How The NBA Got His Handles (Parte 2)

How The NBA Got His Handles (Parte 2)

La traduzione dello speciale di Leo Sepkowitz per Bleacher Report sull'evoluzione del gioco per merito dello Street Ball.

 

(Segue)

Nel 1998 l’NBA stava entrando in un periodo di transizione. Michael Jordan aveva appena completato il Three-Peat per la seconda volta sconfiggendo i Jazz, la quintessenza del basket controllato e senza fronzoli. John Stockton era una specie di antitesi del basket delle Mixtape. Nel frattempo, Allen Iverson, allora al secondo anno con i Sixers, stava ribaltando la tradizione più rigida, esibendo ciò che Thomas Beller del New Yorker ha recentemente descritto come “l’apoteosi dello stile street ball a livello NBA”.

 

Quella offseason fu pazzesca: a giugno, Vince Carter (scelta numero 5) e Williams (scelta numero 7) furono draftati al primo giro. Alston fu scelto con la 39. In agosto la prima AND1 Mixtape con lui protagonista vide la luce. Nel gennaio 1999 Jordan annunciò il ritiro. Nel frattempo la Lega era in sciopero, non ci sarebbe stato basket nba fino a febbraio 1999 (e niente MJ fino al 2001). Una finestra aperta per AND1. “Il tempismo fu perfetto”, dice Alston.

E non valeva solo per il basket, qualcosa stava sobbollendo nella TV americana in generale: i reality divennero popolarissimi, pensate a The Real World Survivor o American Idol, e AND1, che a suo modo si stava imponendo come immagine del basket “autentico”, sembrava fatta su misura per quel tipo di TV. Il Tour iniziò nel 2001 e l’anno dopo ESPN ci costruì attorno uno show chiamato Street Ball (nel 2001 EA Sports pubblicò anche un videogioco chiamato nba Street). Le telecamere seguivano la squadra di AND1 di città in città per filmare non solo la partita ma anche il loro modo di fare fuori dal campo. “Di sicuro avranno dovuto modificare o tagliare qualche spezzone ma il materiale era autentico, mostrava ciò che eravamo”.

AO ricorda quando il Tour si fermò a Wake Forest e uno studente di nome Chris Paul andò a vederli giocare. Lunghi come Ed Davis e guardie come Shabazz Napier e Monte Morris assistettero al tour. Morris, oggi uno dei giocatori nba con la miglior assist/turnover ratio, rende merito a quei giocatori per il suo hesi dribble. Main Event ricorda LeBron James che prima di una partita dei Cavs di metà anni 2000 lo riconosce tra il pubblico e lo va a salutare… “Se mi ha riconosciuto è perché ha guardato le cassette”.

Nel 2012 Curry chiedeva a Grayson Boucher, aka The Professor, di poter fare una foto insieme; non troppo tempo fa, in un casinò di Las Vegas, Alston incrociò un suo grande fan, Damian Lillard. “Mi disse entusiasta ‘ciao mitico, come te la passi?’E intendiamoci, se per lui ero un mito non era di sicuro per i 20 di media che facevo in NBA, ok? Era per lo street ball e la AND1 Mixtape”.

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Per quanto i giocatori rispettassero il mondo AND1, dallo stile di gioco alla personalità, molti coach la pensavano diversamente. “Quando sono diventato famoso, gli allenatori non permettevano quel gioco o lo chiamavano “palla spazzatura”, dicevano “Oh, quella roba da strada non va bene”, dice Alston. “Siamo cresciuti giocando al playground e in palestra, abbiamo giocato con così tanto talento  e passione. Penso che gli allenatori abbiano avuto difficoltà provando a fondere i due stili, cercando di incorporare i fondamentali per assicurarsi che questi giovani facessero cose buone mantenendo il talento che Dio ha donato loro”.

Il primo coach di Alston quando entrò nella Lega nel ’98 fu George Karl. “Alston aveva quello stile… da playground, mettiamola così” dice, “di sicuro aveva delle mosse niente male”.

All’inizio della carriera Alston era riserva di Sam Cassell, un playmaker più rispettato e  bilanciato. Alston e Karl svilupparno un rapporto di amore e odio, per usare le parole del coach. Karl aveva appena finito un’esperienza di sei anni a Seattle con i SuperSonics che avevano raggiunto le finals grazie anche all’eccellenza del playmaker Gary Payton. Alston però, pur essendo stato forgiato nei playground come Payton (uno nel Queen, l’altro a Oakland) aveva uno stile di gioco diversissimo da lui.

 

“Giocava moltissimo con la palla” dice Karl, “era un problema ma mi sforzavo di capire che Rafer era giovane, fresco, forse un po’troppo da playground. Il gioco allora non tendeva in quella direzione come oggi, c’erano molti set preparati, il playmaker era una sorta di doppione del coach piuttosto che un giocatore di talento come oggi”.

In quella versione della NBA, diversi giocatori della AND1 ebbero difficoltà ad emergere. “Quando arrivai io era quasi una politica aziendale, se eri uno street baller non eri fatto per la Lega” dice Boucher che si unì a AND1 nel 2003. Boucher giocò brevemente nella Continental Basketball Association, una sorta di precorritrice non ufficiale della G-League. “Di me dicevano: ‘è più di una novità, è lo streetball’“.

 

Parte del problema era la percezione di cosa i giocatori AND1 fossero in grado di fare veramente rispetto a quello che stavano facendo. “Le persone etichettavano il tutto come ‘roba da Globetrotters’ma non lo era” afferma Owens. “In una partita della AND1 da 40 minuti potevi vederne 5 o 6 di giocate che poi finivano nella Mixtape, la maggior parte era una cosa di più simile alla NBA”.

