I Minnesota Timberwolves e Jimmy Butler stanno mettendo su uno spettacolo imbarazzante

I Minnesota Timberwolves e Jimmy Butler stanno mettendo su uno spettacolo imbarazzante

La situazione tra la stella, che vuole andare via, e la dirigenza dei Timberwolves ha raggiunto degli apici di assurdità raramente visti in precedenza

La querelle andata in scena nelle ultime settimane tra Jimmy Butler e i Minnesota Timberwolves ha raggiunto nuovi apici di imbarazzo per la franchigia di Minneapolis negli ultimi giorni. Il tutto è esploso Mercoledì, quando Butler è tornato ad allenarsi con i compagni dopo settimane di lavoro personale lontano dal resto della squadra. Butler si è presentato in ritardo, ha giocato lo scrimmage scegliendo di stare con le riserve e subito dopo è andato in onda il ‘Jimmy Butler Show’. L’ex giocatore dei Bulls, come riportato da diversi media americani, ha scaricato tutta la sua frustrazione sui compagni di squadra, sullo staff tecnico e sulla dirigenza. Ad ogni canestro segnato, Butler sfidava sempre di più i compagni, soprattutto le altre due ‘stelle’della squadra, Andrew Wiggins e Karl-Anthony Towns, e i dirigenti presenti. Il giocatore, come da lui stesso confermato in una intervista con Rachel Nichols di ESPN, ha più volte puntato il dito contro il GM Scott Layden, dicendo che la squadra non può andare da nessuna parte senza di lui, e ha sfidato verbalmente Towns durante lo scrimmage, prendendolo in marcatura per tutto il tempo e facendo trash talking per tutta la durata dell’allenamento. Il tutto, poi, si è concluso con Butler che lasciava il campo, sempre avendo parole non esattamente di miele per chiunque gli stesse intorno, e andava a rilasciare un’intervista in esclusiva a Rachel Nichols per esprimere tutti i suoi sentimenti sulla vicenda.

Se questo fosse un romanzo, tutto quello che abbiamo appena raccontato sarebbe sicuramente molto coinvolgente e avvincente, ma visto che stiamo parlando di una squadra professionistica, l’intero quadretto è quantomeno desolante. Ma cerchiamo di analizzare la situazione un po’più in profondità, indagando i comportamenti delle singole parti in causa, partendo proprio dal protagonista principale.

Jimmy Butler

Nel corso dell’intervista rivelatrice con Rachel Nichols, Jimmy Butler ha fatto capire che la sua volontà di lasciare i Timberwolves non risale certo a qualche settimana fa. Il giocatore, infatti, ha dichiarato che già quattro giorni dopo la fine della scorsa stagione aveva parlato con la dirigenza dei Timberwolves, esprimendo tutti i suoi dubbi sul suo futuro a Minneapolis e facendo ampiamente capire di voler cambiare aria. Questa volontà sarebbe stata, poi, confermata diverse altre volte nel corso della offseason ma i Timberwolves hanno continuato a fare orecchie da mercante, ignorando le richieste di Butler e non prendendo seriamente in considerazione l’ipotesi di cederlo. Poi, qualche settimana fa, la situazione è completamente esplosa, con l’entourage di Butler e lo stesso giocatore che hanno iniziato a fare trapelare le informazioni alla stampa, mettendo Minnesota con le spalle al muro. Il giocatore si è allontanato sempre di più dal resto della squadra, rientrando solo ed esclusivamente per il suo tornaconto. Perchè lo spettacolo messo su durante l’allenamento di Mercoledì è stato palesemente orchestrato dal giocatore e dal suo entourage, che già nel corso dell’allenamento facevano trapelare dichiarazioni ai vari Adrian Wojnarowski, Shams Charania e Jon Krawczynski. Non a caso, infatti, la troupe di Rachel Nichols è stata avvisata poche ore prima dell’allenamento che Butler era pronto a parlare e a rilasciarle un’intervista in esclusiva dopo le settimane di silenzio. Il tutto è stato montato ad arte per far passare Butler come la vittima della situazione, un giocatore frustrato dalla mancanza di condivisione della sua voglia di vincere e la cui volontà di lasciare la squadra non è mai stata presa davvero sul serio. Intendiamoci, le motivazioni che spingono Butler a lasciare i Timberwolves sono anche legittime. C’è innanzitutto un discorso di mentalità e di organizzazione, secondo Butler, semplicemente, i Timberwolves come franchigia non sono organizzati nel modo giusto per vincere e da questo punto di vista è difficile dargli torto, per anni i Timberwolves non sono stati esattamente una franchigia modello per chi voleva raggiungere il successo, anzi, sono stati spesso etichettati come un esempio da non seguire per chi vuole fare le come si deve in NBA. Poi, ovviamente, c’è il discorso economico. Butler voleva che Minnesota gli proponesse una rinegoziazione del contratto con estensione, opzione assolutamente possibile per un giocatore come lui con un solo anno di contratto rimanente. Quella soluzione, inoltre, avrebbe permesso a Butler di guadagnare delle cifre maggiori. Ma i Timberwolves, dal canto loro, non hanno mai seriamente pensato all’ipotesi della rinegoziazione con estensione, offrendo a Butler una ‘semplice’estensione contrattuale, rifiutata dal giocatore, che potrebbe arrivare a guadagnare molto di più nella prossima free agency. Minnesota, infatti, durante la off-season, ha dovuto lavorare anche sull’estensione contrattuale di Karl-Anthony Towns e proprio per questo motivo non hanno mai davvero considerato altre soluzioni che potessero portare via troppo cap space. E infine, ovviamente, c’è la legittima ambizione di andare in un contesto dove possa trovare maggiori chances di vincere a stretto giro di posta. Butler, infatti, fin dal suo primo giorno ai Timberwolves non ha mai ritenuto all’altezza il supporting cast che lo circondava e in particolar modo ha sempre ritenuto che Andrew Wiggins e Karl-Anthony Towns, nonostante il loro talento, non siano ‘duri’abbastanza per portare la squadra ad alti livelli.

