I giorni finali della lotta per salvare i Seattle SuperSonics

La gente di Seattle credeva che se avessero davvero voluto – lottando ovviamente – avrebbero trovato un modo per trattenere la franchigia in città

La gente di Seattle credeva che se avessero davvero voluto – lottando ovviamente – avrebbero trovato un modo per trattenere la franchigia in città.

Jeremy Repanich – ai tempi dipendente dei SuperSonics – affermò che questa era stata la sensazione più diffusa, anche tra i membri della società stessa, dopo il passaggio di proprietà avvenuto nel 2006.

“Penso che il messaggio interno sia stato: “Restiamo, diremo alla gente che resteremo e che stiamo lavorando per costruire una nuova arena”, dichiarò  Repanich. “Quello era il messaggio che proveniva dai vertici ed erano in molti a credere a quelle parole”.

Ma non tutti si lasciarono subito abbindolare dalle parole di Bennett, difatti molti ritenevano come credibile la prospettiva in cui il neoproprietario stesse tramando le fila per trasferire la franchigia in Oklahoma. La verità è che molti fan, in poche ore, passarono da uno stato di fiducia e tranquillità legato alla convinzione che i Sonics sarebbero rimasti in città, a un sentimento di rassegnazione e consapevolezza che di li a poco Seattle non avrebbe più avuto una franchigia NBA.

Un appiglio contro tale possibilità era rappresentato dalla presenza di una particolare clausola nel contratto di acquisizione della franchigia, la clausola “Good faith, best efforts.”. Per un anno, i nuovi proprietari avrebbero dovuto provare – per davvero si intende – a concludere un accordo con la municipalità per la costruzione di una nuova arena a Seatlle. E se avessero raggiunto tale accordo, la franchigia avrebbe dovuto rimanere gioco forza in città.

Perfino Berry Tramel, editorialista sportivo di Oklahoma, pensava che ciò potesse accadere.

“Credo davvero che Clay non fosse del tutto convinto che avrebbe potuto portare qui i Sonics”, racconta Tramel. “In effetti, mi aveva già confidato più volte quale sarebbe stato il suo piano se avesse raggiunto un accordo. Sarebbe stato molto felice a Seattle, convinto com’era che la franchigia sarebbe rifiorita. E, a proposito della città, credeva che Seattle fosse una città incredibile.”

Probabilmente Bennett avrebbe smentito tale parole, vendendo la franchigia a qualcun altro – ricavandone un buon profitto – per poi tornare in Oklahoma puntando ad ottenere una squadra d’espansione dalla Lega per la sua città. Se il governo locale avesse voluto fare qualcosa per Seattle, forse ciò sarebbe davvero successo. Le persone che volevano che i Sonics restassero avrebbero dovuto solo continuare a lavorare e continuare a far sembrare Seattle più attraente – cosa che effettivamente è – di Oklahoma City. Dovevano solo guadagnare tempo. E se fossero stato in grado di assicurare la permanenza della franchigia sino alla fine del contratto di locazione nel 2010, avrebbero potuto poi trovare una soluzione a lungo termine.

Ma nel giro di pochi mesi, quella possibilità divenne molto, molto più difficile e lontana.

A novembre, a Seattle si votò l’Iniziativa 91, una misura che avrebbe limitato la quantità di denaro pubblico destinata o disponibile alla costruzione di arene sportive.

Save Our Sonics fece pressioni contro tale emendamento. Il gruppo di Chris Van Dyk, Citizens for More Important Things, appoggiava, dal canto suo, l’iniziativa 91.

“L’Iniziativa 91 affermava che se il denaro pubblico viene investito per la costruzione di un impianto sportivo, il “pubblico” merita un equo ritorno da tale investimento “, affermò Van Dyk. “E non abbiamo dovuto investire molti soldi per sostenere la nostra campagna perché poiché eravamo consci che non era necessario.”

Sapevano che sarebbe passata. E infatti lo fece con il 74 percento di voti a favore. Bennett e i nuovi proprietari dei Sonics avevano appena accennato una lotta contro tale iniziativa.

“Non avevano imbastito alcun tipo di campagna”, disse Van Dyk. “Volevano solo che gli elettori avessero la loro voce”.

È difficile sapere cosa provasse Bennett in quel momento. Forse voleva che la misura – a sfavore dell’intervento pubblico nella costruzione di impianti sportivi – fallisse, in modo da poter fare qualcosa lui in prima persona. Oppure, era felice di veder passare la legge in modo così da poter abbandonare – portando con sé la franchigia – la città. Ma in entrambi i casi, ciò chiarì un punto: la città di Seattle non voleva pagare per un nuovo impianto sportivo.

Che fosse per l’ex proprietario Howard Schultz o per Bennett, Seattle non voleva fare per i Sonics ciò che aveva fatto in precedenza per le altre franchigie professionistiche presenti in città. Economicamente, questa fu probabilmente una decisione saggia. Ma, sostanzialmente, spianò la strada all’abbandono della città da parte dei Sonics.

Van Dyk ricorda di aver parlato con la vecchia nemesi di David Stern, Frank Chopp, membro della casa dei rappresentati dello stato di Washington, il quale vide tutto ciò come un’enorme vittoria.

