Gli anni ’90 hanno reso iconici i Supersonics e gettato le basi per spezzare il cuore dei tifosi

Gli anni ’90 sono il decennio in cui i Seattle Supersonics sono diventati un’icona e anche quelli in cui la franchigia ha cercato di rinnovare la sua vecchia arena

Gli anni ’90 sono il decennio in cui i Seattle Supersonics sono diventati un’icona e anche quelli in cui la franchigia ha cercato di rinnovare la sua vecchia arena. Inoltre sono gli anni in cui gli ingranaggi, che alla fine avrebbero mandato la franchigia fuori dalla città, hanno iniziato a girare.

Quei Sonics degli anni ’90 non hanno mai vinto un titolo. Ma c’era ancora qualcosa di magnetico in loro, una cosa quasi contro-corrente. Soprattutto se parliamo delle loro due stelle più grandi.

“Naturalmente avevano questo mostro di nome Shawn Kemp”, racconta George Karl, che ha allenato i Sonic dal 1992 al 1998. Avevano un ragazzo di 2.08 e 104 chili che si muoveva come un atleta di 1.98 cm. Nella storia della NBA probabilmente non ci sono mai stati 20 atleti migliori di Shawn Kemp”.

Kemp ha schiacciato su tutti, ovunque e sempre. Ha riempito di lividi i corpi dei difensori e distrutto il loro senso di orgoglio.

Kemp era originario di Elkhart, Indiana, una piccola città vicino al confine con il Michigan. Ma a questo proposito, sentiva di appartenere a Seattle. Brian Robinson, che gestisce il sito web Sonics Rising, ricorda:

“Andai alla Western Washington University – Shawn Kemp all’epoca aveva forse 22 anni”, racconta. “Ti trovavi ad una festa e all’improvviso lui si metteva a tirare, oppure ti alzavi per andare a fare colazione e lo vedevi correre. Shawn era uno di quei ragazzi che come Ken Griffey Jr. si incontrano solo per caso nei posti in cui vendevano hamburgers. Non puoi sbagliare! No, lui era così. Era un ragazzo fantastico.”

E poi c’era il tipo che generalmente passava la palla a Kemp: la guardia di Oakland, Gary Payton. Una volta ho parlato con un giocatore NBA che mi ha confidato che in quell’epoca, ogni singolo rookie ricordava bene la prima volta che Gary Payton ha dato loro della “merda”. Era come un battesimo. Payton diceva che i migliori giocatori si beccavano il trattamento peggiore.

“A tutti quei rookie che sono entrati nella lega come prima o seconda scelta e tutta quella roba lì”, dichiarò. “Sì, ero la seconda scelta, ma mi ci è voluto un po’di tempo per arrivare dove sono arrivato. Avrei iniziato a picchiare tutti quelli che erano lì dentro per farvi capire che questo giocatore di Oakland, California, è stato sottovalutato. Capite cosa intendo? E poi tutto ad un tratto, avreste visto il suo talento. Così ho fatto lo stesso con ogni rookie che è entrato nella lega.”

Payton e Kemp hanno praticato questo sport un po’oltre le norme NBA.

“Beh, eravamo giocatori di basket da playground, ed eravamo così. Non abbiamo mai avuto un guinzaglio che ci bloccasse”, racconta Payton.

Dal suo canto, George Karl amava Gary. Amava Shawn. A volte si sono scontrati, certo, ma lui pensa ancora a loro con affetto.

“L’unica cosa che ho sempre amato di Gary è il 99% delle volte che giocava”, dice Karl. “Sapevo che poteva urlare e imprecare contro di me, infrangendo il codice di rispetto del basket, ma di solito era molto facile stimolarlo, per farlo giocare duro e nel giusto modo. E i nostri giocatori lo rispettavano. E Shawn rispettava loro”.

A Payton non piaceva allenarsi. Kemp non arrivava mai in tempo. Entrambi si sono divertiti per tutta Seattle. Ma questo era parte di ciò che li ha resi così affascinanti. Un atteggiamento cool, quasi svagato, fuori dal campo, ma occhi della tigre e voglia di spaccare tutto nel momento in cui si accendevano le luci.