Quello che Butler, però, ha fatto fatica a comprendere è che sono stati anche i suoi comportamenti ad alienare il resto dell’ambiente. Riempirsi la bocca di leadership per poi andare a cercare ‘compresione’dalla stampa, inscenando quel teatrino messo su in allenamento con successivo meeting tra giocatori il giorno successivo, non lo fa apparire esattamente come quello senza colpa della vicenda. Leadership non vuol dire certamente urlare ai compagni che non sono in grado di fare nulla senza di lui, leadership è comprendere chi si ha di fronte e spronarlo a dare il meglio, comprendendo anche le sue debolezze. L’atteggiamento mostrato da Butler, soprattutto nelle ultime settimane, non ha nulla a che vedere con la leadership semmai con l’arroganza e con l’egocentrismo, due elementi del carattere di Butler che non vengono certamente fuori solo adesso, visto che già ai tempi di Bulls non mancavano questi aspetti. Butler, per questi Timberwolves, non è mai stato un leader ma un elemento da sopportare necessariamente per cercare di alzare il livello. Anzichè aiutare Wiggins, Towns e il resto dell’ambiente a crescere, Butler non ha fatto altro che evidenziare la loro presunta inadeguatezza rispetto a lui.

Tom Thibodeau

L’uomo sbagliato nel posto sbagliatissimo. Le azioni di Thibodeau durante questa offseason sono, sostanzialmente, quelle di un uomo che vuole farsi licenziare. Ha ignorato le richieste di Butler, cercando di temporeggiare nella speranza di poter ricucire un rapporto che, a meno di clamorosi stravolgimenti, è totalmente irrecuperabile. Le sue tensioni con il proprietario Glen Taylor sono ormai all’ordine del giorno e agendo anche da presidente esecutivo della franchigia si sta attirando le antipatie di molte squadre NBA, non prendendo mai davvero sul serio le proposte che arrivano dalle altre squadre o cambiando le carte in tavola all’ultimo momento. Come riportato da Jorge Sedano di ESPN, infatti, qualche giorno fa Timberwolves e Heat avevano finalmente trovato un accordo per l’arrivo di Jimmy Butler in Florida. Le due parti avevano raggiunto un accordo che avrebbe previsto l’arrivo di Butler a Miami con Josh Richardson, Dion Waiters e una prima scelta protetta che sarebbero finiti ai Timberwolves. Riley e Thibodeau avevano già dato l’ok e le due franchigie si stavano già iniziando a scambiare i report medici dei giocatori coinvolti nello scambio, un segnale che in nba significa universalmente che l’affare è fatto. Peccato che, pochi minuti dopo lo scambio dei report medici, Thibodeau abbia cambiato idea, chiamando gli Heat e chiedendo altre scelte future per completare la trade. A quel punto Thibodeau ha fatto infuriare talmente tanto Pat Riley che il presidente degli Heat lo ha letteralmente mandato a quel paese per via telefonica, attaccandogli il telefono in faccia. Con questo tipo di atteggiamento, Thibodeau ha fatto infuriare Butler, il proprietario Glen Taylor e anche buona parte dei giocatori, che fanno fatica a capire il perchè di questa telenovela. Un pò come Butler, Thibodeau ha quasi del tutto alienato l’ambiente attorno a sè con atteggiamenti ai limiti dell’autolesionismo. In molti, fin dal suo arrivo ai Timberwolves, erano scettici che potesse essere l’uomo giusto per far crescere un gruppo come quello dei Timberwolves, che aveva bisogno di un coach più ‘comprensivo’e capace di venire incontro alle necessità di giocatori come Towns e Wiggins, che, per motivi caratteriali, non sono necessariamente dei ragazzi che reagiscono in modo positivo se gli si urla addosso per il 90% del tempo. Dal suo arrivo ai Timberwolves, inoltre, Thibodeau ha fatto una fatica enorme ad instillare nel gruppo i suoi principi di gioco di base, con un sistema difensivo, grande specialità di Thibodeau, che ha sempre latitato e un attacco che, soprattutto questa stagione, era troppo dipendendente dalla presenza di Butler, tanto che la squadra ha seriamente rischiato di non arrivare ai playoffs una volta che Butler è rimasto fuori per infortunio. Wiggins, che la scorsa estate ha firmato un rinnovo quinquennale da 148 mln di dollari, sembra continuare a fare passi indietro piuttosto che in avanti sotto la guida di Thibodeau. La sua selezione di tiro in attacco continua ad essere piuttosto rivedibile e con l’arrivo di Butler il canadese è stato tra quelli più penalizzati, risultando decisamente meno efficace rispetto alla prima stagione sotto Thibodeau. Indipendentemente da come si chiuderà la querelle Butler, i giorni di Thibodeau ai Timberwolves sembrano contati, visto che anche la maggioranza dei tifosi chiede il suo licenziamento da mesi. Se qualcuno aveva ancora bisogno di una prova che dare le chiavi del front office in mano ad un allenatore sia una pessima idea, il lavoro svolto da Thibodeau finora dovrebbe essere sufficiente a mettere definitivamente in soffitta l’idea dell’allenatore-presidente.