“Ora questo problema finalmente sparirà”, affermò Van Dyk. “Gli elettori della città di Seattle hanno parlato in modo definitivo, certo.”

Gli elettori avevano parlato, è vero. Ma per le persone che adoravano i Sonics, il loro messaggio era un boccone amaro e difficile da digerire.

“È frustrante perché in realtà abbiamo sentito un consigliere dire ai fan dei Sonics di metabolizzare l’accaduto”, affermò Janna Ford, assistente esecutivo al tempo dei Sonics. “Voglio dire, superarlo? Mi stai prendendo in giro?”

Tuttavia, ciò non rappresentò la pietra tombale sulle speranze di permanenza dei Sonics a Seattle. Vi erano altre opzioni di finanziamento che potevano favorire la permanenza della squadra in città. Il movimento Save Our Sonics di Brian Robinson stava guadagnando consenso. E più le cose andavano male, più il gruppo attirava attenzione, seguaci e passione.

“Crescevamo molto rapidamente”, racconta Brian Robinson. “Abbiamo iniziato ad avere incontri regolari. Abbiamo messo su insieme una struttura ben organizzata senza mai fermarci nemmeno per un momento.”

Brian venne coinvolto appieno in tutta la questione passando così dall’essere un semplice fan a diventare capo di un movimento cittadino.

“Dal punto di vista persona fu tutto bizzarro”, racconta. “Improvvisamente iniziai ad avere i ragazzi di Sonicsgate che mi seguivano per girare un film. Cioè, una troupe cinematografica che mi seguiva agli eventi e il governatore mi chiamava costantemente. E, al culmine del movimento, registravo dalle 5 alle 10 interviste di media a settimana. Era tutto così grande, speciale ed esagerato. Era come se stessi seguendo una specie di effetto a effetto palla di neve. Tutto continuava a succedere.”

Sai quanto piace alla gente parlare del fatto che lo sport unisce le persone? Vai in una città, trova un’arena o un bar dello sport e vedrai persone di diversa estrazione culturale ed economica sedersi insieme, avere una passione, un terreno comune. Lo sport fa ciò. Ma sai cos’altro unisce le persone? Le Crisi. Quindi, quando combini questi due elementi, inizi a ottenere qualcosa di davvero notevole.

“C’è qualcosa di veramente speciale nella community di fan in giro per la NBA”, affermò Robinson. “Speculatori di investimenti e predicatori battisti che si abbracciano in una protesta da Home Depot. Ecco ciò che amo dello sport. Ed è strano che uno dei più grandi fallimenti della mia vita sia stato contemporaneamente anche il più educativo, il più divertente e gratificante.”

Tutto ciò iniziò nella tarda estate-inizio autunno del 2006. Non appena la stagione iniziò, Clay Bennett dichiarò di come si stesse impegnando per risolvere la situazione. La squadra andava male e di certo non avrebbero dato vita ad una stagione dei miracoli come i Mariners del 1995, cosa che obiettivamente può aiutare ad avvicinare tifosi e opinione pubblica. Ma Bennett stava ancora cercando di convincere la gente di Seattle della sua buona fede, invitando, tra l’altro, anche Robinson nella sua suite per assistere ad un match casalingo dei Sonics.

Passarono alcuni mesi e, all’inizio del 2007, Bennett annunciò di aver trovato una soluzione. I Sonics avrebbero avuto una nuova arena. Non a Seattle, ma giù nel sobborgo di Renton. A circa 15 miglia di distanza.

“Portarono tutti a Renton, il sito che pensavano avrebbero utilizzato per la costruzione, e organizzarono una piccola festa di celebrazione”, affermò Ford.

Ma, onestamente, quella di Renton non sembrò mai una vera opzione.

“Si trattava di una location terribile”, racconta Ford. “Non credo che nessuno pensasse realmente che avrebbero potuto mai ottenere un qualsiasi tipo di finanziamento pubblico per una costruzione a Renton.”

Nel frattempo, la città di Renton condusse, di suo conto, uno studio per verificare l’attuabilità del progetto ma, sfortunatamente, lo studio portò alla luce come né la contea, né lo stato avrebbero beneficiato di quell’arena. Successivamente, il legislatore statale rifiutò categoricamente di concedere denaro pubblico alla costruzione della suddetta arena.

Ma ricordate le condizioni della vendita? Il gruppo Bennett aveva l’obbligo di dover mostrare “good faith, best efforts” per trovare un’area dove costruire la nuova arena a Seattle. La convinzione più diffusa a Seattle è che il progetto Renton fosse solo un modo per soddisfare la sopracitata clausola.

Così, perlomeno, è come vede la situazione Steve Kelley, editorialista del Seattle Times.

“Tutto ciò che riguarda l’arena falsa, il prezzo falso e il progetto Renton è stata una finzione totale”, affermò. “E la gente a Seattle ne era consapevole. Nessuno ha mai accettato ciò.”

E così, il tempo trascorreva e parte della speranza stava svanendo. Non per tutti o definitivamente. Ma stava diventando sempre più chiaro che Seattle stava esaurendo le ultime opzioni rimaste.

Traduzione a cura di Alberto Alioto

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Fonte: The Ringer.

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