 

Owens è stato All-American di Div. II a Henderson State e giocò in seguito nella allora D-League dove vinse il titolo. A volte sospettava di essere giudicato solo per il suo passato nei playground. Durante una selezione nba un coach disse “cosa ci fa qui un giocatore di street ball?”. Per Owens però la transizione dal gioco di strada a quello dei pro fu semplice. “Non dovevo sforzarmi di trovare un nuovo equilibrio: se dovevo giocare una partita AND1 era un conto, una gara di D-League era basket vero. Ma se mi capitava uno spiraglio e il mio istinto mi suggeriva di farla passare tra le gambe dell’avversario lo facevo… poteva perfino essere l’unico modo di superarlo senza perdere palla” dice, “non dovevo calmarmi e pensare di non fare cose stupide, era solo pallacanestro”.

 

È lo stesso modo in cui in cui vedeva le cose Jason Williams. Williams, che arrivò in nba come prospetto pubblicizzatissimo di point guard, era a suo agio nel mostrare lampi di basket da strada. Non vedeva il suo stile come una novità, nemmeno il suo famoso elbow pass: “A volte passarla dietro la schiena era più facile di un classico passaggio al petto, non lo facevo per ‘giocare apposta a street ball’, lo facevo perché era la mia pallacanestro. Guardavo quelle cassette da ragazzino e le amavo ma non ho modellato il mio gioco così, facevo solo le cose a modo mio”.

Oggi, a otto anni dal ritiro, Williams è stupito da quanto sia cambiata la Lega. “Ai miei tempi i giocatori mandavano ancora la palla in post per cercare di attirare un raddoppio” dice, “oggi è una cosa che non ha più senso”. La sua priorità era rifornire le grandi star accanto a lui: Chris Webber e Vlade Divac, poi Pau Gasol, poi Dwight Howard. E anche Shaquille O’Neal. “Se Shaq non riceveva palla in post per due o tre volte di fila ti guardava e diceva ‘ho bisogno della palla’. Era diverso, il mio lavoro era dare la palla agli scorer, oggi il loro lavoro è segnare e coinvolgere gli altri”.

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Domenica saranno passati 20 anni dal debutto di Alston in NBA. La Lega, soprattutto per quel che riguarda la posizione del playmaker, è cambiata tantissimo da e  la celebrità di alcuni street baller è svanita col tempo. Perfino dentro casa Alston. Il figlio di Rafer, un ragazzino di 10 anni che di sicuro avrete già visto su Instagram, “non ha idea di quanto forte fosse suo padre” dice Alston. “Per lui sono solo ‘papà’, non Skip 2 My Lou, la leggenda dello street ball, l’atleta che è stato 11 anni in NBA. Devono dirglielo altri ragazzini: ‘ hai idea di era tuo padre?’“.

 

Owens non arrivò mai in nba e ora allena pallacanestro in una high school di Philadelphia. I suoi giocatori, come il figlio di Alston, non sono succubi del suo fascino come lo erano i Jamal Crawford e i Terry Rozier. “‘Ti abbiamo visto su YouTube’, mi dicono, ma non proprio come fosse ‘wow, tu sei AO!’”

 

Vince Carter, che è tanto un giocatore di rotazione quanto un mentore per i giovani ad Atlanta ha percepito il cambiamento nel modo in cui i ragazzi guardano e si relazionano a quei filmati. “Penso che la maggior parte dei giovani oggi guardi i video di highlights sui social media solo perché è comodo e accessibile” dice Carter, che indossò le AND1 Tai Chi durante la leggendaria performance allo Slam Dunk Contest 19 anni fa “e seppur conoscano AND1 non credo che abbia oggi lo stesso impatto”.

 

Prendete Booker, ad esempio. La guardia dei Suns, 22 anni, è nata due anni prima dell’uscita della prima cassetta e il suo legame con AND1 non è poi così profondo. “Conosco Hot Sauce, quello che metteva la palla sotto la maglietta, e chi era il tizio bianco invece?” Non riesce a ricordare il nome di The Professor, il tipo di giocatore che, all’epoca, significava il mondo per il suo compagno Jamal Crawford. Una delle ragioni suggerite proprio da Crawford è che oggi la cultura da mixtape è onnipresente: “C’è troppo da scremare e assimilare su Instagram, una volta non era così”.

 

Le Mixtape si sono evolute in qualcosa di nuovo e, in un certo senso, sono più forti che mai. “Oggi un ragazzo che compare in un video di Ball Is Life può ottenere una borsa di studio” dice The Professor. Perfino scalare la graduatoria del Draft. Zion Williamson ad esempio diventò famoso ben prima di esordire con Duke in diretta nazionale ed è probabile che finisca alla Numero 1 quest’anno. “Oggi” continua il Professore “il giocatore-influencer è il nuovo street baller”.

 

Ma i vecchi street baller non vanno da nessuna parte. The Professor ha il suo canale su YouTube dove mostra le sue abilità a 3.5 milioni di iscritti.

Bone Collector ha circa 1 milione di follower su Instagram, dove posta foto assieme a Harden e video di ragazzini che cadono a terra abboccando alle sue finte.

Hot Sauce ha fatto impazzire tutti in un half time show ad Atlanta lo scorso anno.

E Alston è sempre il più possibile connesso con il gioco.

 

E poi, come ha specificato, quelle cassette originali non sono mai del tutto dimenticate.

 

“I video sono ancora in giro” dice, “possono essere un po’granulosi, andranno convertiti da VHS a DVD e poi in digitale, ma sono ancora in giro”.

Fonte: Bleacher Report.

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