Minnesota Timberwolves

Da questa vicenda, ovviamente, ne esce con le ossa rotte tutta la franchigia dei Timberwolves. L’owner Glen Taylor si è pentito piuttosto in fretta di aver dato il pieno controllo del front office a Thibodeau e ai suoi uomini, e adesso si trova nell’imbarazzante situazione di dover agire dietro alle spalle del suo allenatore per far si che Butler possa, finalmente, essere ceduto. Taylor, infatti, non vuole che questa storia si protragga ancora a lungo, visto che già sta influendo in modo evidente sullo spogliatoio e aveva già lasciato diversi segni nel corso dell’ultima stagione, quando i rapporti tra Butler e il resto della squadra si sono già iniziati ad incrinare. Limiti caratteriali a parte, giocatori come Wiggins e Towns rappresentano il presente e il futuro di questa franchigia e continuare a farli convivere con l’ego di Butler e Thibodeau è diventato pressochè impossibile. Lo stesso Towns, nella giornata di oggi, si è rifiutato di rispondere ad ogni domanda su Butler, sviando completamente l’argomento e rispondendo allo stesso modo ogni volta: ‘Sono davvero contento di giocare contro Milwaukee stasera’. L’intera franchigia ha fatto una fatica tremenda a contenere tutta questa situazione, i leak (le rivelazioni alla stampa) sono usciti da tutte le parti, e dopo l’allenamento di Mercoledì e l’exploit di Butler, la franchigia ha addirittura annullato l’allenamento del giorno dopo per evitare che i giornalisti potessero fare domande ai giocatori. Una situazione ai limiti dell’imbarazzante. L’idea che Butler possa ancora far parte del roster dei Timberwolves all’inizio della regular season rappresenterebbe l’ennesimo suicidio di una franchigia che, storicamente, sembra quasi gioire nel farsi male da sola. Glen Taylor deve prendere le redini della situazione in mano e cercare di contenere i danni. A questo punto non c’è più granchè da salvare ma riuscire ad evitare che l’imminente stagione si trasformi in una specie di reality show sarebbe già un discreto successo. Tenere un giocatore controvoglia non ha nessun senso, in nessuno sport. Ne ha ancora meno quando quel giocatore è in scadenza di contratto e dunque ogni giorno senza una sua cessione diminuisce sempre di più il potere contrattuale della franchigia in fase di trade. Ne ha infinitamente di meno quando quel giocatore non ha nessuna intenzione di ricucire il rapporto e, anzi, sta facendo di tutto per farsi odiare dal resto della squadra. Bisogna semplicemente accettare il fatto che l’esperimento Butler è fallito e andare avanti, cercando di ottenere il possibile dalla sua cessione. Subito dopo, invece, bisognerebbe capire che anche l’esperimento Thibodeau non ha portato i risultati sperati. Muoversi in una diversa direzione tecnica è un must ma se tutto ciò accadrà o meno, lo potrà decidere solo Glen Taylor.

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