Kemp e Payton erano affiancati da Detlef Schrempf, un buon realizzatore e atletico difensore. E da Nate McMillan. Il capitano. Il collante. Erano circondati da tiratori e difensori. Una squadra ben costruita. Nessuno era sprecato.

Era divertente, però. Per essere una squadra che all’epoca si sentiva così leggendaria, era, per molti versi, condannata al fallimento.

Nel 1993-94, i Sonics conclusero la Regular Season con un record di 63-19. Erano la migliore squadra della Western Conference. Nel primo turno dei playoff affrontarono Denver, l’ottava classificata, ma dopo essere andati in vantaggio 2-0 nella serie, che all’epoca era al meglio delle cinque, le cose andarono male.

Persero Gara-3 e Gara-4, entrambe a Denver. Tornarono poi a Seattle per Gara-5, al Seattle Center Coliseaum. E anche in casa, furono terribili.

Persero quella partita per 98-94. Per la prima volta in assoluto, la squadra classificata al 1° posto nella Regular season uscì al primo turno. C’è questa immagine indimenticabile del centro dei Nuggets Dikembe Mutombo che stringe per terra la palla tra le sue mani, urlando per festeggiare.

“Cercavo di comprare quel video per poterlo bruciare”, racconta Karl. “Quello è stato sicuramente il giorno peggiore della mia vita. Voglio dire che mi sono seduto nella vasca idromassaggio a bere birra fino alle due del mattino e quella partita dovevo giocarla di pomeriggio”.

Quella sconfitta contro Denver fu l’ultima partita giocata al vecchio Seattle Center Coliseum. Lo ristrutturarono da lì a poco in quell’anno. E onestamente, quei lavori di ristrutturazione erano attesi da tempo.

Il Coliseum era stato costruito nel 1962, e negli anni ’90 aveva comunque una grande atmosfera – fan scatenati, un sacco di casino – ma era una discarica.

“Abbiamo avuto problemi di perdite dal tetto o di condense in campo non solo in una partita, ma direi in circa 10 partite”, racconta Karl. “Sai, quando i tuoi giocatori sembrano giocare con i pattini ai piedi, c’è qualcosa che non va”.

Così la franchigia e la città decisero: “Sistemiamo questa cosa. Prendiamo questa vecchia e decrepita arena e trasformiamola in qualcosa di luccicante e nuovo”.

Prima dell’inizio della stagione 1995-96, l’arena appena ristrutturata, aprì. Venne chiamata “Key Arena”.

Lenny Wilkes, allenatore, coach e poi Hall of Fame dei Sonics, mi disse che durante la ristrutturazione non fecero altro che mettere una pezza su una vecchia ferita. Aggiunsero alcuni posti a sedere, ma erano stretti e piccoli. Disse anche che l’arena sembrava che stesse cadendo.

Wally Walker, l’ex GM, mi disse che c’era una bella atmosfera, ma che sembrava un’arena da college.

Steve Kelley, allora editoralista del Seattle Times, affermò che la Key arena era già obsoleta il giorno della sua riapertura.

“Il contrasto netto è stato quando hanno giocato contro i Bulls, che avevano appena inaugurato lo United Center”, racconta. “Lo United Center poteva contenere la Key Arena per dimensione. I corridoi erano stretti, i posti a sedere alla Key Arena erano orribili – non si potevano nemmeno inserire i bicchieri nei portabicchieri. E’stato davvero un piano mal congeniato, fatto a buon mercato”.

Le decisioni di sistemare quest’arena, risalente agli anni ’90, sono state quelle che portano a ciò che stiamo esplorando oggi: perché i Sonics hanno lasciato l’NBA poco più di un decennio dopo. Nessuno lo sapeva allora, ma sono stati proprio questi i momenti che hanno aperto la porta ai Sonics per lasciare la città”.

Traduzione a cura di Luca Addessi

Fonte: The Ringer

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