volevo essere uno che molla. Negli sport, non vuoi mai essere uno che molla.

Andai al piano superiore di casa, quel giorno, e lasciai che tutto uscisse fuori, liberandomi da quel peso. Eravamo io, mio fratello, mia mamma e mio padre nella loro stanza da letto. Glielo dissi. Non ero pronto per giocare in NBA. Gli raccontai dei sintomi che avevo avuto su l’aereo, degli attacchi di panico avuti durante l’estate, del fatto che qualcosa non andava e che avevo bisogno di sistemare la cosa prima di farne qualsiasi altra. E piansi.

Con mia grande sorpresa, dissero che capivano. Ci siamo abbracciati per moltissimo tempo – un abbraccio di famiglia. Tutti stavano piangendo. Credo che sia stata la prima volta in cui mio padre si sia sentito come se non sapesse tutto su di me. Mi dissero che avrebbero fatto di tutto per cercare di aiutarmi. Erano tristi ma non per via della mia decisione. Erano dispiaciuti del fatto che non ero stato in grado di dirli cosa stavo passando fino a quel momento. Parlammo per ore nel corso dei giorni successivi. Onestamente, era proprio un sollievo l’averlo detto a qualcuno. Ero stato così nervoso prima di raccontarglielo. Ho sentito come se un enorme peso mi venisse rimosso da sopra le spalle.

In un certo senso, il modo in cui mio padre mi rispose fu quello più sorprendente e meraviglioso. Mio padre e suo fratello sono cresciuti in Mississippi. “Tempi difficili”, Mississippi, non so se mi spiego (si riferisce al fatto che in Mississippi, stato del sud degli States, abbia accusato in modo particolare la Grande Depressione del ‘29 e negli anni successivi fu uno degli stati più razzisti dell’intera America. Quindi non era facile per un afroamericano crescere e vivere lì in quegli anni). Ho sempre saputo che mio padre mi voleva bene, ma era una specie di quel tipo di amore un po’severo. Disciplina. E il suo modo di essere genitore ha giocato un ruolo importante nel mio sviluppo come atleta nel modo più positivo possibile. Però non comunicavamo proprio i nostri sentimenti con le parole. Quindi sì, sono sicuro che è stato difficile per lui buttare giù il fatto che la salute mentale di suo figlio era ciò che lo teneva lontano dalla NBA. Ma in fin dei conti, mi voleva bene. Tutta la mia famiglia mi voleva bene.

Alcuni giorni dopo averli detto i miei problemi, posso dire con tutta onestà che mi sentivo un po’meglio. Perlomeno la mia famiglia sapeva la verità. Ormai non dovevo più nascondermi nell’oscurità.

Per la maggior parte della mia vita, mi ero prefissato di raggiungere questo unico obiettivo: giocare come professionista a pallacanestro.

La verità è che il basket era – e, onestamente, lo è ancora – tutto per me. Non è che amo di meno la pallacanestro. Ho passato ogni giorno, per 22 anni, a lavorare per diventare un giocatore NBA. Quando ho iniziato, in un primo momento a soffrire di attacchi di ansia, li ho ignorati. Inconsciamente, sapevo che probabilmente essi erano un ostacolo per raggiungere il mio obiettivo.

Ma gli attacchi di ansia non passarono. Una settimana si trasformò in un mese, un mese in un anno. E ogni singolo giorno mi sentivo male. Per un’ora o due sul campo da gioco ero in grado di sfuggirgli, ma a volte anche mentre giocavo sentivo questa sensazione soffocante, come se avessi avuto una malattia non specificata che rendeva la mia vita un inferno e che mi corrodeva dall’interno.

C’è voluto molto tempo per tirare fuori il coraggio per dirlo alla mia famiglia, per sentirmi abbastanza uomo da ammettere ai miei genitori che avevo un problema di salute mentale e c’è voluto molto tempo per ammettere a me stesso di essere depresso.

Non volevo avere 22 anni ed essere depresso.

Al momento sono tornato nello Utah, sto ancora cercando di capire come stare meglio. In un primo momento provavo vergogna nel dover tornare a casa. Era come un… fallimento. Se andassi fuori con mio fratello, anche da Walmart o qualcosa del genere, resterei semplicemente seduto in macchina, troppo spaventato di essere visto in pubblico.

Ricordo che ero in macchina, non in grado fisicamente di uscirne.

Grayson mi lanciò uno sguardo.

Hai intenzione di venire.”

Sto bene qui.”

Fratello, a nessuno importa tranquillo.”

Non posso.”

Così va sempre da solo, ogni volta.

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Mi sembra assurdo, mentre lo scrivo, ma è la verità. Logan è ancora casa mia, ma ora casa significa evitare le persone con cui sono cresciuto e le loro domande sul perché non sia a Milwuakee. Se camminassi in pubblico, le persone riconoscerebbero la mia capigliatura afro da 100 yard (circa 109 metri).

Sarebbe bello poter dire che ogni giorno va sempre un po’meglio, ma non è così facile. Alcuni giorni sono più semplici. Altri più difficili. Parlo regolarmente con un terapista. Nel tempo libero lavoro con i bambini ai camp di basket e mi piace molto. Mi alleno quotidianamente in sala pesi e sul campo da gioco. Amo ancora la pallacanestro. Perché gioco ancora? Non ho intenzione di escludere niente.

Grazie per aver letto della mia esperienza personale. Non sono certo di avere un semplice trucchetto per voi che state leggendo e che state combattendo come me. Il consiglio che vi posso dare, se state passando dei brutti momenti, è quello di trovare qualcuno che tiene a voi e di raccontarli tutto. Ho notato che parlare di queste cose aiuta sempre e non abbiate paura di chiedere aiuto. La salute mentale è una cosa reale e può essere aiutata, non credo che il nostro paese ne parli abbastanza. Se hai problemi di salute mentale, non sei un pazzo, sei uno dei tanti e ogni singola battaglia può essere vinta! Dopo esser passato da questa cosa, credo che gli insuccessi e le esperienze spiacevoli ci rendano migliori. Non sono cose che possono essere affrontate da soli. Dobbiamo semplicemente parlarne. Non sono un qualcosa da nascondere.

Jalen

Fonte: The Players' Tribune.

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